Caos Libia: le milizie coinvolte negli scontri a Tripoli

Pubblicato il 4 settembre 2018 alle 16:19 in Africa Libia

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Il 27 agosto sono scoppiati scontri a Tripoli e nell’area circostante tra milizie rivali. Alla data del 3 settembre, le offensive continuano, i morti ammontano a 47, i feriti a 129 e i dispersi a 8. Il Consiglio presidenziale libico, guidato dal premier Fayez Serraj, ha dichiarato lo stato di emergenza nella capitale, promettendo l’attuazione di nuove misure di sicurezza per far fronte alla situazione. Per cercare di comprendere meglio la situazione, è utile far luce sugli attori coinvolti nelle tensioni che stanno caratterizzando la capitale libica, e sulle motivazioni delle loro azioni.

I protagonisti degli scontri a Tripoli sono due coalizioni di milizie. La prima fa capo alla Settima Brigata, conosciuta anche con il nome di Kani, originaria della città di Tarhuna, situata 65 chilometri a sud-est di Tripoli. Con il supporto di altre formazioni di combattenti originari delle regioni di Misrata e Zintan, l’obiettivo della Settima Brigata, spiega al-Jazeera English, è quello di fomentare la violenza per “liberare Tripoli dalle milizie corrotte che usano la loro influenza per accaparrarsi grandi somme di denaro a discapito dei cittadini”. La seconda coalizione, invece, è formata dalle Tripoli Revolutionaries Brigade e dagli alleati Misrata’s 301 Brigade, Bab Tajoura Brigade, Ghanewa Brigade e Nawasi Brigade.

Sia la Settima Brigata sia la Tripoli Revolutionaries Brigade dichiarano di far fede al governo di Tripoli, con le prime che accusano le seconde di corruzione. Nello specifico, i membri della Settima Brigata operavano sotto la guida del Ministero della Difesa, che le ha però ripudiate per via dei legami con Salah Badi, noto leader miliziano che giocò un ruolo chiave negli scontri che rasero al suolo la capitale libica nel 2014.

L’accostamento con tale figura è particolarmente importante, tanto che il quotidiano The National ha pubblicato un articolo, firmato Jamie Prentis, in cui associa il ritorno in Libia di Badi agli scontri iniziati il 27 agosto. La scorsa settimana, Badi ha diffuso un video in cui esorta ad attaccare Tripoli e, negli stessi giorni, le tensioni sono aumentate. Badi ed i suoi seguaci formavano una fazione di una coalizione di milizie chiamata “Libya Dawn” o “Fajr Libya”, che prese il controllo di Tripoli nel 2014, radendo al suolo il suo aeroporto. I gruppi di tale coalizione, spiega l’articolo di The National, vengono considerati la principale causa dell’instabilità libica, sin dalla rivoluzione del febbraio 2011. Dal 2016, Badi ha instaurato il proprio quartier generale in Turchia ma, dalla scorsa settimana, ha manifestato più volte sui social media il supporto per ciò che sta accadendo a Tripoli. “Chiediamo ogni uomo libero di intervenire e combattere fino a quando la capitale sarà libera dalla corruzione”, afferma Badi in un video, aggiungendo che coloro che non sostengono la Settima Brigata hanno soltanto due opzioni, arrendersi o affrontare una punizione.  “Porremo fine alle distorsioni emerse dalla rivoluzione del 2011 e combatteremo contro coloro che hanno causato l’umiliazione dei cittadini di Tripoli”, continua Badi. Non è ancora chiaro quando Badi abbia fatto ritorno in Libia. Tra le accuse mosse contro di lui c’è quella di aver favorito l’ascesa in Libia di Ansar al-Sharia, organizzazione fondata nel 2011 e legata ad al-Qaeda, scioltasi nel maggio 2017.

Dall’altra parte, il capo delle Tripoli Revolutionaries Brigade, Haitham Tajouri, e al consigliere per la sicurezza governativo, Hashem Bishr, che sono rientrati in Libia dal pellegrinaggio in Arabia Saudita appena sono scoppiate le tensioni, hanno affermato che i magazzini di armi sono a disposizione dei cittadini di Tripoli, affinché venga repressa l’aggressione.

Secondo alcuni esperti, quanto sta accadendo dimostra che il governo di Tripoli non è riuscito a integrare le forze irregolari all’interno dell’apparato di sicurezza statale. Questo fatto, unito al consolidamento di potere da parte di fazioni e milizie, ha contribuito a creare tensione con altri gruppi che si sono sentiti marginalizzati e che hanno temuto di non avere più accesso ai fondi governativi.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

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