Nel carcere di Assad: morire di politica

Pubblicato il 13 agosto 2018 alle 14:15 in Medio Oriente Siria

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Torture fisiche e psicologiche, violenze sessuali e abusi sono contenuti in una serie di documenti che raccontano le esperienze personali di numerosi detenuti delle prigioni siriane del presidente Bashar Al-Assad.

La guerra in Siria, iniziata nel marzo del 2011, ha causato circa 465.000 vittime e ha comportato un costo umano impossibile da quantificare sia per i 5,6 milioni di profughi siriani all’estero, sia per i 6,6 milioni di rifugiati interni. Mentre infuria il conflitto siriano, nelle prigioni di Al-Assad le condizioni di trattamento dei prigionieri politici raccontano un’ulteriore guerra, caratterizzata a sua volta da terribili violenze. Il Violations Documentation Center in Syria (VDC) è un’organizzazione non governativa fondata dall’avvocato Razan Zaitouneh, un’attivista siriana per i diritti umani, già nota prima della rivoluzione del 2011. Un server da 600.000 gigabyte, di proprietà del VDC, contiene documenti relativi alle vittime di questo conflitto. 

Mentre Bashar Al-Assad era intento a reprimere le proteste iniziali della popolazione siriana, nel marzo del 2011, e quando l’opposizione ha iniziato a fratturarsi, con l’emergere di nuovi attori nel conflitto, Zaitouneh ha voluto registrare ogni violazione del diritto internazionale umanitario. Dalla prigionia alla tortura, dall’omicidio e dal rapimento, tutto doveva essere registrato. Tutte le vittime dovevano essere identificate e gli autori dei crimini, indipendentemente dalla loro posizione nel conflitto, dovevano essere individuati. Costretta, nel 2012, a fuggire dalla sua città natale, Damasco, Zaitouneh si è trasferita a Douma, a nord-est della capitale. Lì, la 36enne è stata rapita, il 9 dicembre 2013, dalla sua casa da Jaysh al-Islam, un gruppo di miliziani islamici, insieme a suo marito, Wael Hamadeh, un collega avvocato e poeta, Nazem Hammadi, e Samira al- Khalil, un’attivista precedentemente imprigionata per ragioni politiche dal regime del padre di Assad, Hafez Al-Assad. Quel giorno di dicembre fu l’ultima volta in cui i cosiddetti “Quattro di Douma” furono visti. Tuttavia, la loro attività di documentazione legale è stata continuata da altri.

I 35 dipendenti del VDC in Siria e la sua enorme rete di volontari cercano di raccogliere il maggior numero possibile di dati, sia nelle aree controllate dall’opposizione, sia nel territorio controllato dal regime di Assad, recentemente in crescita. Le testimonianze e i dati grezzi sono inviati a una squadra di 15 funzionari di controllo, istruiti legalmente in tutta Europa, che perfezionano le informazioni ricevute e fanno ulteriori ricerche. Tuttavia, i dati riguardanti le operazioni dello Stato islamico rimangono abbozzati e spesso di seconda mano, a causa dei pericoli dovuti al ricercare nell’area. Il database è fluido, aggiornato quando arrivano nuove informazioni da testimoni, avvistamenti nelle carceri, cartelle cliniche, famiglie delle vittime o persino imam che svolgono le loro sepolture quotidiane. Si stima che più di 500.000 persone siano rimaste uccise in Siria a causa della guerra. Il VDC ha documentato 188.957 di quelle morti e i suoi registri indicano che il 77% è stato potenzialmente ucciso, in violazione del diritto umanitario, dal regime di Assad. Un ulteriore 12% della documentazione si riferisce alle vittime di gruppi armati dell’opposizione, il 4% alle vittime dello Stato Islamico e del gruppo estremista Al-Nusra, il 3% alle vittime di attacchi provenienti dalla Russia e l’1,4% alla quelle delle offensive della coalizione internazionale, guidata dagli Stati Uniti. La Turchia e i curdi, insieme ad altri attori periferici, sono ritenuti responsabili per il resto. Due terzi delle morti documentate sono di civili. Nei primi anni, arresti, torture ed esecuzioni costituivano la maggior parte dei dati.

Alkatlaby, i cui genitori sono stati detenuti nelle carceri di Hafez Al-Assad per quasi tutta la sua infanzia, nel 2008, ha lasciato la Siria per l’Olanda dopo l’arresto di alcuni amici delle università di Aleppo e Damasco. Noura Al-Jizawi, studentessa alla Homs University, racconta del suo arresto e della sua prigionia, in un report che raccoglie le testimonianze di numerose prigioniere siriane. Mentre stava coordinando una dimostrazione non violenta, era stata portata via, bendata, fino alla prigione, da agenti dell’intelligence siriana che le puntavano una pistola al petto. Al riguardo di tali arresti, Alkatlaby sostiene che si debbano andare a ricercare gli autori di alto livello. “Non crediamo che si possa fare giustizia nei confronti di tutti i responsabili di questi crimini, ma ciò che è più importante è ottenere l’alto livello dell’opposizione, i generali, il cerchio ristretto attorno ad Al-Assad e lo stesso Al-Assad. Questo è quello che stiamo cercando di fare”, ha dichiarato. Le storie contenute nelle testimonianze sono numerose.

Una donna incinta, arrestata perché il governo sospettava che suo marito fornisse medicine alle forze ribelli, ha descritto i corpi dei morti che venivano trascinati attraverso i corridoi e le urla delle persone torturate. Un’altra ex detenuta ha raccontato di essere rimasta rinchiusa in una cella per sei giorni con un cadavere. Questa, ha cercato di togliersi la vita con una lama di rasoio, che la donna riporta essere stata intenzionalmente lasciata accanto a lei. Zahira, il cui nome è stato cambiato, aveva 45 anni quando è stata arrestata nel suo posto di lavoro in un sobborgo di Damasco nel 2013. Appena arrivata all’Aeroporto militare di Al Mezzeh, è stata perquisita, legata a un letto e violentata da cinque soldati. Per i successivi 14 giorni, è stata violentata o minacciata di stupro ripetutamente. Durante un interrogatorio, un soldato ha filmato quello che stava accadendo e ha minacciato di mostrarlo alla sua famiglia e alla sua comunità. Passata da una struttura all’altra nel corso di cinque mesi, oltre a ripetute brutali violenze sessuali, Zahira è stata anche regolarmente picchiata. In un’occasione è stata torturata con l’elettricità, in un’altra è rimasta legata a testa in giù per oltre un’ora, mentre la colpivano in faccia con un bastone. Tra un interrogatorio e l’altro, Zahira era tenuta in isolamento, in una cella non più grande di un metro per un metro, senza luce naturale. 

Secondo quanto riportano gli analisti, le cicatrici fisiche e mentali della detenzione influenzeranno i prigionieri per il resto della loro vita. Molti provano vergogna, con enormi ripercussioni sul loro re-inserimento nella società e sulle loro relazioni con le famiglie. Alcune comunità, inoltre, tendono giudicare le vittime, sopratutto nei casi relativi alle violenze sessuali subite dalle prigioniere, a causa della stigmatizzazione degli abusi sessuali e dello stupro. La speranza di chi ha raccontato e delle organizzazioni che si occupano di registrare tali abusi, è quella di far luce su ciò che accade nei centri di detenzione di Assad. Ciò che la loro testimonianza significa, tuttavia, è che i funzionari del governo, della polizia e dell’esercito siriano potrebbero essere ritenuti responsabili delle loro azioni, in potenziali futuri processi per crimini di guerra, una volta concluso il sanguinoso conflitto siriano.

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traduzione e redazione a cura di Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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