Egitto: ex diplomatico arrestato per aver proposto referendum su al-Sisi

Pubblicato il 24 agosto 2018 alle 12:24 in Africa Egitto

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Le autorità egiziane hanno arrestato un ex diplomatico, Masoum Marzouk, che recentemente ha proposto un referendum sul governo del presidente Abdel Fattah al-Sisi. L’annuncio è stato rilasciato giovedì 23 agosto con una dichiarazione online del suo avvocato, Khaled Ali. “La famiglia di Marzouk mi ha riferito che alcune forze di polizia hanno circondato la sua casa, l’hanno arrestato e portato in un luogo sconosciuto”, ha scritto Ali su Facebook. L’avvocato ha inoltre rivelato che la polizia avrebbe arrestato anche l’economista Raed Salama, giovedì 23 agosto, in un’operazione separata. In più, il quotidiano The New Arab ha aggiunto che ci sono testimonianze dell’arresto, nella stessa giornata di giovedì, anche dell’attivista di sinistra Yahya al-Qazzaz.

A inizio agosto, Marzouk aveva avanzato la proposta di promuovere un referendum sul governo di al-Sisi e aveva elaborato un progetto di transizione politica da intraprendere se gli egiziani avessero votato contro. L’uomo aveva inoltre annunciato che se le autorità non avessero accolto l’iniziativa, avrebbe tenuto, il 31 agosto, una “conferenza popolare” al Cairo, in Piazza Tahrir, epicentro delle rivolte di protesta del 2011. La proposta di Marzouk ha scatenato un acceso dibattito sui social media, con il suo nome in trending su Twitter accanto a messaggi di sostegno per il referendum. L’hashtag in lingua araba #SisiLeave è acquistato popolarità in rete negli ultimi mesi, anche in seguito ai forti aumenti dei prezzi di carburante, acqua ed elettricità. Sisi ha dichiarato di essere “sconvolto” per i post, che ha “ritenuto inappropriati”.

Da quando al-Sisi è salito al potere, l’8 giugno 2014, il governo ha mostrato il pugno di ferro, vietando le proteste non autorizzate e imprigionando migliaia di persone in un’ondata di massiccio annullamento del dissenso. Dalla cacciata dell’ex presidente islamista Mohamed Morsi, avvenuta il 3 luglio 2013, le autorità egiziane hanno iniziato a lanciare una dura repressione contro la Fratellanza Musulmana, dichiarata organizzazione terrorista nel dicembre 2013, e contro tutti gli oppositori politici. Nel maggio 2018, l’Unione Europea aveva condannato l’Egitto per l’aumento del numero di arresti di attivisti anti-governativi, dalle elezioni del 26 marzo 2018, quando al-Sisi si è riconfermato presidente del Paese. Le organizzazioni per i diritti umani e gli attivisti politici hanno costantemente accusato al-Sisi di violare le libertà civili e reprimere gli oppositori al suo governo. Secondo diversi gruppi umanitari, la repressione dell’esercito contro i sostenitori di Morsi ha provocato la morte di oltre 1.400 persone. Circa 22.000 sono state arrestate e almeno 200 di queste sono state condannate a morte in processi di massa.

Nelle nuove elezioni presidenziali, tenutesi dal 26 al 28 marzo 2018, il presidente al-Sisi si è aggiudicato il suo secondo mandato gareggiando contro un unico candidato, Moussa Mustafa Moussa, relativamente sconosciuto e già fervente sostenitore del suo governo. Tutti gli altri oppositori politici, invece, si erano ritirati prima della chiusura delle registrazioni dei candidati, avvenuta il 29 gennaio. In questo clima di repressione, la Procura Generale egiziana aveva intentato cause contro diversi possibili candidati dell’opposizione, accusati di “aver preso di mira il presidente” e di aver estrapolato alcune parti dei suoi discorsi per “dare ai media stranieri contenuti che potessero essere utilizzati contro lo Stato”. La causa aveva permesso alle autorità egiziane di arrestare e interrogare molti accusati e di sottoporli a processo. Al momento, tutti i principali leader dell’opposizione si troverebbero in carcere.

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Chiara Gentili

di Redazione

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