Infiltrato nell’ISIS: quando una spia è meglio di un drone

Pubblicato il 14 agosto 2018 alle 15:22 in Iraq Medio Oriente

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Il capitano dell’esercito iracheno, Harith al-Sudani, ha lavorato per oltre 16 mesi come spia. Fingendosi un jihadista militante nello Stato Islamico, è riuscito a sventare 18 attentati kamikaze e 30 attacchi con autobomba. 

Il New York Times riporta la storia del capitano Sudani, il quale ha fornito per mesi all’intelligence nazionale irachena una linea diretta con alcuni dei comandanti più anziani dello Stato islamico, a Mosul. Un ex tecnico informatico di 36 anni, Sudani, è stato definito la più grande spia dell’Iraq, una delle poche al mondo ad essersi infiltrata tra gli alti ranghi dello Stato islamico. Il capitano lavorava per l’unità di intelligence anti-terrorismo irachena, la Falcon Intelligence Cell, una delle organizzazioni più importanti nella guerra al terrorismo, sebbene non molto conosciuta. La stanza dei trofei del quartier generale di Baghdad di questa unità di intelligence, nota come Falcons, è piena di foto che mostrano membri dell’ISIS catturati e giustiziati, a seguito del lavoro dell’agenzia. Poco conosciuti al di fuori dei più alti livelli delle agenzie di intelligence alleate e irachene, i Falcon hanno infiltrato alcune spie nei ranghi dello Stato Islamico. Il New York Times ricostruisce le operazioni del capitano Sudani tramite una revisione di trascrizioni e video di operazioni, interviste con il direttore dell’agenzia e con membri della sua unità, messaggi di testo da e per Sudani. 

L’Iraq ha dichiarato il crollo dell’influenza territoriale dello Stato Islamico il 9 dicembre 2017, dopo la riconquista di Rawa, una città ai confini occidentali di Anbar con la Siria, ultimo baluardo del gruppo in Iraq. L’intelligence irachena è stata fondamentale per cacciare gli estremisti dalle loro ultime roccaforti urbane, ed è ora intenta a trovare i leader del gruppo, come Abu Bakr al-Baghdadi, nascosti nella regione. Di recente, un attacco iracheno-americano basato su fonti dell’intelligence irachena ha portato all’arresto di cinque membri dello Stato islamico che si erano nascosti in Turchia e in Siria. Anche i funzionari militari americani tengono in ottima considerazione l’agenzia.”Hanno dimostrato di essere un’unità estremamente preziosa”, ha dichiarato il colonnello Sean J. Ryan, portavoce della coalizione militare a guida americana a Baghdad. I Falcons, ha affermato, hanno diminuito la minaccia dello Stato Islamico infiltrandosi nelle loro cellule, uccidendo i loro leader e distruggendo le loro armi. Tuttavia, nonostante i piani più radicali risultino falliti, l’ISIS ha mutato la propria strategia, ricorrendo a una serie di offensive mirate, volte a indebolire il governo di Baghdad. I terroristi si stavano già riorganizzando prima che le autorità irachene decretassero la loro sconfitta militare nel Paese. In particolare, in seguito alla vittoria del leader religioso sciita Mutqada al-Sadr alle elezioni parlamentari dello scorso 12 maggio, c’è stato un aumento nel numero di attacchi e rapimenti nelle province di Kirkuk, Diyala e Salahuddin, il “triangolo della morte iracheno”. 

Il signor Basri, il capo dell’intelligence irachena, attribuisce il merito di molte operazioni riuscite in Iraq al lavoro sotto copertura dei Falcons. “Un drone può dirti chi è entrato in un edificio ma non può dirti cosa viene detto nella stanza in cui si sono radunati gli uomini”, ha dichiarato. “Noi possiamo, perché la nostra gente è dentro quelle stanze”, ha aggiunto. Non molte persone nella vita di Harith Sudani gli hanno attribuito l’audacia o l’ambizione di essere una spia. Cresciuto in una famiglia dominata da un padre estremamente severo, Sudani era uno studente della Baghdad University, non particolarmente responsabile. Le pressioni del padre lo spinsero a sistemarsi e a trovare lavoro come monitoratore dei sistemi di sorveglianza di alcune infrastrutture petrolifere irachene. In quel periodo, era il 2006, gli attacchi terroristici dilaniavano l’Iraq. Mentre il governo e le forze americane lavoravano per arginare l’insurrezione nell’Iraq post-Saddam, il signor Basri, allora direttore dell’intelligence, ha creato un’unità speciale con una missione specifica: prendere di mira le fila dei leader del terrorismo. Nel 2006, ha reclutato 16 uomini dalle unità militari d’elite irachene e dalle accademie di polizia: il nome di questa squadra era Al Suquor, in arabo, i Falchi. Uno dei fratelli di Sudani, Munaf, era una recluta. Munaf esortò il fratello a fare domanda, dicendo che il suo lavoro informatico e le sue abilità linguistiche lo rendevano un candidato ideale. Nel 2013, a seguito della sua candidatura spontanea, a Sudani fu offerto un lavoro di monitoraggio del traffico web e telefonate di sospetti terroristi.

