Due sfide per Ankara: la Turchia contro la crisi e contro Washington

Pubblicato il 13 agosto 2018 alle 12:07 in Turchia USA e Canada

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Alle prese con una grave crisi della lira e con rapporti sempre più delicati con gli Stati Uniti, la Turchia tenta di reagire, alternando nuove misure economiche a frequenti attacchi contro Washington. Il 13 agosto, la Banca Centrale turca si è impegnata a ridurre le sue riserve di lire e di valuta estera e a fornire tutta la liquidità necessaria per sostenere le banche, dopo che la moneta del Paese ha raggiunto il suo minimo storico di 7.24 rispetto al dollaro statunitense nella notte tra il 12 e il 13 agosto. Tali mosse, ha spiegato la Banca Centrale, libereranno nel sistema finanziario 10 miliardi di lire, 6 miliardi di dollari e una liquidità aurea equivalente a 3 miliardi di dollari. L’annuncio è arrivato dopo che il ministro delle Finanze turco, Berat Albayrak, ha informato, in un’intervista concessa al quotidiano turco Hurryiet Daily News, che le autorità turche avrebbero iniziato a implementare un piano di azione economica a partire da lunedì 13 agosto, in risposta al crollo della lira verificatosi 3 giorni prima. Il ministro turco non ha fornito dettagli sulle misure che saranno adottate, tuttavia ha fatto riferimento ad alcuni elementi che saranno al centro del nuovo approccio economico turco, dalla disciplina di bilancio, a nuove regole fiscali, passando per un piano per le banche e l’economia reale, che porrà particolare attenzione alle piccole e medie imprese, più colpite dalle fluttuazioni dei tassi di cambio.

In seguito agli annunci di Albayrak prima e della Banca Centrale poi, i mercati hanno registrato una lenta ripresa della valuta turca che, nel corso di quest’anno, ha perso oltre il 40% rispetto al dollaro, a causa delle preoccupazioni per l’influenza del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, sull’economia, per le ripetute richieste di abbassare i tassi di interesse e per il deterioramento dei legami con gli Stati Uniti. In particolare, con riferimento alla visione economica del leader di Ankara, Erdogan, che si è sempre definito un “nemico dei tassi di interesse”, vuole che le banche concedano prestiti a tassi ridotti per alimentare la crescita. Gli investitori, tuttavia, temono che, a lungo andare, tale politica finisca per soffocare l’economia turca. Contro le intenzioni presidenziali, pertanto, la Banca Centrale, a maggio e a giugno, ha alzato i tassi di interesse nel tentativo di sostenere la valuta turca.

Da Ankara, intanto, arrivano rassicurazioni in merito alla crisi economica. Da una parte, Erdogan rassicura sul potenziale dell’economia nazionale, evidenziando l’aumento nella produzione, delle esportazioni e delle entrate derivanti dal turismo. Dall’altra, il ministro delle Finanze descrive il crollo della lira come un attacco contro Ankara, rincarando in tal modo le parole dello stesso presidente turco che, nel discorso tenuto a Trabzon, sul Mar Nero, domenica 12 agosto, al Partito di Giustizia e Sviluppo (AKP), ha negato che la Turchia si trovi in una crisi finanziaria come quelle che hanno colpito i Paesi asiatici 20 anni fa. Secondo il leader di Ankara, il crollo della lira non è imputabile alla debolezza dei fondamentali economici del Paese, ma piuttosto ad “un’operazione” condotta dagli Stati Uniti contro la Turchia, nell’ambito di una “guerra economica”, finalizzata a “costringere il Paese a cedere in ogni campo, dalla finanza alla politica, per fare in modo che la Turchia e la nazione turca si inginocchino”. “Abbiamo visto il tuo gioco e ti sfidiamo. Se ci attaccate con il dollaro, cercheremo altri mezzi per portare avanti i nostri affari”, ha dichiarato Erdogan.

