Etiopia: residenti di Addis Abeba protestano per scontri etnici a Barayu

Pubblicato il 17 settembre 2018 alle 14:20 in Africa Etiopia

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I residenti di alcune zone di Addis Abeba stanno protestando per via delle violenze che hanno colpito la città di Barayu, nello Stato regionale di Oromia, a poca distanza dalla capitale, domenica 16 settembre, in cui hanno perso la vita di almeno 23 persone.

Secondo quanto riferito dalla polizia, gli attacchi, probabilmente di matrice etnica, sarebbero stati compiuti da gruppi di giovani della regione Oromia, che hanno costretto centinaia di residenti ad abbandonare le proprie case per mettersi in salvo. Il premier etiope, Abiy Ahmed ha denunciato l’accaduto, definendo i responsabili “vigliacchi” e giurando di prendere provvedimenti al più presto. Gli attivisti hanno a loro volta condannato gli attacchi, considerati una minaccia potenziale alle riforme avviate dal governo di Addis Abeba.

Non è la prima volta che scontri entici si verificano in Etiopia, la quale ospita più di 80 gruppi diversi. Tuttavia, la gravità degli scontri è cresciuta nel corso degli ultimi mesi. Il 17 agosto, Human Rights Watch ha chiesto al governo etiope di arrestare la crescente ondata di insicurezza nel Paese e di sedare al più presto le tensioni interetniche. La direttrice dell’organizzazione non governativa per l’Africa orientale e il Corno, Maria Burnett, ha riferito che gli omicidi per motivi etnici e religiosi, in particolare nelle regioni etiopi centro-meridionali di Somali e Oromia, sono un enorme motivo di preoccupazione.

Tale situazione costituisce la principale sfida per il governo di Abiy Ahmed che, da quando è stato eletto il 2 aprile, ha avviato un cambiamento radicale in Etiopia non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello politico e sociale. Il Paese del Corno d’Africa era caratterizzato da tensioni politiche dal novembre 2015 per via del Master Plan, un piano adottato dalle autorità di Addis Abeba, che mirava a espandere il territorio della capitale a discapito degli abitanti della regione di Oromo, la più grande e la più popolosa dello Stato. Nonostante il progetto fosse stato cancellato nel mese di gennaio 2016, le proteste erano continuate, diffondendosi anche nella regione di Amhara e, gradualmente, nel resto del Paese. I cittadini avevano cominciato altresì a chiedere la liberazione dei prigionieri e il riconoscimento di maggiori diritti e maggiore rappresentanza politica per gli abitanti di Oromo e Amhara così che, dal 3 gennaio, il governo di Addis Abeba ha rilasciato più di 7.000 prigionieri per cercare di sedare le tensioni, senza tuttavia riuscirvi. In seguito alle dimissioni dell’ex premier, Hailemariam Desalegn, presentate il 15 febbraio, la coalizione governativa Ethiopia Peoples Revolutionary Democratic Front (EPRDF), ha proclamato lo stato di emergenza per la durata di 6 mesi, con l’obiettivo di interrompere le proteste. Tale condizione, revocata il 5 giugno scorso grazie ad Ahmed, ha previsto una serie di restrizioni alla popolazione per mantenere l’ordine pubblico e garantire la sicurezza, tra cui il divieto di sciopero, di manifestare e di organizzare o partecipare a riunioni non autorizzate.

L’8 giugno, il premier ha altresì sostituito i capi di due rami dei servizi di sicurezza del Paese, quali le forze armate e il Servizio nazionale di Sicurezza e Intelligence, nominando Seare Mekonnen alla guida dell’esercito al posto di Samora Yunis, secondo quanto comunicato su Twitter dal capo dello staff di Abiy, Fitsum Arega. Alla testa del Servizio nazionale di Sicurezza e Intelligence è stato posto invece il dirigente dell’aviazione militare, Adem Mohamed, che ha sostituito Getachew Assefa. Yunis e Assefa sono membri anziani del Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè (TPLF), uno dei quattro partiti della coalizione di governo, mentre i nuovi capi dei due servizi di sicurezza mancano della loro stessa influenza politica.

Alla fine di giugno, Ahmed ha denunciato pubblicamente l’uso della tortura sui prigionieri politici, definendola incostituzionale, presentando una breve relazione al Parlamento, in cui ha esposto la situazione degli affari correnti nel Paese, tra cui la recente decisione di privatizzare la compagnia di telecomunicazioni statale e quella aerea nazionale. 

Infine, il 9 luglio, l’Etiopia e l’Eritrea hanno firmato un accordo di pace, dichiarando la fine dello stato di guerra tra i due Paesi. Il conflitto, in corso dal 1998, ha destabilizzato l’intera regione e ha visto entrambi i governi incanalare gran parte dei loro budget nella sicurezza. Il 16 settembre, i due Paesi hanno firmato un secondo accordo di pace a Gedda, in Arabia Saudita, in presenza di re Salman.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

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