Nell’estate del 2014, una nuova insurrezione è esplosa sulla scena medio orientale. Un gruppo jihadista, che si autoproclamava Stato Islamico del Levante, ha conquistato vaste zone dell’Iraq e della Siria, dichiarandolo un califfato musulmano. I Falcons hanno assunto una nuova missione: penetrare nel gruppo con agenti sotto copertura. Sudani si è offerto volontario, secondo il suo comandante, il generale Saad al-Falih, persuaso dalla visione di una foto di bambini uccisi negli attacchi dello Stato islamico. “Non poteva lasciarglielo fare”, ha dichiarato il generale Falih, aggiungendo “era un padre anche lui”. Sudani fu promosso capitano e iniziò un addestramento per lavorare sotto-copertura, come jihadista. Quando era giovane, la famiglia Sudani viveva a Ramadi, nel cuore musulmano sunnita dell’Iraq. La minoranza sunnita aveva governato l’Iraq sotto la dittatura di Saddam Hussein, nonostante la maggioranza del Paese fosse sciita. A seguito della caduta di Saddam, provocata nel 2003 dall’intervento americano, gli estremisti di quell’area hanno sfruttato la rabbia dei sunniti, privati del potere concesso loro da Saddam, per costruire le basi dell’insurrezione che in seguito sarebbe diventata lo Stato islamico. La capacità del capitano Sudani di adottare l’accento Ramadi avrebbe aiutato la sua credibilità con i terroristi. Tuttavia, in quanto sciita, non conosceva i rituali e la preghiera sunniti, che dovette apprendere durante l’addestramento. Sarebbe diventato noto come Abu Suhaib, un disoccupato di un quartiere a maggioranza sunnita di Baghdad. La sua missione: infiltrarsi in un famigerato covo dello Stato Islamico a Tarmiya, una città vicino all’incrocio di due autostrade che fungeva da punto di ritrovo per i kamikaze diretti verso la capitale.

Il capitano Sudani, sotto-copertura, prese contatti con l’ISIS in una moschea di Tarmiya, che la cellula locale dello Stato Islamico usava per le proprie riunioni. La cellula accolse Abu Suhaib e lo sottopose ad un primo periodo di addestramento, incentrato su insegnamenti religiosi e sull’utilizzo e la fabbricazione di esplosivi. Poche settimane dopo, un alto funzionario dello Stato islamico a Mosul assegnò al Capitano Sudani un ruolo chiave nella catena logistica per le missioni kamikaze a Baghdad. Credendo che fosse un nativo di Baghdad, il gruppo lo considerò fondamentale per far passare i terroristi oltre i checkpoint alla periferia della capitale e all’interno della città. Nelle telefonate settimanali, Mosul ordinava al Capitano Sudani di incontrare aspiranti kamikaze che arrivavano a Tarmiya dal territorio dello Stato Islamico, o di recuperare un veicolo bomba da utilizzare in un’offensiva. Ogni volta, Sudani avvisava i Falcons, i quali tentavano di intercettare lui e i suoi collaboratori, prima che raggiungessero Baghdad. Di solito, un’auto da inseguimento affiancava il capitano, sotto-copertura, mentre guidava, usando apparecchiature specifiche per bloccare il segnale al detonatore della bomba, che di solito viene azionato da remoto, tramite un cellulare. Comunicando con i segnali manuali, i suoi compagni dell’intelligence lo indirizzavano verso un luogo dove avrebbero potuto disattivare la bomba. Se stava trasportando un kamikaze, lo attiravano fuori dall’auto per essere arrestato o ucciso. In seguito, i Falcons avrebbero inscenato finte esplosioni e pubblicato comunicati falsi, a volte reclamando grandi perdite, per mantenere intatta la copertura del capitano Sudani.

La pressione delle operazioni portate avanti ha pesato sulla salute di Harith Sudani, che lamentava spesso dolori al petto, probabilmente relativi ad attacchi d’ansia.“Immagina di essere il conducente di un camion pieno di 300 chilogrammi di esplosivo”, ha riferito il fratello, Munaf. “Pensi ogni secondo stai per morire, in qualsiasi momento, lui l’ha fatto più e più volte”, ha aggiunto. Inoltre, più il Capitano Sudani lavorava sotto copertura, maggiore era il suo rischio di esposizione. Le operazioni dei Falcons furono cruciali nell’eradicazione dello Stato Islamico, un fine portato avanti insieme alla coalizione occidentale, guidata dagli americani. Il lavoro dell’intelligence irachena ha portato alla morte di 7 alti leader dello Stato islamico e ha guidato dozzine di attacchi aerei della coalizione, secondo Hisham al-Hashimi, un analista della sicurezza iracheno. A metà 2016, c’era un crescente ottimismo sul fatto che l’ISIS potesse essere sconfitto. Di conseguenza, al capitano Sudani fu richiesto un maggior carico di lavoro dai suoi superiori jihadisti a Mosul, che gli ordinarono di esplorare quartieri e caffè di Baghdad che potessero essere bersagli di possibili attacchi. In una di queste missioni, ha cercato di intrufolarsi in un raro incontro in una casa. Mentre era lì, il suo comandante dello Stato Islamico lo ha chiamato, chiedendogli dove si trovasse. Il Capitano Sudani mentì, riferendo che si trovava in un quartiere di Baghdad, dove gli era stato ordinato di recarsi. Il comandante svelò la sua bugia, citando le coordinate GPS del suo telefono. Quella fu il primo campanello d’allarme per il capitano. A seguito di questo avvenimento, Munaf suggerì a suo fratello di porre fine alla sua missione, ma Sudani si rifiutò. Nel dicembre del 2016 si trovava saldamente nel mirino dello Stato islamico. Il gruppo stava perdendo terreno in Siria, lottava per resistere a Mosul e continuava a organizzare attacchi terroristici sempre più grandi. Il 19 dicembre, il gruppo è risultato il mandante dell’attentato attuato con un camion contro un mercatino di Natale a Berlino, uccidendo 12 persone e ferendone a dozzine. 

