I prestiti dalla Cina: cosa ne pensa l’Africa

Pubblicato il 6 settembre 2018 alle 6:27 in Asia Cina

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La Cina è pronta a concedere 60 miliardi di dollari di prestiti e aiuti all’Africa, questo è quanto ha dichiarato il presidente Xi Jinping durante la 18esima edizione del Forum per la Cooperazione Cina-Africa che si è svolta a Pechino dal 3 al 5 settembre.

Il forum, con cadenza triennale, vede riunirsi rappresentanti del mondo politico e imprenditoriale africano – tutti i Paesi sono rappresentanti alla tavola rotonda, tranne eSwatini, ultimo alleato di Taiwan in Africa – e le loro controparti cinesi per parlare di cooperazione e di aiuti e prestiti per lo sviluppo della Cina verso i Paesi africani.

L’impegno della Cina nei confronti dell’Africa è stato descritto da Xi Jinping, nel suo intervento al Forum, come basato sull’onestà, sulla benevolenza e sulla vicinanza di Pechino ai Paesi dell’Africa. L’obiettivo sarebbe quello “unire le forze per progredire, al fine di costruire, insieme ai popoli africani, un destino comune sino-africano sempre più interconnesso”.

Xi Jinping ha promesso, per i prossimi tre anni, 60 miliardi di dollari di cui 15 saranno di aiuti, prestiti a interessi zero e prestiti concessionali; 20 miliardi confluiranno in una linea di credito, 10 saranno destinati a un fondo speciale per lo sviluppo sino-africano e 5 finanzieranno un fondo speciale per le importazioni dall’Africa. Dal 2000 al 2016, Pechino ha concesso 126 miliardi di dollari di prestiti ai Paesi africani.

Il Forum di Pechino, secondo l’agenzia di stampa ufficiale cinese Xinhua, ha lo scopo di coniugare l’iniziativa “Belt and Road”, l’”Agenda 2063” dell’Unione Africana, l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile dell’Onu e le strategie di sviluppo di tutti i Paesi africani e di aprire nuovi spazi potenziali di cooperazione.

Sono in molti gli analisti occidentali a chiedersi se l’impegno della Cina nei confronti dell’Africa sia da interpretare come una forma di “nuovo colonialismo” che punta a intrappolare i Paesi africani in una rete di crisi del debito a causa di prestiti troppo ingenti. In Cina, invece, tali interpretazioni del coinvolgimento di Pechino nel continente africano vengono viste come frutto di una sorta di “cospirazione occidentale” e viene ribadito come la Cina veda nell’Africa un “buon amico” e miri a costruire un continente africano in pace, stabile e prospero, nel rispetto reciproco e nella non ingerenza politica.

Quale delle due interpretazioni è corretta?

Per comprenderlo, sembra utile utilizzare un punto di vista che non è quello dei Paesi occidentali, né quello della Cina, bensì quello di un rappresentante dei Paesi africani: Hannah Wanjie Ryder – CEO di Development Reimagined, una consultancy internazionale con base a Pechino ed ex direttrice della sezione politiche e partnership del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite in Cina – che propone una interessante analisi su The Diplomat.

Secondo la Banca per lo Sviluppo Africano, l’Africa ha un fabbisogno di infrastrutture per un ammontare che varia dai 130 ai 170 miliardi di dollari e comprende progetti che spaziano dalle ferrovie e alle centrali elettriche. I costi che l’Africa deve sostenere per far fronte al mutamento climatico sono di circa 20 o 30 miliardi di dollari. Il problema è che i Paesi africani non hanno i fondi per sostenere questi costi da soli, per questo hanno bisogno di prestiti esterni.

Quali sono le fonti da cui possono attingere per ottenere questi prestiti? Sicuramente comprendono la Banca Mondiale, la Banca per lo Sviluppo Africano, il Regno Unito e anche alcune banche private. Allora, da dove nasce il bisogno di ricorrere ai prestiti della Cina?

Ci sono due ragioni fondamentali. La prima è che molte delle organizzazioni sopra-citate concedono prestiti con tassi di interesse minimi solo ai Paesi più poveri, lasciando fuori quelli classificati come a “reddito medio” – ad esempio il Kenya, la Costa d’Avorio e la Nigeria. La seconda è che per i prestiti non-cinesi i tempi di attesa medi sono lunghi, per alcuni progetti possono occorrere fino a nove anni.

I prestiti concessi dalla Cina sono diversi.

In primo luogo, le organizzazioni cinesi non prendono in considerazione il reddito nazionale di un Paese per decidere l’approvazione di un prestito o per stabilirne il tasso di interesse, quindi tutti i Paesi sono candidati possibili. Quel che viene valutato dalla Cina è la fattibilità del progetto, la sua capacità di generare rientri. In secondo luogo, i processi di concessione sono veloci: in media occorrono 2 anni per approvare e completare un progetto.

Quali sono, allora, gli aspetti da migliorare dei prestiti che arrivano dalla Cina?

Il primo riguarda la condizione alla base della concessione dei prestiti: questi devono essere allocati su progetti che vengono realizzati da un’impresa cinese, nota come “tying” o “vincolamento”. La Cina non è l’unica ad apporre questa condizione, anche il Giappone lo fa in alcuni casi e anche il Regno Unito era solito farlo, fino alla fine degli anni ’80 del secolo scorso.

Il secondo riguarda i governi africani che, scrive Hannah Wanjie Ryder, dovrebbero riuscire a dare la priorità a quei progetti che sono maggiormente profittevoli per i loro cittadini e decidere loro come realizzarli, ad esempio utilizzando materie prime e forza lavoro locale.

Il terzo concerne i controlli che i governi africani dovrebbero condurre nei confronti delle aziende cinesi, poiché alcuni gruppi cinesi coinvolti in progetti infrastrutturali in Africa si sono dimostrati essere sulla blacklist della Banca Mondiale per corruzione.

L’Africa è dunque tra il martello e l’incudine non potendo, da un lato, avere accesso a prestiti con interessi favorevoli da altri enti e trovandosi di fronte ai prestiti vincolati della Cina? Non proprio.

Esiste, di fatto, una terza via anch’essa di iniziativa cinese.

Nel 2016, la Cina ha creato la Asian Infrastructure and Investment Bank (Banca Asiatica per le Infrastrutture e gli Investimenti, AIIB) – sotto l’egida dell’iniziativa Belt and Road – che dispone di 50 miliardi di dollari di capitale cinese più i contributi provenienti da altri Paesi contributori. I prestiti che la Banca può concedere sono non-vincolati, ma al momento sono riservati alla sola regione asiatica, quindi inaccessibili per i Paesi africani.

Il presidente Xi Jinping, nel suo intervento al Forum per la Cooperazione Cina-Africa, ha però annunciato che nei 60 miliardi di prestiti e aiuti destinati ai Paesi africani, 10 miliardi verranno destinati a un nuovo fondo speciale per lo sviluppo africano che sembra possa essere simile alla Banca Asiatica. Una novità che potrebbe cambiare notevolmente la situazione e i vincoli dei prestiti cinesi in Africa.

Secondo l’analisi di Hannah Wanjie Ryder, alla chiusura del Forum per la Cooperazione, non occorre chiedersi se i prestiti cinesi in Africa siano o meno buoni per i Paesi africani, ma la domanda da porsi è quanto i leader africani saranno in grado di imporre i loro interessi e i bisogni dei loro cittadini e come la Cina e gli altri Paesi risponderanno a tali richieste.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e cinesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

di Redazione

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