La prospettiva dei ribelli su Idlib: essere o non essere

Pubblicato il 6 settembre 2018 alle 14:44 in Siria Turchia

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

I ribelli siriani stanziati nel nord-ovest del Paese non solo sono pronti a combattere, ma fanno grande affidamento sulla loro vicina alleata, Turchia, la quale dovrebbe aiutarli ad impedire l’offensiva guidata dal presidente, Bashar al-Assad. Le forze del regime siriano sono già presenti, schierate in prima linea, accanto ai contingenti alleati russi e iraniani, intorno all’ultimo bastione ribelle del Paese, la provincia di Idlib.

Già il 4 settembre, alcuni aerei da guerra russi avevano attaccato la provincia siriana, dopo un un’interruzione delle offensive durata 22 giorni, segnando il preludio di un possibile assalto secondo Reuters. Nonostante la presenza di schieramenti militari su entrambi i fronti, sembra che il destino di Idlib sarà basato sul vertice che si terrà a Teheran, il 7 settembre, tra i sostenitori di Assad, Russia e Iran, e l’alleata dell’opposizione, la Turchia.

A tal proposito, Mustafa Sejari, un comandante del Free Syrian Army (FSA), ha dichiarato: “Siamo consapevoli dei sentimenti di vendetta e dei massacri che ci colpiranno se (le forze di Assad) si avvicineranno alle nostre teste. Faranno una carneficina. La prossima battaglia sarà una questione di essere o non essere”.

Sostenuto dai contingenti aerei russi, Assad ha riconquisto un’enclave ribelle dopo l’altra. Idlib e dintorni sono ora l’unica area in attiva opposizione armata. I ribelli sostenuti dalla Turchia, però, detengono anche una zona adiacente alla provincia in territorio siriano, più precisamente nei pressi del confine con la Turchia. In tale area, Ankara li aiutati a creare una vera e propria amministrazione locale, ad oggi rimasta lontana dai combattimenti.

I ribelli stanziati ad Idlib sostengono di non avere altra scelta se non combattere fino alla fine. Nella provincia siriana che ha attirato l’attenzione internazionale, non sono presenti solo membri dell’opposizione che vi risiedono da lungo tempo, ma anche molti ribelli sconfitti che, accettando la resa, sono stati trasferiti nell’area con degli autobus. Proprio a questo proposito, un altro ufficiale ribelle, Mohammad Rasheed, ha dichiarato: “Non c’è un’altra Idlib dove possiamo spostarci. O moriamo qui o resistiamo fino a quando non vinciamo e rimaniamo”.

Entrambi gli ufficiali citiati, Sejari e Rasheed, appartengono a fazioni ribelli che hanno combattuto sotto lo stendardo del Free Syrian Army e sono stati a lungo in disaccordo con le componenti jihadiste che dominano gran parte di Idlib. Il più potente gruppo jihadista della provincia è l’alleanza Tahrir al-Sham, guidata dall’ex affiliata siriana di al Qaeda, precedentemente nota come Fronte Nusra. Le forze dell’opposizione, sia appartenenti a Tahrir al-Sham, sia della FSA, hanno affermato di aver accantonato le loro dispute per fronteggiare il nemico comune: Assad. A tal fine, la Free Syrian Army ha inoltre accelerato la formazione di nuove reclute da inviare in prima linea.

In questo contesto, la Russia, da parte sua, ha dichiarato che non ci sono opzioni per il nord-ovest della Siria. L’unica alternativa di Mosca è sradicare Fronte Nusra e ripulire l’intera area, definita un “nido di terroristi” e “un ascesso infettato” bisognoso di essere purificato. Anche la Turchia, insieme alle Nazioni Unte, ha classificato Tahrir al-Sham come un gruppo terroristico. Tuttavia, Ankara afferma che in qualsiasi azione occorre distinguere tra civili e terroristi, altrimenti un attacco indistinto causerebbe un massacro.

Il governatorato di Idlib fa parte delle zone cuscinetto stabilite dal quarto round dei negoziati di Astana, svoltosi nella capitale del Kazakistan il 3 e il 4 maggio 2017. In tale occasione, la Turchia aveva stabilito, in accrodo con Russia e Iran, che la provincia sarebbe stata una zona di de-escalation e ciò avrebbe permesso ad Ankara di invire alcune unità del proprio esercito per erigere una serie di punti di osservazione lungo la linea di confine tra ribelli e le proprie forze armate. Tuttavia, nelle condizioni attuali, la presenza turca rappresenta una minaccia, in quanto, in caso di un attacco da parte del governo siriano, la situazione potrebbe degenerare innescando anche una crisi con la Turchia, in assenza di un accordo politico.

I ribelli, una volta messi al corrente delle trattative tra Russia e Turchia, hanno dichiarato di aver offerto ad entrambi i Paesi rassicurazioni circa l’impegno a raggiungere un accordo per evitare attacchi aerei, i quali, in precedenza, hanno già paralizzato la vita quotidiana di altre enclave ribelli, infine costrette ad arrendersi. Oltre a ciò, le fazioni dell’opposizione sperano che Ankara mantenga fuori dal conflitto la striscia territoriale che va da Afrin a Jarablus, dove l’amministrazione locale potrebbe essere un potenziale ultimo rifugio per gli oppositori di Assad in Siria.

“Speriamo che la presenza della Turchia non permetta allo scenario di Ghouta o Daraa di ripetersi” ha dichiarato, Abdul Hakim al-Rahmoun, un altro comandante ribelle.

Leggi Sicurezza Internazionale, il primo quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Alice Bellante

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.