“Sono stato pugnalato”: Erdogan nella crisi

Pubblicato il 14 agosto 2018 alle 11:41 in Turchia USA e Canada

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Il leader di Ankara, Recep Tayyip Erdogan, si è espresso nuovamente sulla crisi valutaria turca, da una parte, rassicurando il Paese e il mondo sulla forza della lira, dall’altra, dichiarando che Ankara è attualmente al centro di un “assedio economico che non ha alcuna spiegazione economica”. Nel corso della decima Conferenza degli Ambasciatori, svoltasi nella capitale del Paese, il 13 agosto, il presidente turco ha affermato che i fondamentali dell’economia “sono molto forti” e che la causa della crisi va piuttosto rintracciata in un deliberato “attacco al Paese”. In particolare, Erdogan ha informato che le autorità competenti faranno il possibile per risolvere la questione e che “altri piani” sono già stati predisposti. Dinanzi agli ambasciatori turchi, il leader di Ankara si è poi scagliato contro gli Stati Uniti. “Siamo insieme nella NATO ma cercate di pugnalare alla schiena un vostro partner strategico. Da una parte vi comportate come partner strategici, dall’altra sparate pallottole sul piede dei vostri partner”, ha tuonato il presidente turco, rivolgendosi a Washington. Il riferimento è all’imposizione americana di tariffe del 50% e del 20% rispettivamente su acciaio e alluminio, annunciate dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, il 10 agosto. Tali tariffe hanno costituito il detonatore della crisi valutaria turca. Nella notte tra il 12 e il 13 agosto, la lira turca ha toccato il suo minimo storico di 7.24 rispetto al dollaro americano, per poi chiudere la giornata di lunedì 13 agosto a 6.9 rispetto alla valuta statunitense, segnando una lieve ripresa. Tale, seppur timido, incremento si è verificato in seguito all’annuncio fatto nella stessa giornata del 13 agosto dalla Banca Centrale turca, che si è impegnata a fornire tutta la liquidità necessaria per sostenere le banche.

Già il 12 agosto, il leader di Ankara aveva descritto la crisi valutaria come una conseguenza della “guerra economica”, finalizzata a “costringere il Paese a cedere in ogni campo”. Tuttavia, il crollo della valuta turca che, da gennaio ad agosto, ha perso circa il 45% rispetto al dollaro, è imputabile a diverse ragioni di ordine economico, monetario e geopolitico.

Se le ragioni economiche vanno individuate nel deficit delle partite correnti, che si verifica quando uno Stato importa più beni e servizi di quanti ne riesca ad esportare, e nell’indebitamento estero, le ragioni monetarie vanno invece rintracciate nella crescita dell’economia turca che, pur avendo superato il 7% nel 2017, è cresciuta di pari passo all’inflazione che ha raggiunto, ormai, il 16%. Erdogan, che ha dichiarato espressamente di voler governare la politica monetaria, si è sempre dichiarato contrario all’aumento dei tassi di interesse, fino a definirsi un “nemico dei tassi di interesse”. Tale mancato aumento ha determinato la perdita di valore della lira turca, innescata in gran parte dalla facilità con cui le famiglie e le imprese possono accedere al credito, nonché, secondo il quotidiano americano The New York Times, dal clientelismo e dalla corruzione. La svalutazione della lira turca rispetto al dollaro statunitense, peraltro, complica i conti delle società turche, che necessitano di una maggiore quantità di valuta nazionale per rimborsare i prestiti sottoscritti in dollari.

