Iran: “l’America sta avviando una guerra psicologica contro di noi”

Pubblicato il 26 agosto 2018 alle 10:04 in Iran USA e Canada

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Gli Stati Uniti stanno lanciando una guerra psicologica contro l’Iran e contro i suoi partner economici, ha affermato il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, domenica 26 agosto.

“L’intento americano è quello di avviare una guerra psicologica contro l’Iran e contro i suoi partner commerciali”, ha dichiarato Zarif, aggiungendo: “Da quando Trump ha annunciato il ritiro dall’accordo sul nucleare, l’America non è stata in grado di raggiungere i suoi scopi”. Secondo il ministro iraniano, il trattato sul nucleare ha causato un conflitto politico anche all’interno del Paese: “Ci sono alcuni cittadini iraniani che, invece di gettare le basi per impiegare le opportunità che sono state presentate dall’accordo nucleare, scelgono la via della battaglia politica. E questa conduce a disperazione e delusione”. Le sue parole sono state riportate dall’agenzia di stampa locale Tasnim.

Nel medesimo giorno, il ministro della Difesa iraniano, Amir Hatami, è invece arrivato in Siria per incontrare alcuni ufficiali e funzionari di alto rango nel contesto di una visita diplomatica di due giorni volta a trattare le possibili condizioni per la ricostruzione della Siria, della quale Teheran è, insieme a Mosca, il principale alleato politico. Anche questo fattore gioca un ruolo di importante aggravio delle tensioni bilaterali tra Teheran e Washington. In merito al sostegno iraniano a Damasco, il consigliere per la Sicurezza Nazionale statunitense, John Bolton, ha recentemente dichiarato che l’Iran dovrebbe richiamare le sue forze dalla Siria. Bolton ha altresì affermato che la reimposizione delle sanzioni sta già avendo un effetto significativo sull’economia dell’Iran e sull’opinione pubblica all’interno del Paese. Tuttavia, secondo il consigliere americano, l’attività iraniana nella regione ha continuato ad essere bellicosa. Al riguardo, Bolton ha fatto esplicito riferimento all’atteggiamento iraniano in Iraq, in Siria, in Libano e in Yemen, nonché alla minaccia di Teheran di chiudere le rotte navigabili del Golfo Persico. In particolare, dopo che Washington ha esortato tutti i Paesi del mondo a smettere di importare petrolio iraniano, Teheran ha minacciato di bloccare lo Stretto di Hormuz, situato tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman e unico passaggio marittimo dal Golfo all’Oceano Indiano, solcato da petroliere che trasportano circa il 30% del petrolio greggio commercializzato in tutto il mondo via mare.

Il 7 agosto, Washington aveva annunciato la reintroduzione delle sanzioni contro Teheran, dopo essersi ritirata, l’8 maggio, dal Joint Comprehension Plan of Action (JCPA), l’accordo sul nucleare firmato il 14 luglio 2015 a Vienna da Iran, Stati Uniti, Cina, Russia, Francia, Regno Unito e Germania. L’accordo prevedeva la revoca delle sanzioni internazionali ai danni del Paese mediorientale, in cambio dell’impegno di quest’ultimo a limitare il suo programma nucleare. Secondo l’amministrazione Trump, tuttavia, l’accordo non è riuscito a privare l’Iran dei mezzi necessari per sviluppare un’arma atomica né a interrompere la sua ingerenza sui Paesi vicini del Medio Oriente. Per tali ragioni, gli Stati Uniti hanno notificato il loro recesso dall’accordo e, 3 mesi dopo, hanno reintrodotto sanzioni dirette contro il settore siderurgico e automobilistico iraniano e il nonché contro il settore finanziario. In particolare, le misure restrittive limitano l’accesso alle materie prime e alle parti essenziali e colpiscono le transazioni in dollari, rial, oro e metalli preziosi. L’Iran ha reagito alla decisione statunitense assumendo un atteggiamento di sfida. Il 22 luglio è iniziata una guerra di parole tra Washington e Teheran. Se il leader iraniano, Hassan Rouhani, ha messo in guardia gli Stati Uniti di “non giocare con la coda del leone”, il presidente americano ha replicato che l’Iran dovrebbe smettere di minacciare gli Stati Uniti o prepararsi a “subirne le conseguenze”.

La comunità internazionale, invece, si è divisa sulla reintroduzione delle misure restrittive da parte di Washington. L’Unione Europea ha preso le distanze dagli Stati Uniti, dichiarandosi intenzionata ad adottare misure legali per tutelare le imprese europee operanti in Iran, mentre l’Iraq ha informato che, pur non approvando le sanzioni, le avrebbe fatte rispettare.

Le sanzioni americane pesano sull’economia iraniana, già fiaccata dalla disoccupazione, dall’inflazione (che nel 2017 ha raggiunto l’8,1%) e dal deprezzamento della valuta nazionale. Gli effetti delle sanzioni non sono però unicamente di natura economica, in quanto migliaia di Iraniani hanno protestato contro il carovita, la disoccupazione e la corruzione, alimentando manifestazioni antigovernative.

Una seconda tranche di sanzioni statunitensi contro l’Iran, diretta contro il settore petrolifero e bancario, è prevista per novembre. “Il presidente Trump ha reso molto chiaro che vuole la massima pressione sull’Iran e questo è quello che sta accadendo. Non dovrebbero esserci dubbi che gli Stati Uniti vogliano risolvere questo problema in modo pacifico, ma siamo pienamente preparati per qualsiasi contingenza creata dall’Iran”, aveva spiegato Bolton.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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