Iraq: proteste che uccidono

Pubblicato il 5 settembre 2018 alle 18:29 in Iraq Medio Oriente

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Sono almeno 6 le persone uccise e più di 20 quelle ferite, martedì 4 settembre, nella città di Bassora, nel sud dell’Iraq, durante le proteste in corso nel Paese contro i problemi economici e lo stato dei servizi pubblici. Oltre ad i manifestanti, anche 15 membri delle forze dell’ordine sono rimasti feriti negli scontri.

Il capo del Consiglio per i Diritti Umani del governo della provincia di Bassora, Mehdi al-Tamimi, ha dichiarato che le forze di sicurezza irachene hanno aperto il fuoco direttamente sui manifestanti. Durante le proteste, alcune persone tra la folla hanno lanciato delle bombe Molotov e altri dispositivi esplosivi, a cui le forze di sicurezza hanno risposto anche con gas lacrimogeni e sparando colpi in aria.

Alla luce di tali accadimenti e in seguito alla morte di un manifestante, il 3 settembre, il primo ministro iracheno, Haider al-Abadi, ha annunciato l’avvio di un’inchiesta e, durante una conferenza stampa a Baghdad, ha ribadito di aver ordinato alle forze dell’ordine di non sparare veri e propri proiettili contro i manifestanti o in aria.

La vittima del 3 settembre era Mekki Yasser Ashur, morto dopo essere stato colpito durante le proteste di Bassora. Il giorno seguente al decesso, si è svolto un corteo funebre partito dalle strade della città meridionale, terminato davanti alla sede del governo, dove poi sono stato lanciati gas lacrimogeni per interrompere la processione. Durante la celebrazione, alcuni dei partecipanti civili hanno sparato diversi colpi di pistola in aria, salutando Ashur come un “martire”.

Dal momento che le morti e i disordini in corso nel Paese non accennano a fermarsi, il governo ha annunciato l’avvio di un piano di emergenza in risposta alle proteste, promettendo inoltre di investire miliardi di dollari nel sud dell’Iraq. Nonostante ciò, i manifestanti rimangono diffidenti nei confronti degli impegni presi dall’amministrazione in uscita, proprio a causa del nuovo governo, in carica da maggio ma ancora incapace di governare.

Dall’inizio del mese di luglio, sono state uccise 21 persone durante i disordini diffusi per tutto l’Iraq. Per i manifestanti, è la corruzione il fattore determinante per la loro situazione. In seguito all’invasione statunitense del 20 marzo 2003, i neoeletti leader e funzionari pubblici iracheni hanno raccolto i benefici dei fondi pubblici e i profitti delle risorse naturali, lasciando ai cittadini solo le infrastrutture di base. A conferma di ciò, i tagli cronici dell’elettricità continuano a lasciare i residenti iracheni in balia delle altissime temperature estive, che durante le proteste hanno raggiunto i 50 gradi Celsius. Oltre a ciò, gli abitanti del Paese mediorientale, nell’anno corrente, hanno anche sofferto di carenze di acqua, a causa della siccità e delle dighe costruite dagli Stati vicini.

Il primo ministro, Haider al-Abadi, a capo di un debole governo provvisorio in vigore finché non ne verrà formato uno definitivo, ha annunciato che la sua amministrazione sbloccherà fondi per i servizi di Basra, quali acqua, elettricità e settore sanitario. Abadi, che ricopre anche l’incarico di comandante in capo alle forze armate irachene, ha inoltre dato ordine di dispiegare un maggior numero di forze di sicurezza e di metterle in stato di allerta nelle province del sud, per far fronte alle agitazioni cittadine.

Il leader clericale sciita del Paese, il Grande Ayatollah Ali al-Sistani, invece, ha espresso solidarietà verso i manifestanti, affermando che essi fanno fronte a “un’estrema carenza di servizi pubblici”. Sistani gode della devozione di milioni di seguaci, e interviene raramente nelle questioni politiche dell’Iraq; tuttavia, quando lo fa, ha un enorme seguito presso la popolazione. Un blocco politico guidato dal clericale Moqtada al-Sadr ha vinto la maggioranza nelle votazioni condotte tramite una piattaforma anti-corruzione che aveva fatto ricorso in merito alle elezioni di maggio.

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Alice Bellante

di Redazione

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