Dall’autolavaggio alla pugnalata: la lunga crisi del Brasile

Pubblicato il 11 settembre 2018 alle 6:05 in America Latina Brasile

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La pugnalata all’addome di Jair Bolsonaro, candidato della destra radicale, nostalgico della dittatura militare, in testa nei sondaggi d’opinione per le elezioni per la presidenza del Brasile del 7 ottobre prossimo, ha cambiato la storia della campagna elettorale, segnata finora dagli attacchi degli altri candidati al leader dell’ultradestra e dai tentativi del Partito dei Lavoratori (PT) di candidare contro ogni previsione l’ex presidente Lula, che sconta 12 anni di carcere per corruzione e riciclaggio di denaro.

La pugnalata, però, non è solo il punto di svolta della campagna presidenziale, ma è l’ultimo atto – per ora – della lunga crisi politica, economica e sociale che attraversa il paese da anni e che, con le dovute differenze, analisti ed esperti paragonano a quella vissuta dall’Italia tra il 1992 e il 1994. 

Tutto ebbe inizio nel 2014, con l’arresto di Alberto Youssef, detto il libanese, gestore di un’agenzia di cambio che aveva sede sopra un autolavaggio, da cui il nome dell’operazione “Lava Jato”, autolavaggio in portoghese. L’indagine, condotta dalla procura di Curitiba e guidata dal giudice Sergio Moro, riguardava inizialmente alcuni “doleiros”, cioè cambia-dollari, sospettati di riciclare denaro attraverso le agenzie di cambio, finché non emerse il legame di Youssef con Paulo Roberto Costa, ex dirigente dell’azienda petrolifera di stato, la Petrobras.

Si scoprì che tramite investimenti e finanziamenti Petrobras era utilizzata per spostare enormi somme di denaro all’estero e per creare una vasta rete di corruttela a tutti i livelli. 

Da quel momento Lava Jato divenne un’enorme operazione anti-corruzione, fatta di ben 52 fasi (fino ad oggi) e che ha coinvolto l’intera classe politica e imprenditoriale brasiliana, tra cui presidente, ex presidenti, ministri, governatori locali e i dirigenti delle maggiori imprese del paese.

Inizialmente l’opposizione cercò di sfruttare l’operazione a fini elettorali contro i governi del PT, il che diede all’allora presidente Dilma Rousseff l’occasione di definire il tutto “montatura elettorale” e di vincere le elezioni dell’ottobre 2014. Due anni dopo Dilma Rousseff era deposta dal parlamento e l’anno successivo, Aécio Neves, il candidato dell’opposizione che aveva cercato di sfruttare lo scandalo, veniva dichiarato decaduto dal suo seggio in senato con accuse di corruzione, riciclaggio e abuso di potere proprio per aver, paradossalmente, cercato di fermare le indagini. 

Sin dalla notte elettorale del 2014 iniziarono manifestazioni di opposta tendenza politica a favore e contro la magistratura, la presidente e la classe politica in generale, mentre tra fughe di notizie, intercettazioni rese pubbliche e documenti formalmente segreti pubblicati dalla stampa, gli scandali diventavano parte della quotidianità del paese.

Nel 2015, l’operazione Lava Jato ebbe una svolta, e da brasiliana divenne internazionale. Rimasero coinvolte nell’inchiesta tre grandi imprese edili, la Andrade Gutierrez, la UTC Engenharia e la Odebrecht con affari in tutto il continente. Le indagini su quest’ultima fecero emergere una vastissima rete di crimini finanziari, che andava molto oltre i confini del Brasile e, messo alle strette dalla collaborazione con i magistrati di numerosi imprenditori e dirigenti d’impresa Marcelo Odebrecht, presidente dell’azienda omonima, decise di confessare, seguito a ruota da diversi capitani d’industria brasiliani.

La rete di corruttele della Odebrecht si estende in Angola, Argentina, Cile, Colombia, Cuba, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Messico, Mozambico, Panama, Perù, Repubblica Dominicana, Stati Uniti, Svizzera e Venezuela. Nelle indagini sono rimasti coinvolti, tra gli altri, funzionari dei governi Kirchner e Macri in Argentina e l’ex presidente colombiano Juan Manuel Santos. In Perù, il paese dove gli investimenti erano maggiori e la rete di Odebrecht era più estesa, tutti i leader del paese sono stati coinvolti: l’ex presidente Humala è stato arrestato, il predecessore Alán García è indagato, mentre un altro ex presidente, Alejandro Toledo, è latitante. Alla fine, ad aprile di quest’anno, anche il presidente Kuczynski, coinvolto nello scandalo, è stato costretto a dimettersi. 