Il 31 dicembre, i capi dell’ISIS, da Mosul, riferirono al capitano Sudani che era stato scelto per prendere parte a uno spettacolare attacco di capodanno, una serie di attentati coordinati in diverse città del mondo. Sudani recuperò un mezzo carico di esplosivo per portare a termine l’attentato che sarebbe stato effettuato a Baghdad. Allo stesso tempo, avvertì i Falcons e organizzò con loro di ritrovarsi per neutralizzare la bomba. Sulla strada, il suo telefono squillò. Era Mosul, che chiedeva ancora la sua posizione. Il capitano rassicurò i jihadisti che si stava dirigendo verso il bersaglio, ma fu nuovamente scoperto a mentire. Sudani si sforzò di inventare una scusa e riferì a Mosul che doveva aver sbagliato strada. Spaventato, contattò i Falcons, dicendo loro che avevano bisogno di un luogo di incontro molto più vicino al sito scelto dai terroristi per l’attacco. Nonostante la telefonata, otto agenti si ritrovarono per smantellare la bomba, rimuovere il detonatore elettronico, 26 sacchetti di nitrato di ammonio e i cuscinetti a sfera nel telaio e nei pannelli delle porte del veicolo. In pochi minuti, il capitano Sudani tornò sulla strada e parcheggiò il pickup nella posizione prevista. Poco prima della mezzanotte di Capodanno, i media arabi, citando funzionari della sicurezza iracheni, hanno riferito di un camion bianco esploso davanti al cinema Al Bayda, a Baghdad, senza causare vittime. La missione del Capitano Sudani fu un successo, quella di Abu Suhaib, invece, fallì miseramente. Quello che, però, il capitano Sudani non sapeva era che lo Stato Islamico aveva installato due cimici nel camion, permettendo agli estremisti di ascoltare la sua intera conversazione con i Falcons. “Sentiva di essere sospettato”, ha riferito in seguito il generale Falih. “Non ci siamo resi conto di quanto”, ha aggiunto. 

All’inizio di gennaio 2017, lo Stato islamico contattò il Capitano Sudani per un’ulteriore missione. Fu mandato in una nuova postazione, una fattoria fuori Tarmiya, un luogo remoto, difficile da monitorare e con poche possibilità di fuga. La mattina del 17 gennaio, Sudani entrò nella fattoria. Appena dopo il tramonto, la squadra dei Falcons avvisò il generale Falih che qualcosa non andava, non avevano nessuna notizia di Sudani da troppe ore. Poiché Tarmiya era una roccaforte dello Stato islamico, ci vollero 3 giorni prima che le forze di sicurezza irachene progettassero e attuassero un’operazione di salvataggio. Un gruppo combinato di esercito e forze di polizia fecero irruzione nella fattoria, ma quando l’edificio fu ispezionato, non c’era traccia del capitano Sudani. Per sei mesi, i Falcons hanno raccolto prove. Scoprirono le cimici nel camion del precedente attentato e conclusero che i jihadisti dovevano aver portato il capitano Sudani a Qaim, una città irachena controllata dallo Stato islamico e al di fuori della portata del governo. Ad agosto del 2016, un anno e quattro mesi prima della dichiarata sconfitta dei jihadisti in Iraq, lo Stato islamico ha pubblicato un video di propaganda che mostrava l’esecuzione di alcuni prigionieri bendati. I Falcons erano certi che il Capitano Sudani fosse uno di loro. “Sono cresciuto con lui, ho condiviso una camera da letto con lui”, ha riferito Munaf, che ha aggiunto “non ho bisogno di vedere la sua faccia per conoscere mio fratello”. La città di Qaim è stata presa dalle forze di sicurezza irachene nel novembre del 2017. I Falcons inviarono una squadra per cercare di recuperare il cadavere del Capitano Sudani, che non fu mai trovato. Alla fine della sua penultima missione, quella che lo aveva esposto alle registrazioni dei jihadisti e aveva salvato la vita di numerose persone nel capodanno del 2016, Harith Sudani, mandò un messaggio a suo padre. Il contenuto era breve: “Prega per me”, gli scrisse.

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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