Cina vs Usa: chi vincerà nel Mar Cinese Meridionale?

Pubblicato il 30 agosto 2018 alle 6:17 in Approfondimenti Cina

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Il Mar Cinese Meridionale sta diventando sempre di più un punto focale della rivalità strategica marittima tra Cina e Stati Uniti. Si tratta di un braccio di mare ricco di risorse minerarie, giacimenti di petrolio e gas naturale. Ancor più si tratta di un’area attraversata da rotte commerciali che vedono ogni anno passare merci dal valore di circa 5 trilioni di dollari e la cui sovranità è contesa e rivendicata da tutti i Paesi che vi si affacciano, mentre gli Stati Uniti sono interessati a mantenere la libertà di navigazione.

Per poter comprendere meglio la situazione attuale in cui verte il Mar Cinese Meridionale è necessario guardare la macro-quadro che vede, da un lato, una Cina sempre più forte e che espande la sua influenza, sebbene non lo dichiari apertamente e dall’altro, gli Stati Uniti che si ergono a controllori della libertà di navigazione su acque internazionali cercando di tutelare i propri interessi strategici e di evitare di cedere il passo a Pechino in Asia Orientale. Due analisi complementari, ma contrastanti tra loro, pubblicate entrambe da The National Interest riportano lucidamente la visione cinese e quella occidentale-statunitense offrendo una panoramica completa della complessa questione del Mar Cinese Meridionale.

Negli ultimi mesi si sono diffuse tre visioni principali in merito alla tensione nel Mar Cinese Meridionale in Occidente, secondo l’analisi di Hu Bo, direttore esecutivo del Research Center for Maritime Strategy e docente della Peking University di Pechino esperto di strategia marittima, diplomazia cinese e sicurezza internazionale.

La prima visione è quella dell’espansionismo cinese, la seconda è quella della mancanza di colpe per la tensione esistente degli Stati Uniti e la terza è quella del controllo cinese sul Mar Cinese Meridionale a costo degli interessi di tutti gli altri Paesi coinvolti.

Il controllo sul Mar Cinese Meridionale: uno scenario possibile?

Secondo il professor Hu, nessuna potenza, Stati Uniti e Cina compresi, avrebbe la capacità di prendere il controllo sul Mar Cinese Meridionale, poiché viviamo in un mondo in cui gli equilibri di potere sono piuttosto bilanciati. Se è vero, da un lato, che la Cina ha compiuto importanti passi in avanti nel modernizzare il suo esercito e ha aumentato la sua presenza militare nelle acque contese, è anche vero che gli altri Stati che affacciano sul Mar Cinese Meridionale e gli stessi Stati Uniti hanno fatto altrettanto rafforzando la propria presenza militare nella zona. Questa è la ragione per cui è difficile pensare che nel futuro prossimo uno di questi Paesi, compresa la Cina, possa prevalere su tutti gli altri.

La Cina, in realtà, ha mostrato un’agenda che sembra invece mirare ad ottenere il controllo sulle aree del Mar Cinese Meridionale che sono delimitate dalla “linea a nove punti” –  che racchiude il 90% delle acque, scogliere, isole e isolotti del Mar Cinese Meridionale ed è considerata da Pechino la base per le sue rivendicazioni territoriali.

Attraverso le dichiarazioni ufficiali e le attività delle unità militari e paramilitari, il governo cinese ha chiarito due principi, secondo l’analisi di Denny Roy esperto dell’East-West Center.

Il primo è che gli altri Paesi non hanno il permesso di estrarre risorse dal mare o dal fondale marino all’interno dell’area senza il consenso della Cina. Il secondo è che Pechino ha il diritto di chiudere alcune zone di questo spazio marino e vietarne l’accesso per le attività commerciali e militari straniere.Un esempio di questo secondo principio si trova nel bando della pesca che Pechino indice annualmente e nella chiusura di una fascia di acque per permettere i test e le esercitazioni della portaerei cinese Liaoning nel 2013.

Cina: no all’egemonia a parole, i fatti dicono altro

Non importa quanto la Cina porti avanti il suo sviluppo, non è interessata, scrive lo studioso cinese, a perseguire una politica di “egemonia marittima” nel Mar Cinese Meridionale, vista anche la presenza massiccia degli Stati Uniti nella zona. Per questo Pechino crede che l’unica scelta sia quella di creare un ordine di sicurezza inclusivo e comune tra tutti i Paesi coinvolti, membri dell’ASEAN e non.

Tale visione sembra però essere in contrasto con l’attuale politica portata avanti dal governo di Pechino che lo vede tentare di consolidare in modo unilaterale le sue rivendicazioni di privilegi esclusivi su porzioni importanti delle acque contese, secondo Denny Roy. Ciò è confermato anche dalla strategia cinese, portata avanti finora, che mira a risolvere le dispute concernenti il Mar Cinese Meridionale attraverso negoziati bilaterali e non tramite un accordo generale. Un approccio che sembra voler far leva sulla indiscutibile posizione di forza della Cina nei confronti degli altri Paesi coinvolti nelle dispute (il Vietnam, le Filippine, la Malesia, il Brunei, Taiwan e l’Indonesia).

