Yemen: colloqui di pace sull’orlo del collasso

Pubblicato il 7 settembre 2018 alle 14:16 in Medio Oriente Yemen

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L’inviato speciale delle Nazioni Unite in Yemen, Martin Griffiths, sta combattendo per salvare i colloqui di pace di Ginevra, giovedì 6 settembre, dopo che gli incontri sono stati annullati per il secondo giorno consecutivo. Griffiths ha incontrato i funzionari del governo yemenita nella città svizzera, ma ha affrontato il crollo dei colloqui dopo che la delegazione dei ribelli Houthi si è rifiutata di lasciare il Paese senza prendere dozzine dei propri combattenti feriti a bordo.

“Nessuna attività legata alle consultazioni di Ginevra sullo Yemen dovrebbe svolgersi al Palais des Nations” si legge in una dichiarazione dell’ufficio dell’inviato ONU nella tarda serata di giovedì 6 settembre. Il ministro degli Esteri yemenita, Khaled Al Yamani, aveva già dichiarato, in precedenza, che la delegazione del governo se ne sarebbe andata se la rappresentanza Houthi non si fosse presentata entro venerdì 7 settembre. “Oggi avrebbe dovuto essere il primo giorno della consultazione, noi siamo qui, gli Houthi non accennano ad arrivare. Non rimarremo indefinitamente, non resteremo fino alla fine di queste consultazioni. Domani prenderemo una decisione: se continuare a rimanere a Ginevra o ritirarci” ha dichiarato Al Yamani, il 6 settembre.

Griffiths aveva descritto i colloqui tra le due parti come “un segnale di speranza tremolante” per la fine della guerra in corso da 3 anni, in cui più di 10.000 yemeniti sono stati uccisi.Nonostante ciò, il corpo diplomatico ha espresso frustrazione per le richieste che gli Houthi hanno posto all’ultimo minuto, emerse per la prima volta solo il 3 settembre. L’elenco delle condizioni comprendeva il trasporto di alcuni ribelli feriti in Oman per ricevere trattamento medico a Ginevra, oltre alla garanzia di ritorno della delegazione dopo i colloqui.

Nonostante ciò, Mohammed Mousa Al Amiri, consigliere del presidente yemenita, Abdrabu Mansur Hadi, e membro della delegazione governativa, ha dichiarato che è l’Iran la ragione principale per cui si sono verificati questi problemi. “Tutto ciò che sta accadendo nello Yemen è dovuto all’influenza dell’Iran. L’ideologia degli Houthi, le attività nello Yemen sono iraniane. Gli Houthi non vogliono trovare la pace, perché sono un gruppo confessionale e razzista, non vogliono partecipare ai colloqui o collaborare con gli altri. Quando sentono di perdere terreno, è quando ricorrono a consultazioni e colloqui di pace” ha dichiarato Al Amiri a The National.

Una dichiarazione dell’inviato ONU Griffiths, tuttavia, sottolinea che egli è rimasto fiducioso e che l’impasse potrebbe essere superata in tempo, ringraziando il governo yemenita per il suo impegno positivo e i suoi sforzi. I colloqui mediati dall’ONU a Ginevra sarebbero i primi incontri pubblici che coinvolgono delegazioni governative e ribelli dal 2016, quando 108 giorni di negoziati in Kuwait non sono riusciti a produrre un accordo sulla condivisione del potere.

Le Nazioni Unite miravano a costruire fiducia tra il governo e gli Houthi come un passo verso negoziati di pace più completi. Si sperava che una serie di piccoli passi, come il rilascio di prigionieri politici e l’accordo sull’unificazione delle operazioni delle banche centrali, si sarebbero trasformati in un processo che permettesse di affrontare le questioni più ampie nei negoziati diretti.

Dopo mesi di negoziazioni con entrambe le parti, Griffiths riteneva che avere i gruppi rivali nello stesso edificio avrebbe facilitato una svolta. Tuttavia, il mancato raggiungimento dell’obiettivo in questione peserà sui suoi sforzi nel breve periodo. I colloqui di pace non possono essere raggiunti se solo una parte è seduta al tavolo, ha sottolineato Joost Hiltermann, direttore del programma regionale per l’organizzazione di monitoraggio dei conflitti, nota come International Crisis Group.

In una serie di mosse attentamente coreografate, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, mercoledì 6 settembre, ha espresso pieno appoggio per gli sforzi di Griffiths nel condurre le consultazioni e trovare una soluzione politica. In una dichiarazione, il Consiglio ha chiesto una piena attuazione della Risoluzione ONU 2216, la quale chiede agli Houthi di riportare Sanaa sotto il controllo del governo e li invita a smettere di usare lo Yemen come base per attaccare i Paesi vicini. Nonostante ciò, lo stesso giorno dell’emissione della dichiarazione, i ribelli hanno lanciato un missile balistico nella città sudorientale di Najran, ferendo più di 20 persone. Secondo il portavoce della coalizione saudita, il colonnello Turki Al Malki, il missile è stato intercettato dalle forze di difesa aerea, ma i residenti hanno subito lievi ferite quando le schegge del missile sono crollate a terra. Ad oggi, le milizie houthi hanno lanciato 189 missili balistici verso il Regno e, nonostante la maggioranza sia stata intercettata, questi hanno provocato la morte di un totale di 112 civili.

Il fallimento a Ginevra potrebbe mettere in pericolo gli sforzi per affrontare altri effetti della guerra. Mohammed bin Humam, ex governatore della banca centrale yemenita, ha dichiarato a The National che sono necessari sforzi urgenti per stabilizzare l’economia. Il Fondo Monetario Internazionale ha cercato di organizzare un incontro in Kenya nel mese di ottobre per discutere la riunificazione della banca centrale.

La guerra civile in Yemen, iniziata il 19 marzo 2015, è entrata ormai nel suo terzo anno. Nel conflitto si contrappongono due fazioni che rivendicano la legittimità del potere. Da un lato, gli Houthi, un gruppo sciita, dall’altro le forze del governo del presidente Rabbo Mansour Hadi, deposto con un colpo di stato il 22 gennaio 2015, ma tuttora riconosciuto dalla comunità internazionale. La situazione del Paese è resa ancora più complessa dall’esistenza di gruppi secessionisti e dall’intervento delle forze straniere. La coalizione araba, guidata dall’Arabia Saudita, che comprende Emirati Arabi Uniti, Egitto, Kuwait, Sudan e Bahrein, è intervenuta nel conflitto yemenita il 26 marzo 2015, a sostegno del presidente Hadi. L’Arabia Saudita ritiene che Teheran si celi dietro il rifornimento di armi ai ribelli yemeniti, nonostante, da parte sua, Teheran abbia più volte respinto tali accuse. Sia la coalizione araba sia l’Iran mirano a stabilire il proprio controllo nel Paese e temono che la fazione avversa stabilisca la propria presenza nel territorio, determinando così l’influenza sciita o sunnita nella regione.

Circa 10.000 persone sono state uccise nel corso del conflitto in corso nello Yemen, tra cui 2.200 bambini, secondo le stime dell’Onu, che ha definito la situazione nel Paese la “peggiore crisi umanitaria del mondo”.

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Alice Bellante

di Redazione

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