Libia: se la questione della sicurezza non verrà risolta, non ci sarà soluzione pacifica

Pubblicato il 25 agosto 2018 alle 6:33 in Africa Libia

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I continui tentativi di unificare la Libia sono minacciati dai costanti attacchi delle milizie armate presenti in tutto il Paese. Le organizzazioni umanitarie e politiche non sono intenzionate a sospende l’embargo sulle armi e chiedono una maggiore unità tra le fazioni in guerra per consentire agli sforzi di pace di avere successo. I combattimenti tra i gruppi di ribelli nella capitale, Tripoli, gli scontri tra i salafiti e le forze del sedicente esercito nazionale libico (LNA), guidato dal generale Khalifa Haftar, le rivolte tra tribù nella città di Sebha, a sud del Paese, perpetuano uno stato di caos. Altre minacce, come gruppi terroristici legati all’ISIS, approfittano del tumulto.

Il 10 agosto 2018, un attacco al campo profughi di Tariq al-Matar, compiuto dalla Brigata di Ghwena, un gruppo legato al Governo di Accordo Nazionale di Tripoli (GNA), appoggiato dall’ONU, ha ricevuto una dura condanna sia dall’organizzazione umanitaria Amnesty International sia dalle Nazioni Unite. Il campo, vicino alla capitale, ospita circa 500 famiglie fuggite dalla città di Tawergha in seguito alle rivolte del 2011. Più di 1900 sono gli sfollati, secondo quanto riferito dall’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR). I civili hanno rivelato che la milizia avrebbe usato l’offensiva come atto di vendetta politica per punire Tawergha che era stata terreno di lancio per le milizie pro-Gheddafi negli attacchi contro la città di Misurata. “Gli ex residenti hanno detto ad Amnesty International che ora il campo è vuoto. Le famiglie sono state private dei loro beni e non hanno nessun posto dove andare”, ha riferito la Direttrice dell’ONG per le campagne nel Nordafrica, Najia Bounaim.

Il 29 maggio 2018, i leader delle principali fazioni libiche si sono incontrati a Parigi, insieme ai rappresentanti delle Nazioni Unite, dell’Unione europea, dell’Unione africana e della Lega araba, per discutere delle elezioni previste per dicembre. Tuttavia, a causa della persistente minaccia rappresentata dalle milizie, si ritiene che questi sforzi di pace verranno messi a repentaglio. “I gruppi armati hanno il potere di fare o distruggere il processo di pace, sono i principali detentori del potere sul terreno. Per questo, il Governo di Accordo Nazionale è interessato a loro”, ha riferito al quotidiano The New Arab l’analista della Libia presso il Consiglio europeo delle relazioni estere, Tarek Megerisi. Questo mese, esperti delle Nazioni Unite hanno affermato che “il comportamento predatorio delle milizie armate rappresenta una minaccia diretta per la transizione politica della Libia”. I gruppi potrebbero colpire l’Autorità per gli investimenti libici, la compagnia nazionale petrolifera (NOC) e la Banca Centrale della Libia. Nel giugno 2018, le Brigate di Difesa di Bengasi hanno improvvisamente preso di mira le raffinerie di petrolio di Sidra e Ras Lanuf, controllate dall’LNA, nella regione della mezzaluna petrolifera. Gli attacchi a queste istituzioni vitali potrebbero ulteriormente destabilizzare la Libia e danneggiare il processo di costruzione del nuovo Stato. “I gruppi armati sono responsabili di persecuzioni mirate e violazioni gravi dei diritti umani, che stanno approfondendo il malessere della popolazione e minacciando la pace e la stabilità a lungo termine della Libia”, hanno ribadito gli esperti dell’ONU.

Nonostante l’embargo sulle armi posto dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, rinnovato a giugno per altri 12 mesi, Paesi come la Russia, gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto forniscono sostegno militare e di altro genere all’esercito nazionale libico di Haftar, mentre altri Stati stranieri inviano armi che spesso cadono nelle mani di milizie minori. “È inevitabile che qualsiasi arma in più che entra nel Paese possa farsi strada nelle mani delle milizie o essere utilizzata in conflitti su larga scala tra le diverse forze più grandi (che sono comunque solo alleanze di milizie)”, ha affermato l’analista Megerisi. Secondo quanto da lui dichiarato, l’embargo sulle armi dovrebbe essere applicato più strettamente per ridurre la militarizzazione della crisi in Libia.

L’LNA di Haftar compie diversi abusi nel suo tentativo di stabilire il controllo su tutta la Libia. Nel suo assalto alla città di Derna, il 29 giugno 2018, il generale ha assediato per giorni l’area impedendo l’entrata dei beni e la fuga di civili. Dal canto suo, il Governo di Accordo Nazionale di Tripoli fa spesso affidamento sulle milizie per garantire la sicurezza, eppure molti di loro commettono gravi abusi. Insieme alle brigate Ghwena, le forze Radaa hanno commesso diverse violazioni come arresti arbitrari e detenzioni, rapimenti e riscatti fino a centinaia di migliaia di dollari, talvolta per mettere pressione politica sugli avversari. Secondo Amnesty International, il GNA dovrebbe spingere le milizie sotto la sua ala facendo rispettare i principi umanitari, giudicando i responsabili dei crimini e confiscando le armi ai gruppi violenti. Unificare le varie fazioni per costituire un esercito, un governo e una forza di polizia unici è essenziale per stabilizzare la Libia. Non solo ciò si rivelerebbe una sfida di per sé, ma è aggravata dal fatto che diversi Stati intendono assicurarsi i propri interessi nel Paese nordafricano, secondo quanto ha riferito Megerisi.

Da quando la guerra, iniziata il 17 febbraio 2011, ha rovesciato il regime del colonnello Muammar Gheddafi, che governava la Libia dal 1969, il Paese nordafricano versa in uno stato di caos. La nazione si è divisa in fazioni rivali che hanno causato per anni disordini e conflitti armati e una miriade di milizie, gruppi jihadisti e trafficanti di esseri umani hanno proliferato. La prima guerra civile ha avuto luogo tra il febbraio e l’ottobre del 2011 e ha visto le forze lealiste di Gheddafi contrapporsi a quelle dei rivoltosi, riunite nel Consiglio nazionale di transizione. Da quando l’intervento della NATO, guidato da Stati Uniti e Francia, ha abbattuto Gheddafi, nell’ottobre 2011, la Libia non ha mai compiuto una transizione democratica. Ancora oggi, il potere politico è diviso in due governi. Il primo, creato dall’ONU con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, ha sede a Tripoli ed è guidato, dal 30 marzo 2016, dal premier Fayez al-Serraj, sostenuto dalle Nazioni Unite e dall’Italia. Il secondo, con sede a Tobruk, è appoggiato da Russia ed Egitto. L’ONU si impegna a riunificare al più presto la Libia e a organizzare elezioni nazionali, al momento previste per dicembre 2018.

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Chiara Gentili

di Redazione

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