In merito alle dispute e alle rivendicazioni di sovranità degli altri Paesi, la Cina ha sempre cercato di risolvere i contenziosi e dagli anni Novanta del secolo scorso ha condotto dialoghi e negoziati bilaterali culminati nella sigla di un accordo con i Paesi membri dell’ASEAN nel 2002 e con l’attuale negoziato per la creazione di un Codice di Condotta Comune basato sul consenso generale dei Paesi della regione. Tali accordi multilaterali rappresentano, però, secondo l’analista Denny Roy, solo delle piccole concessioni della Cina agli altri Paesi e non hanno il fine di porre fine alle contese regionali che Pechino preferisce trattare attraverso negoziati bilaterali.

Un atteggiamento da grande potenza che il governo cinese non riconosce come proprio, infatti continua ad affermare che la Cina non “cercherà mai espansione, egemonia o di creare sfere di influenza”, nelle parole del suo presidente, Xi Jinping.

A sostegno di questa filosofia, il professor Hu afferma che la politica cinese nel Mar Cinese Meridionale non è espansionistica, anzi, negli ultimi anni è stata caratterizzata da una forma di risposta alle provocazioni. Dal 2009 al 2014, spiega l’analisi di Hu Bo, la Cina ha risposto alle politiche e alle operazioni aggressive condotte da Vietnam e Filippine e dal 2015 ha iniziato a reagire di fronte alle sempre più intese e frequenti attività di pattugliamento per il controllo della libertà di navigazione condotte dagli Stati Uniti. L’analista cinese ritiene che una sempre maggiore presenza militare cinese nelle acque del Mar Cinese Meridionale sia giustificata dalla crescita del potere della Cina e dal fatto che quest’ultima è il Paese con la costa più lunga che affaccia sulle acque contese.

La Cina viene spesso accusata di condurre “assalti aggressivi alla libertà di navigazione” dai media Occidentali, ma non vi sono prove concrete per tali affermazioni, afferma Hu Bo. Anzi, tranne alcune minacce rappresentante dai pirati, il Mar Cinese Meridionale rappresenta una zona in cui la navigazione è piuttosto sicura e la libertà di navigazione assicurata. Parlando di libertà di navigazione sembra sorgere un problema di definizioni tra la visione cinese e quella degli Stati Uniti. Il professor Hu parla di “libertà di navigazione” riferendosi alla possibilità, per le navi commerciali, di attraversare il Mar Cinese Meridionale. Gli Stati Uniti, però, intendono la libertà di navigazione nelle acque e negli spazi aerei internazionali come comprensiva della possibilità per le navi e gli aerei militari americani di operare senza impedimenti in quelle aeree, nel rispetto del Diritto del Mare.

Il ruolo degli Stati Uniti

La Cina ritiene che gli Stati Uniti dovrebbero lasciarle la predominanza strategica in Asia e sul Mar Cinese Meridionale e smettere di ergersi a controllori delle attività cinesi nelle acque contese. Se ciò accadesse e se Pechino potesse avere il riconoscimento internazionale della sua sovranità sul Mar Cinese Meridionale, questo non escluderebbe che la Cina potrebbe decidere di selezionare e bloccare le rotte commerciali di alcuni Paesi con cui ha delle dispute aperte.

Pechino intende creare una sua sfera di influenza sul Mar Cinese Meridionale, un comportamento comprensibile per Paese che vede se stesso come la grande potenza ri-emergente dell’Asia Orientale.

Secondo l’analista dalla Peking University, gli Stati Uniti hanno finora fatto troppo nel Mar Cinese Meridionale e si sono concentrati nel criticare la Cina di aver militarizzato le acque contese, senza far riferimento all’incremento delle proprie azioni militari nella zona. Ogni anno, gli Usa conducono migliaia di esercitazioni militari e centinaia di pattugliamenti nel Mar Cinese Meridionale, operazioni che vengono lette come provocazioni aperte da Pechino, soprattutto quando sono in acque vicine agli arcipelaghi e agli isolotti artificiali che la Cina considera sotto la sua sovranità nazionale. Sarebbe dunque stata la pressante presenza degli Stati Uniti nelle acque contese a forzare la Cina ad aumentare le sue risorse militari nella regione che rappresentano soltanto delle contromisure alle azioni Usa.

La domanda da porsi a questo punto è: la Cina sta davvero solo reagendo o se sta utilizzando le azioni degli altri Paesi come scusa per implementare o accelerare i suoi piani pre-esistenti? La risposta è a metà tra le due opzioni, secondo Denny Roy. Quelle che Pechino percepisce come minacce provenienti dall’estero possono influenzare le tattiche e le tempistiche dei programmi già pronti del governo cinese. Al contempo, operazioni di risposta alle “provocazioni” degli altri Paesi fanno apparire la Cina come meno aggressiva. Si tratta di una strategia che viene però messa in discussione quando le reazioni cinesi appaiono spropositate rispetto alle presunte provocazioni.

Per leggere gli attuali sviluppi sul Mar Cinese Meridionale e comprenderne la portata è necessario porli nella cornice di una più ampia rivalità per l’egemonia tra Cina e Stati Uniti e in quella del desiderio, non apertamente espresso, di Pechino di ampliare la sua sfera di influenza sulla regione. L’analisi del professor Hu Bo, secondo Denny Roy, mostra però come spesso sia difficile assumere questo punto di vista di fronte alla retorica filo-governativa cinese.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti cinesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

di Redazione

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