Libia: militanti dell’ISIS attaccano posto di blocco

Pubblicato il 23 agosto 2018 alle 15:23 in Africa Libia

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In Libia, un attacco armato ha colpito, giovedì 23 agosto, un posto di blocco delle forze di sicurezza nell’area di Wadi Kaam, tra le città occidentali di Al-Khumus e Zliten. È quanto hanno riferito alcuni media locali, specificando che, in seguito all’agguato, 4 membri del personale di sicurezza della Forza di Protezione Al-Sahel sono rimasti uccisi, mentre altri 3 sono stati feriti. Il capo del Dipartimento di sicurezza di Zliten, Mohammed Buhajar, ha rivelato che l’attacco è stato effettuato con armi, non con autobomba, ma non ha fornito ulteriori dettagli. Ha però affermato che l’offensiva sarebbe stata compiuta da militanti dell’ISIS e che i 3 membri del personale di sicurezza feriti si trovano ora nell’unità di terapia intensiva di un ospedale dell’area.

La città di Zliten era già stata vittima di un attacco dell’ISIS, nel gennaio 2016, quando almeno 60 reclute della polizia e della guardia costiera sono state uccise da un furgone fatto esplodere dai terroristi nel loro campo di addestramento. Negli ultimi mesi, i militanti dello Stato Islamico hanno attaccato diversi posti di blocco nelle aree desertiche che circondano la mezzaluna petrolifera, nella parte orientale della Libia. Il 9 marzo scorso, un attentato a un checkpoint nella città di Ajdabiya, aveva causato la morte di 3 soldati appartenenti alle forze del generale Haftar. Successivamente, il 30 marzo, un’autobomba aveva provocato la morte di 6 persone presso un altro checkpoint, nella stessa area. E ancora, la mattina di mercoledì 2 maggio, un attentatore suicida e altri terroristi avevano attaccato l’Alta Commissione elettorale a Tripoli, uccidendo, secondo alcune stime, almeno 13 persone. L’8 maggio, un’autobomba è esplosa presso un posto di blocco a 70 km da Ras Lanuf, uno dei principali porti petroliferi della Libia orientale. L’attacco suicida, in seguito rivendicato da militanti dello Stato Islamico, ha provocato la morte di 2 persone e 4 feriti. Ancora, il 24 maggio, un’autobomba è esplosa in una strada trafficata situata dietro l’hotel Tibesti, nel centro di Bengasi, importante città della Libia orientale che affaccia sul Mediterraneo, uccidendo almeno 7 persone e ferendone 10. Infine, il 24 luglio, uomini armati dell’ISIShanno attaccato un checkpoint della polizia presso El Agheila, a circa 120 km dalla città di Ajdabiya, nella Libia orientale, uccidendo 2 agenti e incendiando diversi veicoli prima di fuggire.

La presenza sul territorio libico di forze militari appartenenti allo Stato Islamico è stata ripetutamente confermata nel corso degli ultimi due anni. Già nel dicembre del 2017, il coordinatore dell’antiterrorismo dell’Unione Europea, Gilles de Kerchove, aveva dichiarato che, nonostante l’ISIS fosse stato sconfitto a livello territoriale in Siria e in Iraq, sarebbe potuto rinascere in Paesi caratterizzati da “governi deboli”, come la Libia. Successivamente, il 28 settembre 2017, l’ufficio del Procuratore Generale libico, Sadiq Al-Sour, aveva riferito che centinaia di militanti dello Stato Islamico si erano riorganizzati in un “esercito del deserto” vicino a Sirte, dopo la liberazione della città, il 5 dicembre 2015. La notizia era poi stata confermata, il 3 dicembre del 2017, dal capo dell’Activation Committe of Security Services di Sirte, Zarouk Asuiti, il quale aveva annunciato che l’ISIS si stava riunendo nel sud della città.

Da quando il regime del dittatore libico Muammar Gheddafi è stato rovesciato dall’intervento della NATO, guidato da Stati Uniti e Francia, nell’ottobre del 2011, la Libia non ha mai compiuto una transizione democratica. Ancora oggi, il potere politico è diviso in due governo. Il primo ha sede a Tripoli, è guidato dal premier Fayez Serraj, ed è sostenuto dall’Onu e dall’Italia. Il secondo ha sede a Tobruk ed è sostenuto da Russia ed Egitto. I trafficanti di esseri umani, ormai da anni, si approfittano di tale situazione di instabilità politica ed economica, con il risultato che i migranti sono vittima di abusi continui, venendo catturati per poi essere costretti ai lavori forzati. La mancanza di una solida unità politica comporta altresì che i confini libici siano scarsamente controllati, permettendo non solo il passaggio dei flussi migratori gestiti dai trafficanti, ma anche di gruppi criminali e terroristici.

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Chiara Gentili

di Redazione

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