Consiglio presidenziale di Tripoli dichiara lo stato di emergenza

Pubblicato il 3 settembre 2018 alle 10:01 in Africa Libia

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Il Consiglio presidenziale libico (PC) di Tripoli ha dichiarato lo stato di emergenza, avvertendo le parti coinvolte che la violenza nell’area della capitale non rimarrà impunita. “Tutti gli attori coinvolti devono rispettare la tregua che è stata concordata sotto l’auspicio della missione dell’Onu in Libia”, recita il comunicato del Consiglio presidenziale, rilasciato la sera di domenica 2 settembre, in cui viene aggiunto che, date le condizioni di insicurezza, lo stato di emergenza riguarda la capitale e le aree circostanti, al fine di proteggere le vite dei cittadini e le loro proprietà. Secondo quanto riportato dal quotidiano libico The Libya Observer, il Consiglio presidenziale ha altresì annunciato la creazione di un comitato incaricato di attuare misure di sicurezza per evitare che gruppi di criminali esterni si avvantaggino della situazione.

Nel frattempo, il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha condannato gli scontri di Tripoli, in particolare “l’uso indiscriminato della forza da parte dei gruppi armati che ha causato la morte di civili, tra cui bambini”. La dichiarazione rilasciata dalla missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (UNISMIL) esorta le parti coinvolte a all’immediata sospensione delle ostilità concedere l’invio di aiuti umanitari a coloro che necessitano assistenza. Inoltre, il comunicato rende noto che il rappresentante speciale dell’Onu in Libia, Ghassam Salame, è disponibile a collaborare con le parti coinvolte negli scontri per trovare un accordo che ponga fine alle violenze, a beneficio dei cittadini libici.

Il 27 agosto sono morte 30 persone, tra cui almeno 4 bambini, mentre altre 96 sono rimaste ferite, nelle offensive tra milizie armate appartenenti alla Settima Brigata, conosciuta anche con il nome di Kanyat, originarie della città di Tarhuna, e un’altra coalizione formata da Tripoli Revolutionaries Brigade, Misrata’s 301 Brigade, Bab Tajoura Brigade, Ghanewa Brigade e Nawasi Brigade. I combattimenti sono proseguiti anche nei giorni successivi, per raggiungere, il 30 agosto, una fragile tregua che è durata poche ore ed è stata interrotta la sera stessa. Tali offensive hanno altresì causato la dispersione di numerosi civili e migranti presenti nell’area. In particolare, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) ha reso noto che, nell’arco settimana passata, centinaia di migranti sono stati evacuati dai centri di detenzione nel sud di Tripoli, per via degli scontri tra i gruppi rivali. Oltre ai 118 migranti aiutati dall’IOM, il 29 agosto, altre 300 persone sono state evacuate dal Direzione per la lotta all’immigrazione illegale (DCIM) presso centri sicuri, con il supporto di altri attori umanitari. Infine, il 30 settembre, in coordinazione con in Danish Refugee Council (DRC) e l’ambasciata della Somalia, l’IOM ha assistito circa 90 migranti somali coinvolti negli scontri. Coloro che hanno espresso il desiderio di essere rimpatriati sono stati inseriti nel programma di ritorno volontario assistito, attraverso il quale raggiungeranno i loro Paesi di origine in sicurezza.

Nuovi scontri sono scoppiati a Tripoli, sabato 1 settembre, causando il ferimento di almeno 3 persone in seguito al lancio di alcuni razzi contro la capitale libica, tra cui l’hotel Al-Waddan, una nota struttura alberghiera poco distante dall’ambasciata italiana. Ciò ha determinato la temporanea chiusura dell’aeroporto situato in prossimità della capitale libica. In seguito a tali eventi, i ministeri degli Esteri di Gran Bretagna, la Francia, l’Italia e gli Stati Uniti hanno condannato gli episodi di violenza rilasciando un comunicato congiunto in cui hanno reso noto che “simili tentativi di indebolire le legittime autorità libiche e ostruire lo svolgimento del presente processo politico sono inaccettabili”. Le potenze occidentali hanno altresì esortato i gruppi armati a cessare immediatamente ogni azione militare, mettendo in guardia coloro che stanno tentando di minare la stabilità di Tripoli, i quali verranno ritenuti direttamente responsabili delle loro azioni.

La Libia versa in uno stato di caos dal febbraio 2011, anno dello scoppio della rivoluzione. Successivamente, nonostante l’intervento della NATO e il rovesciamento di Gheddafi, il paese nordafricano non è mai riuscito ad effettuare una transizione democratica, con il risultato che, ancora oggi, il potere politico è diviso in due governi. Il primo insediato a Tripoli e appoggiato dall’Onu e dall’Italia, e il secondo insediato a Tobruk e sostenuto da Russia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti. L’assenza di una guida unitaria del Paese, in grado di controllare efficacemente tutto il territorio nazionale ed i suoi confini, ha fatto sì che i trafficanti di esseri umani, i gruppi armati ed i terroristi portassero avanti indisturbati le proprie attività a danno dei migranti, che sono vittima di abusi continui, venendo catturati per poi essere costretti ai lavori forzati.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

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