UNHCHR condanna Trump: “Attacchi ai media sono incitamento alla violenza”

Pubblicato il 13 agosto 2018 alle 17:16 in USA e Canada

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (UNHCHR), Zeid Ra’ad al-Hussein, ha condannato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, per la sua retorica contro la stampa e ha altresì criticato la sua amministrazione per lo scarso interesse dimostrato per i diritti umani. In un’intervista esclusiva rilasciata il 13 agosto al quotidiano The Guardian, il principe e diplomatico giordano al-Hussein ha dichiarato che i frequenti attacchi condotti dal leader della Casa Bianca contro i media sono “molto vicini all’incitamento alla violenza”. Tale condotta presidenziale, secondo il funzionario delle Nazioni Unite, può indurre i giornalisti ad autocensurarsi o a essere attaccati e fa parte di una vera e propria “campagna contro i media”. Il 17 febbraio 2017, un mese dopo essersi insediato alla Casa Bianca, il neoeletto presidente ha descritto i media come “il nemico del popolo”. In un anno di presidenza, secondo un’analisi svolta dalla CNN, il presidente americano, ha impiegato l’aggettivo “fake” più di 400 volte, associandolo alle parole “news”, “storie”, “media” e “sondaggi”. Di recente, inoltre, il leader della Casa Bianca ha attaccato espressamente alcuni quotidiani americani, come il New York Times e il Washington Post, accusandoli di riportare “solo storie negative” sull’amministrazione e di non essere “patriottici”.

Al-Hussein ha altresì messo in guardia contro il rischio di contagio. Secondo l’Alto Commissario, ad esempio, il lessico impiegato dal leader cambogiano, Hun Sen, nel chiudere numerose organizzazioni mediatiche indipendenti sarebbe simile a quello utilizzato dal presidente americano che, con tale retorica, starebbe pertanto autorizzando, anche se indirettamente, la repressione mediatica da parte di leader autoritari in modi che prima non avevano osato adoperare. “Gli Stati Uniti creano un effetto dimostrativo, che viene poi raccolto da altri Paesi in cui la leadership tende ad essere più autoritaria o aspira ad esserlo”, ha spiegato al-Hussein.

L’Alto Commissario, inoltre, ha affermato che l’atteggiamento dell’attuale amministrazione statunitense nei confronti dei diritti umani segna una rottura rispetto a quello dei precedenti presidenti americani. In particolare, il diplomatico giordano ha criticato la politica di separazione familiare condotta dall’amministrazione Trump e consistente nella separazione dei bambini dai loro genitori al confine con il Messico.

La retorica presidenziale diretta contro la stampa e le minoranze ricorda, secondo il funzionario delle Nazioni Unite, due dei periodi peggiori del ventesimo secolo, ossia gli anni precedenti alle due guerre mondiali, quando ci si scagliava contro gruppi vulnerabili per incassare profitto politico.

Al-Hussein, che riveste l’incarico di Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani dal 2014, si dimetterà questo mese, dopo aver rinunciato ad un secondo mandato quadriennale, di fronte all’impegno declinante da parte della comunità internazionale nella lotta contro le violazioni e gli abusi dei diritti umani. Con particolare riferimento ai contatti con i funzionari statunitensi, il diplomatico giordano ha informato che i suoi colloqui con il Dipartimento di Stato americano sono diminuiti significativamente durante l’amministrazione Trump, rispetto all’amministrazione Obama. Elemento emblematico della “mancanza di un profondo impegno nei confronti dei diritti umani” da parte dell’attuale amministrazione americana è, secondo al-Hussein, la sua incapacità di nominare un ambasciatore presso il Consiglio per i diritti umani a Ginevra, seguita dal ritiro definitivo degli Stati Uniti dall’organismo. Washington aveva minacciato più volte l’uscita dal consesso dei 47 Stati che, dal 2006, a Ginevra, si occupano di sostenere i diritti umani nel mondo, conducendo indagini sui sospetti abusi di tali diritti. La minaccia è stata concretizzata il 19 giugno, quando l’ambasciatrice statunitense alle Nazioni Unite, Nikki Haley, ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti, adducendo come motivazione l’incapacità dell’organismo di far valere la responsabilità degli Stati che violano i diritti umani, molti dei quali, secondo Washington, continuano ad essere eletti nel Consiglio e a sfruttare la loro membership per eludere le loro responsabilità.

La decisione aveva attirato le critiche di altri Stati, enti caritatevoli, e organizzazioni sovranazionali, come l’Unione Europea, e internazionali, come le stesse Nazioni Unite. In particolare, Stephane Jujarric, portavoce del Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, aveva espresso rammarico per la decisione americana, sottolineando che “l’architettura delle Nazioni Unite sui diritti umani svolge un ruolo molto importante nella promozione e protezione dei diritti umani in tutto il mondo”. Secondo il quotidiano The Guardian, tuttavia, i diritti umani non rappresentano più una priorità per le Nazioni Unite, dove rappresentano solo il 3% della spesa complessiva. In particolare, il mandato di al-Hussein avrebbe coinciso “con il catastrofico fallimento del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per fermare le uccisioni di massa in Siria e in Yemen”.

Leggi Sicurezza Internazionale, il primo quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Roberta Costanzo

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.