Premier Etiopia: “World Bank fornirà 1 miliardo di dollari all’Etiopia”

Pubblicato il 27 agosto 2018 alle 11:29 in Africa Etiopia

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Il primo ministro etiope, Abiy Ahmed, ha reso noto che la World Bank fornirà 1 miliardo di dollari all’Etiopia per sostenere il Paese nei prossimi mesi. Secondo quanto riferito dal premier, l’accordo con l’organo internazionale è stato concluso grazie alle riforme in corso in Etiopia.

Si tratta di una notizia molto importante in quanto la World Bank, insieme ad altri gruppi di donatori, aveva sospeso ogni supporto finanziario all’Etiopia nel 2005, in seguito alle proteste e violenze che si erano verificate in occasione delle elezioni politiche dell’epoca. Alla fine di luglio, il premier etiope ha incontrato il presidente del World Bank Group (WBG), Jim Young Kim, a Washington, con cui ha discusso una serie di questioni relative all’economia etiope. Nell’occasione, Jim Young Kim ha annunciato che il WBG era pronto a fornire un robusto supporto all’Etiopia.

Da quando è salito alla guida dello Stato africano, Ahmed ha avviato un cambiamento radicale non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello politico e sociale. L’Etiopia era caratterizzata da tensioni politiche dal novembre 2015 per via del Master Plan, un piano adottato dalle autorità di Addis Abeba, che mirava a espandere il territorio della capitale a discapito degli abitanti della regione di Oromo, la più grande e la più popolosa dello Stato. Nonostante il progetto fosse stato cancellato nel mese di gennaio 2016, le proteste erano continuate, diffondendosi anche nella regione di Amhara e, gradualmente, nel resto del Paese. I cittadini avevano cominciato altresì a chiedere la liberazione dei prigionieri e il riconoscimento di maggiori diritti e maggiore rappresentanza politica per gli abitanti di Oromo e Amhara così che, dal 3 gennaio, il governo di Addis Abeba ha rilasciato più di 7.000 prigionieri per cercare di sedare le tensioni, senza tuttavia riuscirvi. In seguito alle dimissioni dell’ex premier, Hailemariam Desalegn, presentate il 15 febbraio, la coalizione governativa Ethiopia Peoples Revolutionary Democratic Front (EPRDF), ha proclamato lo stato di emergenza per la durata di 6 mesi, con l’obiettivo di interrompere le proteste. Tale condizione, revocata il 5 giugno scorso grazie ad Ahmed, ha previsto una serie di restrizioni alla popolazione per mantenere l’ordine pubblico e garantire la sicurezza, tra cui il divieto di sciopero, di manifestare e di organizzare o partecipare a riunioni non autorizzate.

L’8 giugno, il premier ha altresì sostituito i capi di due rami dei servizi di sicurezza del Paese, quali le forze armate e il Servizio nazionale di Sicurezza e Intelligence, nominando Seare Mekonnen alla guida dell’esercito al posto di Samora Yunis, secondo quanto comunicato su Twitter dal capo dello staff di Abiy, Fitsum Arega. Alla testa del Servizio nazionale di Sicurezza e Intelligence è stato posto invece il dirigente dell’aviazione militare, Adem Mohamed, che ha sostituito Getachew Assefa. Yunis e Assefa sono membri anziani del Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè (TPLF), uno dei quattro partiti della coalizione di governo, mentre i nuovi capi dei due servizi di sicurezza mancano della loro stessa influenza politica. Dieci giorni dopo, Ahmed ha denunciato pubblicamente l’uso della tortura sui prigionieri politici, definendola incostituzionale, presentando una breve relazione al Parlamento, in cui ha esposto la situazione degli affari correnti nel Paese, tra cui la recente decisione di privatizzare la compagnia di telecomunicazioni statale e quella aerea nazionale. Infine, il 9 luglio, l’Etiopia e l’Eritrea hanno firmato un accordo di pace, dichiarando la fine dello stato di guerra tra i due Paesi. Il conflitto, in corso dal 1998, ha destabilizzato l’intera regione e ha visto entrambi i governi incanalare gran parte dei loro budget nella sicurezza. L’Etiopia è diventata un Paese senza sbocco sul mare dal 24 maggio 1993, quando l’Eritrea si è costituita come Stato indipendente. Cinque anni dopo, il 6 maggio 1998, i due vicini hanno cominciato una guerra per la demarcazione del loro confine condiviso. Anche negli anni successivi all’accordo di Algeri, siglato il 12 dicembre del 2000, periodici scontri si sono verificati in seguito al rifiuto dell’Etiopia di accettare la sentenza della Commissione per la delimitazione dei confini sostenuta dall’ONU. Dal 1998, le violenze hanno causato la morte di circa 80.000 persone. La sentenza della Commissione aveva stabilito che la città di Badme, al confine tra i due Stati, dovesse essere ceduta all’Eritrea. Tuttavia, l’Etiopia si è sempre rifiutata di accettare questa condizione e le dispute di confine non sono mai cessate. Il 6 giugno 2018, con una dichiarazione inaspettata, Ahmed aveva affermato di essere pronto ad accogliere integralmente tutte le decisioni della Commissione, accettando di fatto anche la cessione di Badme.

L’Etiopia è uno degli attori principali del Corno d’Africa, sia sul piano economico, sia sul piano della sicurezza. È previsto che il Paese africano diventi il principale esportatore di energia dell’area e anche lo Stato più importante per la produzione di energia rinnovabile di tutto continente. Nonostante le passate tensioni politiche, l’Etiopia è particolarmente attiva nella lotta contro il terrorismo locale, effettuando operazioni contro al-Qaeda e al-Shabaab, ed è impegnato in Sud Sudan per sostenere le sue autorità nella risoluzione della guerra civile.

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Sofia Cecinini

di Redazione

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