Siria: Idlib e Manbij al centro degli interessi di Ankara

Pubblicato il 30 agosto 2018 alle 14:21 in Siria Turchia

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La Turchia è impegnata a mantenere il cessate il fuoco nella provincia di Idlib, in Siria, e a portare avanti la roadmap congiunta con gli Stati Uniti sulla città di Manbij, in vista della rimozione delle forze curde. Lo ha dichiarato il ministro della Difesa turco, Hulusi Akar, nel discorso tenuto in occasione di una cerimonia militare ad Ankara, il 30 agosto.

“Per quanto riguarda Manbij, ci sono progressi, anche se lenti. Ricordiamo costantemente ai nostri partner che l’YPG/PKK deve lasciare la regione”, ha dichiarato Akar. Manbij è una città situata nel nord della Siria, a ovest del fiume Eufrate, occupata dall’Isis fino ad agosto 2016 quando le Syrian Democratic Forces (SDF) l’hanno liberata e, da allora, gestita. Le SDF sono un’alleanza a maggioranza curda, guidata dalle forze curde delle People’s Protection Units (YPG), che combatte contro il regime del presidente siriano, Bashar Al-Assad. Ankara, tuttavia, ha sempre guardato con timore alla presenza curda nel nord della Siria, per due ragioni principali. Innanzitutto, la Turchia considera il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), il partito politico e paramilitare curdo attivo in Turchia e nord dell’Iraq, un gruppo illegale e ritiene che l’YPG sia una sua propaggine. In secondo luogo, un’eventuale autonomia curda nel nord della Siria potrebbe, secondo Ankara, generare analoghe aspettative di autonomia nei curdi della Turchia. Ankara, pertanto, ha esercitato pressione sugli Stati Uniti per concludere un accordo sulla città di Manbij, raggiunto il 4 giugno, a Washington, in occasione dell’incontro tra il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, e il Segretario di Stato americano, Mike Pompeo. In particolare, la Turchia e gli Stati Uniti hanno approvato un percorso comune per la gestione di Manbij, stabilendo la rimozione dalla città delle forze curde, sostenute dagli Stati Uniti in quanto partner fondamentale nella guerra contro lo Stato Islamico.

Il ministro della Difesa turco ha fatto altresì riferimento alla provincia di Idlib, affermando che la Turchia “sta cercando di mantenere la sicurezza di circa 4 milioni di persone, di continuare gli sforzi di soccorso e di fermare gli attacchi per mantenere il cessate il fuoco a Idlib”. Idlib è una città situata nel nordovest della Siria, in prossimità del confine turco, attualmente controllata dai ribelli al regime di Damasco. Si tratta, in particolare, dell’ultima provincia controllata interamente dai ribelli. Essa, tuttavia, rappresenta un rifugio anche per civili e dissidenti provenienti da altre regioni siriane e per forze jihadiste. Ankara teme che le forze del regime siriano stiano pianificando un’offensiva imminente contro Idlib, ripetutamente attaccata nel mese di agosto. Un eventuale attacco su vasta scala provocherebbe una migrazione di massa verso la Turchia. Secondo le Nazioni Unite, circa 2,5 milioni di persone potrebbero essere costrette verso il confine turco. Per tale ragione, la delicata situazione a Idlib sarà probabilmente oggetto del summit tra il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, il presidente russo, Vladimir Putin, e il presidente iraniano, Hassan Rouhani, che si svolgerà in Iran il 7 settembre. Idlib, peraltro, è da tempo al centro dei colloqui fra la Turchia, la Russia e l’Iran. Il 3 e il 4 maggio 2017, nel corso del processo di pace di Astana, Mosca, Teheran e Ankara l’hanno indicata come una delle 4 zone di de-escalation, stabilite come parte di un tentativo di istituzione di un cessate il fuoco a livello nazionale. Dalla Russia, il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, ha dichiarato che Mosca ha “piena intesa politica” con Ankara sulle questioni che riguardano Idlib, sebbene i due Paesi abbiano interessi diversi in Siria. Se la Russia sostiene il regime siriano del presidente Bashar Al-Assad, la Turchia supporta l’opposizione siriana e alcuni gruppi ribelli.

La guerra in Siria è iniziata nel marzo 2011. Il conflitto, entrato ormai nel suo ottavo anno, ha provocato oltre 350.000 morti e milioni di sfollati.

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Roberta Costanzo

di Redazione

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