Egitto: 6 poliziotti accusati di aver torturato a morte un prigioniero

Pubblicato il 20 agosto 2018 alle 12:51 in Africa Egitto

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6 poliziotti egiziani sono stati accusati, domenica 19 agosto, di aver torturato a morte un prigioniero, secondo quanto riferito da alcuni media statali. L’episodio rappresenterebbe un raro caso di intervento delle autorità egiziane, contro le forze dell’ordine, per presunti abusi commessi sui detenuti in custodia. I procuratori hanno affermato che gli agenti hanno torturato fino alla morte, in una stazione di polizia del Cairo, un giovane accusato di furto, nel giugno 2018. È quanto è emerso dopo aver condotto l’autopsia sul corpo del ragazzo, ha dichiarato il giornale di stato Al-Ahram.

Sebbene diversi gruppi umanitari abbiano ripetutamente accusato il governo del presidente Abdel Fattah al-Sisi di praticare la tortura nelle carceri, le autorità egiziane insistono sul fatto che lo Stato non avalla alcun abuso compiuto dalle forze dell’ordine e che la responsabilità è da imputare esclusivamente ai singoli agenti.

Nel maggio 2018, un tribunale di appello aveva assolto 2 poliziotti accusati di aver picchiato a morte un avvocato egiziano, Karim Hamdi, detenuto nel 2015. I due ufficiali erano stati condannati inizialmente a 5 anni di carcere con accuse di tortura in una stazione di polizia del Cairo dopo aver catturato l’uomo mentre partecipava a una protesta filo-islamista.

Il 3 luglio 2013, in Egitto, un golpe aveva rovesciato l’ex presidente islamista Mohamed Morsi, esponente dei Fratelli Musulmani. Quest’ultimo era stato democraticamente eletto nel giugno 2012 ma, in seguito a numerose proteste popolari contro il suo governo, era stato rovesciato e messo sotto accusa insieme ad altri esponenti dei Fratelli Musulmani. La successiva ascesa al potere di al-Sisi, l’8 giugno 2014, aveva scatenato le insorgenze dei jihadisti nella regione settentrionale della penisola del Sinai, causando tuttora gravi problemi alla sicurezza del Paese. 

Dalla cacciata di Morsi, le autorità egiziane hanno iniziato a lanciare una dura repressione contro la Fratellanza Musulmana, dichiarata organizzazione terrorista nel dicembre 2013, e contro tutti gli oppositori politici. Nel maggio 2018, l’Unione Europea aveva condannato l’Egitto per l’aumento del numero di arresti di attivisti anti-governativi, dalle elezioni del 26 marzo 2018, quando al-Sisi si è riconfermato presidente del Paese. Le organizzazioni per i diritti umani e gli attivisti politici hanno costantemente accusato al-Sisi di violare le libertà civili e reprimere gli oppositori al suo governo. Secondo diversi gruppi umanitari, la repressione dell’esercito contro i sostenitori di Morsi ha provocato la morte di oltre 1.400 persone. Circa 22.000 sono state arrestate e almeno 200 di queste sono state condannate a morte in processi di massa.

Nelle nuove elezioni presidenziali, tenutesi dal 26 al 28 marzo 2018, il presidente al-Sisi si è aggiudicato il suo secondo mandato gareggiando contro un unico candidato, Moussa Mustafa Moussa, relativamente sconosciuto e già fervente sostenitore del suo governo. Tutti gli altri oppositori politici, invece, si erano ritirati prima della chiusura delle registrazioni dei candidati, avvenuta il 29 gennaio. In questo clima di repressione, la Procura Generale egiziana aveva intentato cause contro diversi possibili candidati dell’opposizione, accusati di “aver preso di mira il presidente” e di aver estrapolato alcune parti dei suoi discorsi per “dare ai media stranieri contenuti che potessero essere utilizzati contro lo Stato”. La causa aveva permesso alle autorità egiziane di arrestare e interrogare molti accusati e di sottoporli a processo. Al momento, tutti i principali leader dell’opposizione si troverebbero in carcere.

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Chiara Gentili

di Redazione

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