Il riferimento è al 10 agosto, quando il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha deciso di raddoppiare le tariffe sulle importazioni di acciaio e alluminio dalla Turchia rispetto a quelle imposte il 23 marzo, portandole rispettivamente al 20% e al 50% e rendendole efficaci a partire dal 13 agosto. Immediata è stata la reazione delle autorità e della valuta turca. Se il ministero del Commercio ha definito la mossa “illegale”, nel quadro delle regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), affermando che la Turchia continuerà a difendere gli esportatori nazionali di acciaio e alluminio su qualsiasi piattaforma internazionale, il valore della lira è sceso vertiginosamente, fino a oltre 6.6 lire per un dollaro. Secondo quanto riferito dal ministero del Commercio turco, nel 2017, le esportazioni di ferro, acciaio e alluminio dalla Turchia verso gli Stati Uniti hanno ammontato ad 1,1 miliardi di dollari. Con tale valore, gli Stati Uniti hanno rappresentato la prima destinazione per le esportazioni di acciaio turco nel 2017.

Nel discorso di Trabzon, Erdogan ha affermato altresì che la Turchia non accetterà la pressione degli Stati Uniti e che le azioni dell’amministrazione Trump minacciano l’alleanza di vecchia data tra i due Paesi. “Voglio che sappiano che non ci arrenderemo, continueremo a produrre e continueremo ad aumentare le esportazioni”, ha affermato Erdogan, che ha poi messo in guardia che l’atteggiamento americano potrebbe determinare uno spostamento geopolitico nelle alleanze dei membri della NATO e costringere la Turchia “verso nuovi mercati e nuove alleanze”. “Diremo addio a quanti sacrificano la loro partnership e alleanza strategica con un Paese di 81 milioni di persone sull’altare delle loro relazioni con organizzazioni terroristiche”, ha dichiarato Erdogan, sottolinenado che la Turchia continuerà ad agire secondo il diritto internazionale ma che non si lascerà minacciare da “alcuna persona, alcuno Stato o alcuna agenzia di rating” né intimorire da chi è intentionato a fare dei Turchi gli “schiavi del dollaro”.

Le relazioni tra Ankara e Washington sono tese a causa di una serie di questioni, dalla mancata estradizione di Fethullah Gulen, il predicatore islamico residente negli Stati Uniti che Ankara accusa di aver orchestrato il tentativo di golpe del 15 luglio 2016, agli S-400, i sistemi di difesa missilistica che la Turchia vuole acquistare dalla Russia ma che Washington considera incompatibili con quelli della NATO. Ulteriori terreni di scontro tra Stati Uniti e Turchia sono il conflitto siriano e il caso Brunson. Con riferimento al conflitto siriano, Ankara condanna il sostegno americano alle Syrian Kurdish People’s Protection Units (YPG) e al Democratic Union Party (PYD), forze contigue al Kurdistan Workers’ Party (PKK), che la Turchia considera un’organizzazione terroristica. Il caso Brunson, infine, ha messo recentemente ai ferri corti i due Paesi a causa della detenzione da parte delle autorità turche, dall’ottobre 2017, del pastore cristiano evangelico della Carolina del Nord, accusato di spionaggio e terrorismo. Washington, che da tempo richiede il rilascio di Brunson, ha imposto l’1 agosto sanzioni contro i ministri dell’Interno e della Giustizia turchi, sanzioni cui Ankara ha risposto disponendo il congelamento dei beni di 2 funzionari statunitensi in segno di rappresaglia. L’11 agosto, in un discorso nella provincia di Ordu, sul Mar Nero, Erdogan aveva già ammonito gli Stati Uniti, facendo loro notare che stanno “rinunciando ad un partner strategico della NATO per un pastore”. In quell’occasione, peraltro, Erdogan aveva avvertito che il Paese non si sarebbe lasciato intimorire. La Turchia, ha dichiarato il leader di Ankara, si inchinerà “solo davanti a Dio”.

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Roberta Costanzo

di Redazione

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