Il dramma dei cristiani in Siria: rapimenti e villaggi fantasma

Pubblicato il 17 agosto 2018 alle 16:05 in Medio Oriente Siria

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Il numero di cristiani in tutto il Medio Oriente è in declino da decenni, le persecuzioni hanno portato a migrazioni diffuse e la proclamazione dello Stato Islamico ha peggiorato il quadro: tassati per la propria religione e vittime di un business di rapimenti e riscatti, i cristiani assiri stanno scomparendo dal Paese. 

Gli assiri sono una minoranza indigena del Medio Oriente, una delle numerose minoranze religiose della Siria, che affonda le sue radici nell’antico Impero Assiro. Appartengono ad un certo numero di chiese, inclusa la Chiesa assira d’Oriente e la Chiesa cattolica caldea, e parlano un dialetto dell’aramaico. Quando lo Stato islamico fu proclamato in Iraq e in Siria, il 29 giugno del 2014, i jihadisti decisero di uccidere o di ridurre in schiavitù i musulmani sciiti e la minoranza degli yazidi, ma adottarono un differente approccio con i cristiani assiri: li usarono per fare soldi. I militanti dell’ISIS gli imposero tasse speciali e effettuarono numerosi rapimenti, presumendo che i loro parenti all’estero avrebbero pagato prezzi molto alti per i rilasci. La tattica funzionò. Anche prima dello Stato Islamico, molti assiri avevano lasciato il Medio Oriente in un flusso di migrazione durato per decenni, che li aveva spinti in tutto il mondo. Nel momento del bisogno, questi cristiani in diaspora, hanno deciso in numerose occasioni di venire in aiuto dei loro fratelli tenuti in schiavitù in Siria, organizzando raccolte fondi e inviando denaro dall’estero per i riscatti, che erano gestiti da un vescovo locale della comunità assira. Secondo quanto riporta il New York Times, oggi, le comunità di famiglie cristiane assire, che hanno vissuto da tempi immemori nel nord-est della Siria, coltivando e allevando animali lungo le rive del fiume Khabur, sono scomparse. 

Lo Stato islamico ha attaccato l’area nel 2015, sequestrando oltre 220 residenti. I jihadisti furono espulsi pochi mesi dopo dalle forze curde e dai combattenti locali, rilasciando la maggior parte dei prigionieri, dopo aver incassato riscatti esorbitanti. Gli estremisti chiedevano fino a 50.000 dollari per il rilascio di singoli prigionieri, ma spesso accettavano somme inferiori. La chiesa non ha mai rivelato le cifre esatte, ma il totale speso dalla comunità dovrebbe superare il milione di dollari. Nonostante gli sforzi e le spese, non tutti sono stati salvati. Un video che mostra l’esecuzione di alcuni di questi ostaggi, vestiti con tute arancioni, è stato inviato dai jihadisti alla comunità, per indurli a pagare i riscatti per gli altri. Una donna rapita non è mai tornata e gli abitanti del suo villaggio presumono che sia stata costretta a sposare un combattente dell’ISIS. Sebbene i giorni di paura e violenza nei villaggi siano passati, i segni di tali orrori sembrano essere dappertutto. Quello che rimane della Siria cristiana assira sono un cumulo di macerie e villaggi fantasma. Gli estremisti dell’ISIS hanno demolito molte delle chiese della zona, prima di ritirarsi, e quasi tutti i prigionieri liberati, insieme alle loro famiglie e ai vicini, sono fuggiti, svuotando la comunità. Secondo i racconti dei corrispondenti nell’area, nel villaggio di Tel Tal, la chiesa è un cumulo di macerie, il suo campanile e la croce sono rovesciati, i sentieri sterrati sono ricoperti di vegetazione e percorsi unicamente dai cani randagi. La maggior parte delle case sono vuote, i loro proprietari si trovano ora in Germania, in Australia, negli Stati Uniti e altrove. Ovunque, ma mai più in Siria. Sette anni di guerra in Siria hanno costretto 5,6 milioni di siriani a fuggire all’estero e hanno trasformato altre 6,6 milioni di persone in rifugiati interni. Mentre il governo del presidente Bashar al-Assad continua a combattere i ribelli a Idlib, l’ultima forte roccaforte dell’opposizione nel Paese, la Siria continua a perdere le sue risorse e la sua storia.

Circa 10.000 cristiani assiri vivevano in più di 30 villaggi nella Siria settentrionale, prima della guerra, iniziata nel marzo del 2011, e c’erano più di due dozzine di chiese. Oggi sono rimaste circa 900 persone e solo una chiesa celebra regolarmente la messa, ha riferito Shlimon Barcham, un funzionario locale della Chiesa assira dell’est. Alcuni dei villaggi sono completamente vuoti. In uno di questi, sono rimasti solo cinque uomini, incaricati di proteggere le rovine della Chiesa della Vergine Maria, le cui fondamenta sono state fatte saltare in aria dai militanti dello Stato Islamico. Un altro villaggio ha solo due residenti: una madre e suo figlio. Oshana Kasho Oshana, 81 anni, ha riferito di essere stato rapito dai combattenti dell’ISIS e tenuto prigioniero per 30 giorni, mentre i suoi parenti negoziavano la sua liberazione. Dopo quasi un mese di prigionia, è stato liberato a seguito del pagamento di circa 13.000 dollari. Molti dei suoi familiari erano già all’estero e lui decise di andarsene dopo la sua liberazione, unendosi a due dei suoi figli in Germania. Ora, dei suoi sette figli, ne rimane solo uno in Siria. Oshana torna ancora a casa, nel villaggio di Tel Tal, almeno una volta all’anno, anche se questo significa stare da solo in un villaggio per lo più vuoto. “È come una città fantasma, ma il nostro villaggio è prezioso per noi e non possiamo lasciarlo”, ha raccontato ai giornalisti.

In un’altra di queste comunità, Tel Shamiran, l’unica persona rimasta è Samira Nikola, 65 anni, con suo figlio. Anche lei è stata rapita dallo Stato Islamico con suo marito e altri quattro parenti, tre dei quali erano bambini. Dopo il suo rilascio, è tornata nella sua casa saccheggiata. Le sue mucche da latte erano scomparse, insieme alle altre proprietà della famiglia, ma lei ha deciso di restare. Rimessa a posto la casa, lavora con suo figlio, allevano polli e coltivano cetrioli, uva e olive. Gli altri figli sono in Australia o in Germania, ma lei non vuole andarsene. “Vogliamo solo che i malvagi stiano lontani da qui”, ha detto ai giornalisti. “Non chiediamo nient’altro a Dio”. Suo figlio, Nabil Youkhanna, 35 anni, ha raccontato di essere rimasto con lei, ma non sa per quanto tempo possono sopravvivere in una comunità così piccola. “Noi restiamo, ma per quanto tempo? Non possiamo neanche sposarci, non ci sono più ragazze”, ha riferito. Una milizia assira locale pattuglia l’area per tenere lontani i saccheggiatori, ma secondo Nabil non ci si può più fidare degli arabi dei villaggi vicini, dopo che questi avrebbero aiutato lo Stato Islamico. “In passato, ci incrociavamo per strada e ci salutavamo”, ha raccontato al New York Times. “Ora, nessuno dice niente”. 

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traduzione e redazione a cura di Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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