Siria: secondo giorno di bombardamenti ad Idlib, 5 morti

Pubblicato il 10 settembre 2018 alle 11:01 in Medio Oriente Siria

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Le forze del regime siriano, domenica 9 settembre, hanno attaccato le province di Idlib e Hama, nel nordovest della Siria, per il secondo giorno consecutivo, uccidendo almeno 5 persone. Gli attacchi aerei e i bombardamenti in questione aumentano i timori per l’imminente offensiva contro l’ultimo bastione ribelle, la cui appropriazione potrebbe causare una catastrofe umanitaria.

Tra le vittime delle incursioni effettuate nel villaggio Habeit, a sud di Idlib, ci sono un neonato e un bambino. Altri 3 morti sono stati registrati nella provincia settentrionale di Hama, sempre in seguito a diversi attacchi aerei. Abd al-Kareem al-Rahmoun, un rappresentante dei Caschi Bianchi, organizzazione umanitaria di protezione civile operante in Siria, ha reso noto che circa metà della popolazione locale ha lasciato l’area colpita, per sfuggire ai bombardamenti.

Secondo quanto riportato dall’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, nelle ultime 72 ore, le forze fedeli al presidente Bashar al Assad, con il supporto dell’alleata Russia, hanno colpito le aree ribelli 1.060 volte con incursioni aeree, bombardamenti e barili-bomba. In risposta a tali offensive, al-Jabhat al-Wataniya lil-Tahrir, una coalizione ribelle parte del Free Syrian Army, anche nota come il Fronte di Liberazione Nazionale, ha a sua volta bombardato alcune postazioni governative nella provincia settentrionale di Hama.

Negli ultimi 10 giorni, diversi convogli di armi e auto blindate sono entrati nel nord della Siria per portare rinforzi ai 12 punti di osservazione presidiati dai soldati turchi. Tali avanposti, situati in aree sotto il controllo dell’opposizione, nelle provincie di Aleppo, Hama e Idlib, sono stati istituti in corrispondenza degli accordi di de-escalation stipulati tra Turchia, Iran e Russia. Nonostante ciò, secondo il direttore della ricerca presso al Jazeera, Galip Dalay, gli ultimi avvenimenti indicano che la Turchia sta trattando la questione di Idlib molto seriamente, ne consegue che non sarà facile chiudere un occhio su qualsiasi progetto militare del regime di Assad, della Russia o dell’Iran. A conferma di ciò, Dalay sostiene che Ankara non ritirerà le sue truppe dalle postazioni di osservazione in tempi brevi, a meno che non si raggiunga un’intesa con Damasco, Teheran e Mosca.

La Turchia, la quale ospita già oltre 3 milioni di rifugiati, desidera ardentemente evitare una vera e propria offensiva del regime siriano. Tuttavia, venerdì 7 settembre,  i leader di Russia, Iran e Turchia non sono riusciti ad accordarsi in merito a una tregua militare per il futuro di Idlib. L’ultima roccaforte dei ribelli siriani è altresì nel mirino del governo di Damasco, il quale ha minacciato di lanciare un’offensiva militare di larga scala, rifiutando la proposta di cessate-il-fuoco di Ankara. Il presidente iraniano, Hassan Rouhani, ha ospitato a Teheran le sue controparti russe e turche, Vladimir Putin e Recep Tayyp Erdogan, per discutere la situazione in Siria. Tuttavia, mentre la Turchia ha esposto i suoi timori circa la possibilità di un massacro, esternando la sua incapacità di accogliere ulteriori rifugiati alla frontiera, Putin si è detto contrario alla tregua, a suo avviso inutile, in quanto non coinvolgerebbe i gruppi militanti islamisti, i quali, secondo il Cremlino, sono i veri e propri terroristi.

Nonostante le 3 parti abbiano interessi diversi nell’area, con l’Iran e la Russia che sostengono il regime del presidente siriano, Bashar al-Assad, e la Turchia che supporta l’opposizione siriana e alcuni gruppi di ribelli, dispiegando truppe sul territorio, i rispettivi leader si erano già incontrati in altre 2 occasioni precedenti, il 22 novembre 2017 e il 4 aprile 2018.

Il regime di Assad, con il supporto aereo della Russia e il sostegno a terra dell’Iran, sta attuando un piano che prevede la riconquista a “fasi” delle province nordoccidentali del Paese, dispiegando un grande numero di truppe e intensificando le operazioni militari. In tale contesto, la comunità internazionale ha ripetutamente espresso la preoccupazione che tale offensiva, se portata avanti su vasta scala, possa provocare un disastro umanitario, dal momento che la roccaforte ospita almeno 3 milioni di persone. Ankara, in particolare, teme che l’assalto possa provocare un’ondata migratoria in Turchia, dal momento che la città di Idlib si trova in prossimità del confine turco. Durante il summit del 7 settembre, Erdogan ha sottolineato che la Turchia non è più in grado di accettare rifugiati siriani. Finora, la guerra civile siriana, scoppiata il 15 marzo 2011, ha causato la morte di oltre mezzo milione di persone e ha spinto 11 milioni di civili ad abbandonare il Paese in cerca di riparo; di questi, circa 3,5 milioni sono stati accolti da Ankara.

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Alice Bellante

di Redazione

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