Erdogan: “Turchia collabora con Russia e Iran per evitare disastro a Idlib”

Pubblicato il 31 agosto 2018 alle 13:25 in Siria Turchia

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Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha reso noto che la Turchia sta collaborando con la Russia e l’Iran affinché venga evitato “un altro disastro simile ad Aleppo” nella provincia siriana di Idlib.

Idlib, città situata nel nordovest della Siria, in prossimità del confine turco, è l’ultima provincia controllata dai ribelli al regime di Damasco e rappresenta altresì un rifugio per civili e dissidenti provenienti da altre regioni siriane e per alcune forze jihadiste. Il regime del presidente siriano, Bashar al Assad, sta pianificando un’offensiva, definita “a fasi”, in tale area. Secondo quanto riportato da Reuters, le sue forze stanno progettando di colpire Idlib da due diversi fronti del territorio siriano. Ad Ovest, verso la città occidentale di Jisr al-Shughour e la pianura di Al-Ghab, mentre al Sud saranno colpite le città di al-Latamenah, Khan Sheikhoun e Maarat al-Numan. Idlib dovrebbe essere presa di mira in una seconda fase delle operazioni. Assad e i suoi sostenitori, prendendo il controllo delle aree a Sud e ad Ovest del Paese, saranno più vicini alla riconquista delle principali vie di collegamento che vanno da Aleppo ad Hama e Latakia, due delle più importanti strade della Siria pre-conflitto.

Nel frattempo, la Russia, principale sostenitrice del regime di Assad, ha schierato numerose navi da guerra nel Mediterraneo, in direzione della costa siriana, in quella che i media di Mosca hanno definito “la più grande unità navale da quando Mosca è intervenuta nel conflitto nel 2015”. Il movimento delle fregate in questione arriva presumibilmente proprio in preparazione dell’assalto all’ultima roccaforte ribelle, secondo quanto riferisce The New Arab.

In tale contesto, la Turchia ha intensificato i contatti con la Russia e l’Iran per cercare di gestire la situazione, in modo da evitare un disastro umanitario. Secondo l’Onu, l’offensiva potrebbe provocare l’evacuazione di 2.5 milioni di persone in prossimità dei confini tra Turchia e Siria. “Stiamo collaborando con Mosca e Teheran per evitare il peggio”, ha dichiarato Erdogan il 30 agosto presso il palazzo presidenziale di Ankara, promettendo altresì di attuare politiche di sicurezza in tutte le aree a rischio.

“Stiamo cercando di eliminare i terroristi da Manbij attraverso colloqui con gli americani”, ha reso noto il leader turco. Manbij è una città situata nel nord della Siria, a ovest del fiume Eufrate, occupata dall’ISIS fino ad agosto 2016 quando le Syrian Democratic Forces (SDF) l’hanno liberata e, da allora, gestita. Le SDF sono un’alleanza a maggioranza curda, guidata dalle forze curde delle People’s Protection Units (YPG), che combatte contro il regime del presidente siriano. Ankara, tuttavia, ha sempre guardato con timore alla presenza curda nel nord della Siria, per due ragioni. La prima è che la Turchia considera il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), il partito politico e paramilitare curdo attivo in Turchia e Nord dell’Iraq, un’organizzazione terroristica e ritiene che le YPG siano un suo affiliato. La seconda ragione è che un’eventuale autonomia curda nel Nord della Siria potrebbe, secondo Ankara, generare aspettative di autonomia nei curdi stanziati in territorio turco.  La Turchia, pertanto, ha esercitato pressione sugli Stati Uniti per concludere un accordo sulla città di Manbij, raggiunto il 4 giugno, a Washington, in occasione dell’incontro tra il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, e il Segretario di Stato americano, Mike Pompeo. In particolare, la Turchia e gli Stati Uniti hanno approvato un percorso comune per la gestione di Manbij, stabilendo la rimozione dalla città delle forze curde, sostenute dagli Stati Uniti in quanto partner fondamentale nella guerra contro l’ISIS.

Entrato ormai nel suo ottavo anno, il conflitto siriano ha causato circa 465.000 vittime, oltre che un milione di feriti, e ha costretto circa 12 milioni di persone, corrispondenti alla metà della popolazione siriana prima della guerra, ad abbandonare le proprie abitazioni.

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Sofia Cecinini

di Redazione

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