Libia: Facebook inaccessibile a Tripoli

Pubblicato il 4 settembre 2018 alle 9:41 in Africa Libia

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Mentre gli scontri in Libia continuano, dal 3 settembre, Facebook non è più accessibile nella capitale Tripoli e in altre città. Il social network fondato da Mark Zuckerberg è la fonte principale di notizie nel Paese nordafricano. Non a caso, funzionari governativi, ministri e gruppi armati hanno il controllo delle dichiarazioni pubblicate sul sito.

L’interruzione è iniziata a mezzogiorno, secondo quanto riportato da diversi utenti su Twitter e secondo le dichiarazioni di alcuni residenti libici. I funzionari governativi del Paese non hanno dato alcuna risposta riguardo alla natura del danno, non è ancora chiaro se si tratti di un blocco imposto volontariamente o di un malfunzionamento. Ciò che emerge tuttavia è che, ad oggi, è possibile accedere a tutti i siti web, tranne Facebook.

Il portavoce della International Telecommunication Company di Tripoli ha dichiarato che il social network è fermo a causa di un malfunzionamento del provider internazionale. Sulla stessa linea, anche un funzionario della Libya Telecom and Technology (LTT) ha riferito ad alcuni giornalisti Facebook non è stato bloccato ma, al contrario, ha riscontrato un problema tecnico, aggiungendo che l’azienda si sta mettendo in contatto con il provider internazionale. Da parte loro, Libyan Mail, Telecom e IT Holding Company hanno dichiarato che i servizi internet sono stati penalizzati dallo stato di sicurezza di Tripoli, in quanto i tecnici di manutenzione non sono riusciti a raggiungere la posizione dei dispositivi che hanno smesso di funzionare a causa di una mancanza di energia.

In contrasto con le affermazioni delle compagnie di telecomunicazione, la Democracy and Human Rights Foundation ha condannato Tripoli, accusandola di aver bloccato il social network e invitando il mondo libero a sostenere il popolo libico. A tal proposito, la fondazione ha dichiarato: “Il blocco di Facebook e l’imposizione di altre misure fasciste da parte del governo libico è un affronto alla libertà, alla democrazia e ai diritti umani”.

L’accesso al web in Libia è controllato da aziende statali ed è monitorato da organismi di sicurezza, a loro volta controllati dai gruppi armati che lavorano con il governo sostenuto dalle Nazioni Unite a Tripoli. I giornali non hanno alcun ruolo. Infine, per quanto riguarda i media nazionali indipendenti aventi sede all’interno del Paese, essi non sono abbastanza per acquisire rilevanza, in quanto i giornalisti subiscono spesso minacce da gruppi armati o funzionari scontenti di una copertura critica.

L’inizio dei disordini in Libia risale al 17 febbraio 2011, data del crollo del regime di Gheddafi, il quale governava il Paese dal 1969. Da allora, la nazione si è divisa in fazioni rivali che causano disordini e conflitti armati, contribuendo alla proliferazione di una miriade di milizie, gruppi jihadisti e trafficanti di esseri umani. La prima guerra civile ha avuto luogo tra il febbraio e l’ottobre del 2011 e ha visto le forze lealiste di Gheddafi contrapporsi a quelle dei rivoltosi, riunite nel Consiglio nazionale di transizione. Tuttavia, da quando l’intervento della NATO, guidato dagli Stati Uniti e dalla Francia, ha abbattuto Gheddafi, nell’ottobre 2011, la Libia non ha mai compiuto una transizione democratica. Ad oggi, il potere politico è diviso in due governi. Il primo, creato dall’ONU con gli accordi di Skhirat, il 17 dicembre 2015, ha sede a Tripoli ed è guidato, dal 30 marzo 2016, dal premier Fayez al-Serraj, sostenuto dalle Nazioni Unite e dall’Italia. Il secondo, invece, ha sede a Tobruk ed è appoggiato principalmente da Russia ed Egitto.

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Alice Bellante

di Redazione

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