Myanmar respinge accuse di genocidio dell’Onu

Pubblicato il 30 agosto 2018 alle 7:31 in Asia Myanmar

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Il Myanmar ha respinto le accuse mosse dal rapporto rilasciato dall’Onu il 27 agosto, in cui alcuni ufficiali dell’esercito del Paese asiatico vengono ritenuti responsabili di genocidio nei confronti della minoranza musulmana dei Rohingya. 

Il portavoce del governo di Naypyidaw, Zaw Htay, ha riferito che il Myanmar non concorda o accetta nessuna delle risoluzioni del Consiglio per i diritti umani dell’Onu. “Abbiamo zero tolleranza verso le violazioni dei diritti umani e, dal momento che non abbiamo permesso alla missione dell’Onu di entrare in Myanmar, non accettiamo nessuna delle sue risoluzioni”, ha chiarito Zaw Htay, aggiungendo che il Paese possiede la propria commissione indipendente per smentire le false accuse mosse dalle agenzie dell’Onu e dalla comunità internazionale nei confronti del proprio esercito.

Secondo quanti riferisce la BBC, la Cina, che ha forti legami commerciali e diplomatici con il Myanmar, ha respinto a sua volta il report dell’Onu, sostenendo che il governo di Naypyidaw sta subendo troppe pressioni. Pechino, inoltre, ritiene che la questione dei Rohingya sia estremamente complicata, motivo per cui “il criticismo unilaterale e azioni pressanti non aiutano a risolvere il problema”.

La minoranza musulmana Rohingya non è mai stata riconosciuta ufficiale del Paese e, per questo, è stata spesso vittima di persecuzioni da parte della maggioranza buddista che popola il Myanmar. Tali persecuzioni hanno subito un aumento progressivo nel corso del 2017, raggiungendo l’apice nel mese di agosto quando alcuni militanti islamisti appartenenti ai Rohingya attaccarono alcune stazioni di polizia. Secondo quanto riportato dalle Nazioni Unite, circa 700.000 Rohingya avrebbero lasciato il Paese per rifugiarsi in Bangladesh a seguito dell’avvio dell’offensiva guidata dall’esercito nazionale. La gravità della situazione ha poi spinto i governi di Bangladesh e Myanmar ad incontrarsi per trovare un accordo sul processo di rimpatrio della minoranza Rohingya. Tale accordo è stato raggiunto all’inizio del 2018, nel mese di gennaio, e prevede il completamento del rimpatrio volontario della minoranza islamica in Myanmar nel corso di due anni. Il governo del Myanmar ha provveduto ad istituire due centri di accoglienza ed un campo temporaneo situato lungo il confine con il Bangladesh per sistemare i primi profughi rimpatriati. Tuttavia, il vicesegretario generale per gli Affari Umanitari delle Nazioni Unite, Ursula Mueller, dopo aver visitato il Paese lo scorso aprile, ha espresso alcuni dubbi in merito all’adeguatezza delle future sistemazioni per i Rohingya.

L’Onu definisce il genocidio un atto che mira a distruggere, completamente o in parte, un gruppo religioso, nazionale, etnico o raziale. Tale designazione è molto rara nell’ambito del diritto internazionale, ma è stata utilizzata in passato in Paesi come la Bosnia, il Sudan e la Siria e l’Iraq, dove le comunità Yazidi sono state perseguitate. “I crimini nello Stato di Rakhine, e il modo in cui sono stati perpetrati, sono simili per gravità e scopo a quelli con l’intento di genocidio verificatisi in altri contesti”, recida il documento rilasciato dagli ispettori. Nelle conclusioni, il report dell’Onu riferisce che ci sono informazioni sufficienti ad avviare indagini e processi nei confronti degli ufficiali del Myanmar, in modo che la corte competente possa determinare la loro colpevolezza per il genocidio nello Stato del Rakhine.

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Sofia Cecinini

di Redazione

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