Soldati israeliani feriscono un ministro palestinese

Pubblicato il 31 agosto 2018 alle 15:24 in Israele Palestina

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Alcuni soldati israeliani hanno sparato a Walid Assaf, un ministro palestinese, capo della Commissione Nazionale contro l’Annessione del Muro e degli Insediamenti, con alcuni proiettili di gomma, ferendolo, nel villaggio di Das Karkar, nei pressi della città di Ramallah, giovedì 30 agosto. Assaf, il cui orecchio sinistro è stato ferito, è stato colpito durante la partecipazione ad una protesta pacifica contro i piani di confisca israeliana per il villaggio di Das Karkar, secondo l’agenzia di stampa dell’Autorità palestinese WAFA. Secondo il ministro, i palestinesi dovrebbero continuare a scendere in piazza e protestare contro l’espansione degli insediamenti nella Cisgiordania occupata. Anche due accompagnatori di Assaf sono stati feriti dopo essere stati presi di mira da proiettili israeliani.

 Più di 600.000 ebrei israeliani vivono in insediamenti tra la Cisgiordania e Gerusalemme Est, in costruzioni considerate illegali secondo il diritto internazionale. Martedì 28 agosto, il governo giapponese ha condannato Israele affermando che il proprio Paese “deplora profondamente” i piani dello Stato Ebraico finalizzati a costruire illegalmente più di 1.000 unità abitative. Il segretario della stampa giapponese, Takeshi Osuga, ha evidenziato che Israele sta continuando le sue attività di insediamento illegali nonostante le ripetute richieste di congelarle. “Le operazioni di insediamento sono una violazione del diritto internazionale e il Giappone ha ripetutamente invitato il governo di Israele a congelare completamente tali attività” ha detto Takeshi, sottolineando infine il proprio sostegno per una soluzione a due stati. 

Alla luce delle continue tensioni tra Israele e Palestina, in un rapporto pubblicato venerdì 17 agosto dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, è stata evidenziata la necessità di potenziare la protezione dei civili palestinesi tramite il dispiego di forze armate. Il document pubblicato era stato richiesto dall’Assemblea Generale a margine di una risoluzione adottata dall’organizzazione nel mese di giugno. Nel documento in questione si condannava principalmente il modus operandi di Israele e la sua smodata e violenta reazione di repressione delle proteste dei civili palestinesi al confine lungo la Striscia di Gaza, e si denunciava, per contro, il lancio di razzi da Gaza verso le aree di residenza dei civili israeliani. La risoluzione, perciò, chiedeva all’Onu di stilare alcune proposte concrete per assicurare “la sicurezza, la salvaguardia e il benessere della popolazione civile palestinese sotto l’occupazione israeliana”, ivi inclusa la redazione di raccomandazioni inerenti al meccanismo di protezione internazionale.

 

Guterres, nel rapporto pubblicato nella seconda metà di agosto, ha delineato quattro opzioni, ma non ha fatto raccomandazioni specifiche su quale delle quattro ritiene essere la migliore. Il segretario delle Nazioni Unite ha spiegato che tutte le opzioni necessiterebbero, in ogni caso, di una cooperazione da ambo le parti, una cessazione delle ostilità prolungata tra Israele e Palestina e la devoluzione di ulteriori risorse affinché ci si assicuri che la strada sia efficacemente percorribile. “La combinazione di un’occupazione militare prolungata, di costanti minacce alla sicurezza, di istituzioni politiche deboli, e di un processo di pace stagnante fanno sì che la sfida verso una protezione efficace sia altamente complessa sul piano politico, legale e pratico” ha argomentato il Segretario Generale delle Nazioni Unite.

Le soluzioni elencate da Guterres sono le seguenti. Secondo la prima opzione, l’Onu potrebbe dispiegare un esercito di peacekeepers armati, oppure permettere di operare in egual misura a forze armate provenienti da altri Stati con affinità di intenti nel quadro operativo dell’Onu e, sotto un suo mandato, assicurare la protezione fisica dei civili. Tuttavia, un’opzione del genere necessita in ogni caso dell’approvazione del Consiglio di Sicurezza, e, in seno ai suoi membri, gli Stati Uniti, il più forte alleato di Israele, porrebbero molto probabilmente il veto ad una simile proposta. La seconda opzione, invece, prevedrebbe l’avvio del lavoro di un osservatore civile, sia esso dell’Onu o indipendente, per riferire news inerenti allo stato di sicurezza della regione palestinese e alla protezione e salvaguardia del benessere della popolazione. Anche in questo secondo caso, sarebbe necessario un mandato specifico delle Nazioni Unite. Come terza soluzione, potrebbe essere possibile espandere gli attuali programmi dell’Onu, e ampliare lo sviluppo di aiuti umanitari mirati, da stanziare per i civili palestinesi o ancora per rafforzare il potere delle istituzioni locali. Infine, come ultima opzione l’Onu potrebbe inviare un più cospicuo numero di ufficiali in loco, affinché si occupino del rispetto dei diritti umani, della coordinazione e delle questioni politiche direttamente sul territorio. Tutto ciò al fine di potenziare i controlli e il feedback sulla situazione palestinese, ma anche per aumentare la visibilità delle Nazioni Unite sul territorio. Tale mossa potrebbe svolgere anche un’azione deterrente.

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Alice Bellante

di Redazione

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