Le ragioni geopolitiche, infine, combinano cause di politica interna a cause di politica estera. Sul versante interno, la svolta autoritaria impressa da Erdogan ha determinato il passaggio del Paese verso il sistema presidenziale, deciso dai Turchi in occasione del referendum costituzionale del 16 aprile 2017. In quanto presidente di una Repubblica presidenziale esecutiva, Erdogan ha l’autorità di nominare direttamente i massimi funzionari di Ankara, ivi compreso il governatore della Banca Centrale. Peraltro, ricorda il New York Times, Erdogan ha ripetutamente chiarito che nulla che riguardi la Turchia è al di fuori della sua portata. Sul versante della politica estera, invece, la Turchia sta scontando le conseguenze del deterioramento dei rapporti con gli Stati Uniti. La relazione tra Ankara e Washington è da tempo tesa a causa di una serie di questioni, tra cui il rifiuto americano di estradare Fethullah Gulen, il predicatore islamico che Ankara accusa di aver orchestrato il tentativo di colpo di Stato del 15 luglio 2016, il sostegno statunitense ad alcune forze siriane contigue al Kurdistan Workers’ Party (PKK), che la Turchia considera un’organizzazione terroristica, nonché l’intenzione turca di acquistare gli S-400, i sistemi di difesa missilistica russi che Washington considera incompatibili con quelli della NATO. Il legame turco-americano, tuttavia, si sta consumando di recente a causa del caso Brunson, il pastore cristiano evangelico della Carolina del Nord, detenuto in Turchia dall’ottobre 2017 con l’accusa di spionaggio e terrorismo. Il continuo rifiuto da parte di Ankara a rilasciare il pastore statunitense, nonostante le ripetute richieste da parte degli Stati Uniti, ha infine indotto questi ultimi a sanzionare i ministri dell’Interno e della Giustizia turchi. La Turchia ha immediatamente reagito, congelando a sua volta i patrimoni di due funzionari statunitensi in segno di rappresaglia. Immediata è stata la reazione di Washington. Trump, il 10 agosto, ha annunciato il raddoppio delle tariffe imposte il 23 marzo sulle importazioni di acciaio e di alluminio, portandole rispettivamente al 50% e al 20%. Non solo le sanzioni sono una misura particolare, in quanto comminate da un membro della NATO ad un alleato, ma tali misure restrittive risultano sgradite alla Turchia che, secondo quanto riferito dal ministero del Commercio turco, nel 2017, ha esportato ferro, acciaio e alluminio verso gli Stati Uniti per un valore complessivo di 1,1 miliardi di dollari. L’escalation della tensione fra Ankara e Washington, peraltro, alimenta l’incertezza e la volatilità e, in tale contesto, a farne le spese è principalmente la Turchia.

Tale essendo la situzione, mettono in guardia alcuni economisti, riportati dalla CNN, il rischio è che, se la fiducia non verrà ripristinata in tempi brevi, la Turchia sprofondi nel vortice della recessione e della crisi del debito che potrebbe, in prospettiva, rendere indispensabile l’intervento del Fondo Monetario Internazionale. Il crollo della lira turca, peraltro, avvisa l’emittente americana, ha destabilizzato i mercati globali, specialmente quelli emergenti, divenuti rapidamente oggetto del timore che diventino le prossime vittime. Peraltro, secondo tale lettura, i mercati emergenti sono messi ulteriormente sotto pressione a causa degli aumenti dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve americana, che inducono gli investitori a reindirizzare i loro capitali verso gli Stati Uniti, dove producono rendimenti più elevati. Né sono immuni dai rischi le economie di regioni sviluppate come l’Unione Europea, dove, secondo il New York Times, emergono preoccupazioni sull’esposizione delle banche.

Alle prese con la crisi della lira, la Turchia tenta di reagire, alternando nuove misure economiche a frequenti attacchi contro Washington. Il 13 agosto, la Banca Centrale turca ha annunciato il suo “whatever it takes”, cioè si è impegnata a ridurre le sue riserve di lira e di valuta estera nonché a fornire tutta la liquidità necessaria per sostenere le banche, dopo che il ministro delle Finanze, Berat Albayrak, ha informato che le autorità turche avrebbero iniziato a implementare un piano di azione economica, il cui contenuto dettagliato non è stato reso noto. Le autorità turche inoltre hanno informato di aver iniziato a condurre indagini su 346 account di social media, sospettati di aver contribuito al crollo della valuta nazionale, diffondendo “notizie false su banche, istituzioni finanziarie e società aperte al pubblico”.

Con la tensione alle stelle con gli Stati Uniti e la “non-membership” all’Unione Europea, peraltro, fa notare la CNN, è difficile che Washington o Bruxelles intervengano per “pagare i conti” e qualsiasi altro salvataggio esterno “arriverà ad un prezzo elevato”. Che si tratti della Cina, del Qatar o della Russia, mette in guardia l’emittente americana, tali Paesi hanno la possibilità di “comprarsi una grande influenza politica abbastanza a buon mercato”. D’altra parte, un intervento da parte del FMI rappresenterebbe “una grande perdita politica” per il leader di Ankara.

Proprio le conseguenze politiche di quella che è la peggiore crisi economica turca dal 2001, metteranno alla prova, secondo il New York Times, “l’approccio autoritario” del leader di Ankara. L’economia, sottolinea il quotidano americano, fa molta più resistenza al controllo politico di quanto non facciano i media, la magistratura, la politica estera e il processo decisionale politico. Per far ripartire l’economia occorre attrarre gli investitori, per attrarre gli investitori occorre ristabilire la fiducia e per ristabilire la fiducia potrebbero essere necessarie delle riforme strutturali. Quando le conseguenze della crisi si faranno sentire concretamente fra i Turchi, inoltre, il capitale politico di Erdogan potrebbe risultarne danneggiato. Per tale ragione, il 16 agosto, il ministro delle Finanze turco si rivolgerà agli investititori in una teleconferenza, il cui obiettivio sarà, probabilmente, quello di ripristinare la fiducia necessaria per far ripartire l’economia turca.

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Roberta Costanzo

di Redazione

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