Siria: bombardamenti ad Idlib, si teme un’offensiva imminente

Pubblicato il 9 agosto 2018 alle 12:20 in Medio Oriente Siria

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Le forze del regime siriano, il 9 agosto, hanno bombardato le posizioni dei ribelli dell’opposizione, nella provincia nord-occidentale di Idlib, secondo quanto riferisce l’Osservatorio siriano per i diritti umani. 

La provincia di Idlib rappresenta il più grande territorio ancora in mano ai ribelli a quando, il 19 luglio, migliaia di residenti sono stati evacuati dai due villaggi di Kafraya e Fuaa, ultime due aree sotto il controllo dei gruppi armati pro-regime, circondate da gruppi ribelli. Il presidente siriano, Bashar al-Assad, ha avvertito che liberare tale area sarebbe stata la sua prossima priorità militare. La mattina dell’9 agosto, le forze del regime siriano hanno attaccato con alcuni colpi di artiglieria e missili Jisr al-Shughur, una città chiave nella parte sud-occidentale della provincia. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani “il bombardamento prelude un assalto”. “Tuttavia, non è stato ancora fatto alcun passo avanti in tale direzione”, ha dichiarato il capo dell’Osservatorio siriano, Rami Abdel Rahman. “I rinforzi del regime, tra cui equipaggiamenti, soldati, veicoli e munizioni sono arrivati da martedì 7 agosto”, ha aggiunto.

Le forze del regime sono distribuite su tre fronti: parte è posizionata nella vicina provincia di Latakia, a ovest di Jisr al-Shughur; altri nella pianura di Sahl al-Ghab, che si trova a sud di Idlib; e, in fine, in una zona del sud-est della provincia che si trova già nelle mani del regime. Il quotidiano siriano, Al-Watan, che è vicino al regime, ha riferito anche che le truppe dell’esercito hanno bombardato posizioni di alcuni jihadisti nell’area. Idlib, che non si trova sotto il controllo del regime dal 2015, è situata lungo il confine con la Turchia ed è quasi completamente circondata da territori controllati dal regime. Circa il 60 per cento della provincia è ora amministrato da Hayat Tahrir al-Sham (HTS), un’organizzazione siriana che era affiliata ad Al-Qaeda. Il resto del territorio è, invece, controllato da fazioni di opposizione al regime, rivali anche tra loro.

Le truppe siriane hanno riconquistato alcune zone chiave del Paese negli ultimi mesi con l’aiuto dell’alleata Russia, che ha negoziato una serie di accordi di consegna dei territori con i ribelli. Apparentemente temendo un accordo simile per Idlib, la HTS ha arrestato dozzine di persone nella provincia che hanno precedentemente svolto la funzione di intermediari con il regime. Nella mattinata del 9 maggio, il gruppo ha arrestato diverse figure simili da alcuni villaggi nel sud-est di Idlib, definendoli “capi del tradimento”, secondo quanto ha riportato un’agenzia di stampa collegata alla HTS. L’Osservatorio siriano sui diritti umani ha dichiarato di aver documentato più di 100 arresti di questo tipo da parte dell’HTS e delle forze rivali, solo questa settimana. Ad oggi, la provincia di Idlib ospita circa 2,5 milioni di persone, compresi ribelli e civili trasferiti in massa da altri territori che sono stati riconquistati dalle truppe siriane dopo intensi assalti. Un gruppo di agenzie sanitarie, guidato dall’ONU, ha avvertito questa settimana che un’anticipata offensiva del regime siriano contro i ribelli dell’opposizione nella provincia di Idlib potrebbe mettere a rischio oltre 700.000 civili.

Il regime siriano, guidato dal presidente Bashar al-Assad, è sostenuto da Mosca. L’inviato presidenziale russo per la Siria, Alexander Lavrentyev, ha negato l’imminenza di un’operazione o un attacco rilevante a Idlib, nonostante Assad abbia precedentemente affermato che era prioritario riacquisire il controllo della provincia, attualmente dominata dai ribelli e dai jihadisti. Lavrentyev ha aggiunto che, poiché la minaccia proveniente dalla zona di Idlib è ancora significativa, è necessario che “l’opposizione moderata e i nostri partner turchi, che si sono assunti la responsabilità di stabilizzare questa regione, la gestiranno”. Idlib è stato un argomento centrale nel corso dei colloqui di Astana, in cui partecipano rappresentanti del regime siriano, i ribelli, la Russia, la Turchia e l’Iran. In occasione dell’ultimo di questi incontri, la delegazione turca aveva sottolineato l’importanza di mantenere il regime di cessate il fuoco nella regione.

In particolare, nel corso del processo di pace di Astana, Mosca e Teheran, sostenitori del regime siriano, e Ankara, sostenitrice dei ribelli, hanno concordato, il 3 e il 4 maggio 2017, di istituire 4 zone di de-escalation, Homs, Ghouta, Daraa e Idlib, come parte di un tentativo di istituzione di un cessate il fuoco a livello nazionale. Ankara teme che possa verificarsi una migrazione di massa verso la Turchia in seguito ad un eventuale attacco del regime siriano contro Idlib. Per tale ragione, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha più volte richiamato il suo omologo russo, Vladimir Putin, avvertendolo che se Damasco prende di mira Idlib, “l’essenza stessa dell’accordo di Astana” potrebbe essere “completamente distrutta”. La guerra in Siria è iniziata nel marzo del 2011. Entrato attualmente nel suo ottavo anno, il conflitto siriano ha causato circa 465.000 vittime, oltre che un milione di feriti, e ha costretto circa 12 milioni di persone, corrispondenti alla metà della popolazione siriana prima della guerra, ad abbandonare le proprie abitazioni.

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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