Le indagini, frattanto, travolgevano il governo del Brasile. A giugno del 2016 Dilma Rousseff era riconosciuta colpevole di aver falsato la contabilità dal parlamento di Brasilia e deposta il 31 agosto successivo. Si giungeva alla paradossale conclusione in cui la presidente era deposta da deputati e senatori accusati di reati  più gravi di quelli di cui era accusata lei, e veniva sostituita da un vicepresidente, Michel Temer, sotto inchiesta per corruzione, mentre i sostenitori della presidente gridavano al colpo di stato. 

Gli ex ministri José Dirceu, Antonio Paolacci e Guido Mantenga, l’ex presidente della camera Eduardo Cunha venivano arrestati. Coinvolto in diversi filoni dell’indagine, e in particolare in quello che riguarda le tangenti del gigante della carne JBS, l’attuale presidente Michel Temer si è salvato due volte grazie al voto del parlamento. Non così i suoi ministri: Vieira Lima, segretario del governo, e Alves, ministro del turismo, sono stati arrestati nel giugno 2017.

Il condannato più eccellente rimane, ovviamente, l’ex presidente e leader del Partito dei Lavoratori Lula da Silva, condannato in via definitiva a 12 anni e 1 mese per corruzione e riciclaggio di denaro. È stato riconosciuto colpevole di aver accettato una villa a tre piani sul mare pagata dall’azienda OAS in cambio di contratti pubblici. La magistratura ritiene che Lula sia il vertice della piramide di corruttele emerse da Lava Jato. 

Nelle indagini sono rimasti coinvolti numerosi leader di partito, tra cui il già citato Neves e l’ex candidato presidenziale José Serra, gli ex presidenti Fernando Collor de Mello ed Henrique Cardoso, l’ex ministro della dittatura Antonio Delfim Netto, i figli dell’ex presidente José Sarney, Sarney Filho e Roseana (poi assolta), ex governatrice dello stato di Maranhao, l’ex governatore di Rio de Janeiro, Sergio Cabral, poi arrestato. 

Assieme alla classe politica e imprenditoriale è il modello di crescita economica e il modello-paese che il Brasile cercava di esportare ad essere andato in crisi. L’economia ha iniziato a rallentare e nell’anno dell’impeachment a Dilma Rousseff il PIL è crollato del -3,5%. La lieve ripresa del 2017 (+0,7%) è stata troppo bassa per avere effetti sull’economia reale, anche a causa dell’aumento della disoccupazione, dal 5,6% del 2013 al 13,1% del 2017. 

La crisi dell’ottava economia del mondo non può che avere ripercussioni sui vicini. Il Brasile è il primo partner commerciale dell’Argentina ed occupa uno dei primi tre posti negli scambi commerciali con il resto dei paesi del continente. Inoltre bisogna considerare che in America Meridionale vivono circa 397 milioni di persone, di cui 201 milioni nel solo Brasile. 

L’idea che il sistema-Brasile fosse un sistema fondamentalmente corrotto ha causato il crollo della fiducia della popolazione nelle istituzioni, uscite fortemente indebolite dalle indagini, mentre nel paese si registrano un aumento delle violenze e dei crimini, di cui l’assassinio di Marielle Franco, consigliera comunale di Rio, attivista ambientalista e dei diritti umani, è solo l’esempio più noto. Basti pensare che nel 2017 a Rio sono state uccise 40 persone ogni 100.000 abitanti, un record negli ultimi otto anni.

La lunga crisi politica, economica e sociale iniziata prima delle presidenziali del 2014 si riversa tutta nella campagna elettorale per il voto di ottobre, ha provocato la radicalizzazione dell’elettorato, spiega l’ascesa dell’estrema destra di Bolsonaro, e ancor di più i magri risultati che, secondo i sondaggi, raccoglieranno i politici tradizionali (dal 6% di Fernando Haddad, del PT di Lula e Dilma al 9% di Geraldo Alckmin, dell’alleanza che sostiene il presidente Temer).

Lava Jato, la più grande inchiesta della storia del paese, non solo accende gli animi da provocare manifestazioni pro e contro gli imputati in occasione delle udienze, ma è diventata parte della cultura popolare, tanto da essere oggetto di O Mecanismo, una serie televisiva di successo. Al contempo Tchau, querida con cui si chiudeva una delle più note telefonate di Lula a Dilma Rousseff intercettata e resa pubblica, diventava oggetto di satira, canzoni e anche merchandising. 

La pugnalata all’addome di Bolsonaro è solo l’ultimo episodio di una crisi da cui in Brasile non si intravedono vie d’uscita e che sta lentamente cambiando la storia politica del paese.

 

Sicurezza internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale

Italo Cosentino

 

 

di Redazione

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