Etiopia: a rischio il programma di riforme del premier Abiy Ahmed

Pubblicato il 17 agosto 2018 alle 17:33 in Africa Etiopia

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L’ONG umanitaria Human Rights Watch ha chiesto al governo etiope di arrestare la crescente ondata di insicurezza nel Paese e sedare al più presto le tensioni interetniche. La direttrice dell’organizzazione non governativa per l’Africa orientale e il Corno, Maria Burnett, ha riferito che gli omicidi per motivi etnici e religiosi, in particolare nelle regioni etiopi centro-meridionali di Somali e Oromia, sono un enorme motivo di preoccupazione. In un articolo intitolato: “La violenza in Etiopia: tensioni nonostante le promesse di riforma”, la Burnett ha sottolineato che l’unico modo in cui la popolazione potrebbe davvero trarre beneficio dall’audace programma di riforme del primo ministro Abiy Ahmed è che le uccisioni siano ridotte, messe sotto investigazione e che i responsabili vengano perseguiti.

Quando Ahmed, ex tenente-colonnello dell’esercito, ha assunto la carica di primo ministro, il 2 aprile 2018, ha promesso “un nuovo inizio politico” per il Paese, che includerebbe l’avvio di riforme democratiche e la fine delle proteste attraverso varie modifiche in materia di sicurezza. Il premier si è anche impegnato a far passare alcuni provvedimenti in favore del rilascio di migliaia di prigionieri, accusati di terrorismo o incitamento alla rivoluzione, in genere membri dell’opposizione negli anni di governo dell’ex primo ministro Hailemariam Desalegn. In più, ha promosso la privatizzazione delle compagnie aeree e dei servizi di comunicazione, ha sollevato lo stato di emergenza, ma soprattutto è riuscito a compiere un riavvicinamento con la rivale Eritrea, dopo 20 anni di impasse politica e militare, raggiungendo un accordo di pace il 9 luglio 2018.

Nel suo articolo, la direttrice Maria Burnett ha fatto cenno agli episodi di violenza che recentemente hanno interessato la capitale dello Stato regionale di Somali, Jijiga, dove omicidi, ferimenti, saccheggi e incendi si verificano senza sosta dal 4 agosto 2018. Si ritiene che l’ondata di insicurezza sia stata innescata dalla rivalità tra forze governative e locali, risultando ben presto in uno scontro tra gruppi etnici. Lo stesso giorno, infatti, alcuni soldati etiopi si erano scontrati a fuoco con le forze di sicurezza del governo locale di Somali, dopo il tentato arresto, da parte delle autorità centrali, di alcuni ufficiali regionali, in seguito ad accuse di violazioni dei diritti umani. Il portavoce dell’amministrazione regionale di Oromia, Negeri Lencho, aveva dichiarato che il governo, in seguito a tali sospetti, aveva costretto alcuni funzionari regionali a dimettersi, scatenando la dura reazione di questi ultimi. Le forze paramilitari di Liyu, affiancandosi alle autorità regionali, avrebbero preso parte agli attacchi sotto i loro ordini. Oltre alle forze di Liyu, anche quelle di Heego, gruppo paramilitare a maggioranza giovanile, sarebbero complici delle violenze. “Le autorità etiopi hanno istituito la polizia di Liyu, nel 2007, per combattere contro il movimento secessionista del Fronte nazionale di liberazione dell’Ogaden (ONLF), attivo dal 1984. Tuttavia, la forza paramilitare è stata spesso implicata in omicidi extragiudiziari, torture e stupri”, ha specificato l’articolo della Burnett.

La direttrice ha anche menzionato altri episodi di violenza che hanno provocato morti tra la popolazione etiope. Almeno 40 persone sono state uccise nel distretto orientale di Hararghe, in Oromia, tra sabato 12 e domenica 13 agosto e circa 15 sono morte in altre parti del Paese, a Tape, Adama e Shashemene, in seguito a tumulti e violenze interetniche dall’inizio di agosto. “Le dinamiche politiche ed etniche attorno a questi recenti omicidi mostrano che nonostante le riforme e la retorica migliorata sui diritti umani da parte del governo federale, l’insicurezza è ancora un problema, in particolare dove la polizia di Liyu opera incontrollata. Portare rapidamente i colpevoli alla giustizia è l’unico modo non solo per arginare la violenza, ma anche per segnalare agli etiopi che il Paese sta cambiando per sempre”, ha concluso la direttrice di Human Rights Watch per l’Africa orientale e il Corno.

Dal novembre 2015, l’Etiopia è stata colpita da una serie di disordini scoppiati in seguito all’approvazione di un piano di sviluppo urbano per Addis Abeba, il quale, secondo i critici, avrebbe portato a sequestri di terre nella circostante regione dell’Oromia. Anche in seguito alla cancellazione del progetto, noto con il nome di Master Plan, nel gennaio 2016, le proteste sono continuate, diffondendosi nel resto del Paese e trasformandosi in manifestazioni sui diritti politici, che avevano costretto alle dimissioni il primo ministro Hailemariam Desalegn, il 15 febbraio 2018. Il 27 marzo era stato eletto il nuovo premier, Abiy Ahmed, ex tenente-colonnello dell’esercito. Ahmed, originario di Oromia e parte dell’Oromo Peoples Democratic Organization (OPDO), uno dei quattro partiti della coalizione governativa, aveva inaugurato il suo mandato il 2 aprile. Il nuovo leader ha giurato di voler attuare riforme democratiche per porre fine alle proteste nel Paese.

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Chiara Gentili

di Redazione

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