Idlib sarà la battaglia più complessa della guerra civile siriana

Pubblicato il 17 settembre 2018 alle 12:21 in Siria Turchia

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Il presidente siriano, Bashar al Assad, ha promesso di riconquistare l’intera enclave di Idlib, sottraendo la provincia nordoccidentale ai gruppi ribelli e alle forze jihadiste che attualmente ritengono il controllo del territorio. Nonostante ciò, un’operazione militare finalizzata alla conquista del territorio in questione potrebbe essere la battaglia più impegnativa e complessa dell’intera guerra, secondo The National.

Come ormai è noto, Idlib è l’ultimo rifugio dell’opposizione armata decisa a combattere contro il presidente Assad. Negli ultimi anni, la provincia è stata utilizzata come “discarica” per vari gruppi ribelli sconfitti in altre parti del Paese. Non a caso, una serie di accordi di resa in battaglie antecedenti, come quelle di Daraa e Quneitra, ha permesso alle forze dell’opposizione di ritirarsi nella provincia. Tuttavia, ad oggi, se il territorio venisse riconquistato da Assad, per i ribelli non esisterebbe alcun rifugio. Secondo alcune stime statunitensi, sarebbero circa 30.000 combattenti dell’opposizione presenti sul territorio, tuttavia secondo altre stime il numero si aggirerebbe intorno ai 100.000.

La Turchia, la quale appoggia una coalizione di gruppi ribelli, detiene una dozzina di postazioni di osservazione militari disseminate lungo il confine comune. Nonostante ciò, è importante notare che circa 2/3 di Idlib sono controllati dall’ex affiliato di Al Qaeda, Hayat Tahrir al Sham (HTS), attivo con circa 10.000 seguaci. Schierati contro di loro, ci sono circa 25.000 truppe siriane, dozzine di unità corazzate, artiglieria pesante oltre che il supporto aereo e navale russo. A tal proposito, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha affermato che un attacco a tutto campo porterebbe ad un “bagno di sangue” e perciò sta cercando di negoziare un’alternativa. Non a caso, il futuro di Idlib dipende proprio dal fatto che Turchia e Russia possano essere d’accordo su come comportarsi con la componente jihadista.

Negli interessi della Turchia c’è il raggiungimento di una soluzione che non implichi un’offensiva governativa su larga scala, dal momento che questa invierebbe un’altra ondata di rifugiati verso i confini di Ankara. A conferma di ciò, il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, venerdì 14 settembre, ha dichiarato: “Siamo pronti a collaborare per combattere le organizzazioni terroristiche, ma non ad uccidere tutti. Sacrificare civili, donne, bambini in nome della lotta contro le organizzazioni terroristiche non è giusto e non è umano”.

D’altra parte, secondo The National, negli interessi della Siria e della Russia non c’è la distinzione tra ribelli e jihadisti, ma solo la riconquista. Perciò anche se la Turchia convincesse Mosca e Damasco a limitare l’estensione degli attacchi ad Idlib, ci sono alcuni obiettivi che difficilmente saranno lasciati fuori. Sempre secondo il quotidiano emiratino, le prime fasi dell’offensiva saranno dettate da 2 priorità principali. In primo luogo, fermare gli attacchi di droni contro la base russa Hmeimim a Latakia e, in secondo luogo, riaprire l’autostrada M5, la quale collega Damasco ad Aleppo.

Per quanto riguarda il coinvolgimento iraniano, invece, ad oggi il numero forze della Repubblica Islamica e delle unità di Hezbollah, potenzialmente coinvolte nell’attacco a Idlib, sembra essere limitato. Secondo le notizie del quotidiano governativo Al Masdar, un totale di 9 divisioni dell’esercito siriano prenderanno parte all’assalto, insieme alla Guardia Repubblicana d’élite. Tali contingenti saranno inoltre supportati da supporto aereo russo e da 15 navi militari russe, attualmente stanziate nel Mar Mediterraneo.

Un funzionario del governo siriano, già il 30 agosto, aveva dichiarato a Reuters che qualsiasi attacco sarebbe probabilmente giunto a fasi. La prima avrebbe coinvolto la città occidentale di Jisr Al Shughour e la pianura Al Ghab, entrambe situate nella parte occidentale del territorio ribelle. La seconda dovrebbe invece concentrarsi nella parte meridionale della provincia, in particolar modo le città di al-Latamenah, Khan Sheikhoun e Maarat al-Numan.

Da ciò emerge che, in assenza di un accordo con la Turchia, le forze governative siriane si troverebbero a dover affrontare una serie di battaglie urbane contro i ribelli, i quali si sono detti pronti a combattere ma fanno anche grande affidamento sulla loro vicina alleata, Ankara. D’altra parte, se Turchia e Russia dovessero raggiungere un accordo, il quadro sarebbe diverso. Secondo quanto riporta The National, la Turchia potrebbe essere disposta a mettersi da parte e consentire a Russia e Siria di effettuare attacchi mirati contro HTS, ai quali potrebbe anche partecipare con una campagna anti-terrorismo. Tuttavia, è anche importante notare che un simile attacco creerebbe enormi complicazioni per Ankara, dal momento che il gruppo jihadista non solo è diffuso in tutta la provincia, ma gode anche del supporto dell’opposizione, alla luce dell’imminente attacco.

L’opzione favorita dalla Turchia è perciò quella di “creare condizioni in cui una parte sostanziale di HTS sia disposta a sottomettersi alle istruzioni di Erdogan”, secondo Charles Lister, membro del Middle East Institute. In un contesto simile, Ankara sarebbe disposta a fare pressioni per costringere Hayat Tahrir al Sham a dissolversi “o ad impegnarsi costruttivamente in un compromesso per il nord-ovest”. In tal caso, la battaglia di Idlib potrebbe ridursi quasi ad un conflitto di basso livello tra la Turchia e gli elementi all’interno di HTS, con l’obiettivo finale di causarne la dissoluzione, secondo The National.

Il servizio di intelligence turco, l’MIT, è coinvolto nell’eliminazione dei comandanti dell’HTS, tuttavia, finora, il gruppo ha respinto le richieste della Turchia di deporre le armi o di dividersi in una coalizione di gruppi sostenuti da Ankara. Nel frattempo, la Turchia non ha alcuna possibilità. Per ora, ha sostenuto i suoi alleati ribelli con spedizioni di armi e munizioni per dissuadere un attacco del governo siriano. Le consegne di munizioni e missili GRAD sono avvenute in seguito al fallimento dei colloqui della scorsa settimana ad alto livello tra Russia, Turchia e Iran.

In ultima istanza, il messaggio dalla Turchia è che se i colloqui falliscono, i costi di un attacco saranno alti.

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Alice Bellante

di Redazione

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