Cina e Taiwan: verso la tempesta?

Pubblicato il 7 agosto 2018 alle 15:25 in Approfondimenti Cina

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La Cina intende isolare l’isola di Taiwan dal resto della comunità internazionale e indebolirne il governo democratico. Questa è la ragione per cui ha intrapreso una serie di misure volte a ridurre i contatti con gli altri Paesi e la partecipazione dell’isola agli eventi internazionali. Secondo gli analisti, questa situazione genera venti di tempesta nelle acque dello stretto di Taiwan e mette la presidente dell’isola, Tsai Ing-wen in una posizione quanto mai difficile, in vista delle nuove elezioni politiche del 2020.

I rapporti tra l’isola di Taiwan – che gode di una indipendenza de facto, ma viene considerata dalla Cina continentale una sua provincia – e il Continente cinese non sono mai stati semplici, da quando, nel 1949 il governo cinese del Partito Nazionalista (Guomindang) è fuggito da Pechino trovando rifugio sull’isola di Taiwan, alla fine della guerra civile con il Partito Comunista che fondava, nello stesso anno, la Repubblica Popolare Cinese.

Rapporti già tesi che si sono inaspriti con la vittoria delle elezioni presidenziali e legislative dell’isola da parte del Partito Democratico Progressista guidato dalla presidente Tsai Ing-wen, nel 2016. Il Partito Democratico Progressista sostiene l’indipendenza di Taiwan dalla Cina continentale e ha posizioni meno moderate del suo predecessore al governo, il Partito Nazionalista, guidato dall’ex presidente Ma Yingjiu.

Le azioni intraprese dalla Cina per isolare Taiwan dalla comunità internazionale comprendono la spinta da parte cinese per la rottura dei rapporti diplomatici con Taipei di quattro dei suoi alleati chiave in America Centrale e in Africa – Panama, Sao Tome & Principe, il Burkina Faso e la Repubblica Domenicana – in cambio di aiuti per lo sviluppo economico provenienti da Pechino, nonché la richiesta di privare Taiwan del suo ruolo di osservatore nell’Associazione Mondiale per la Sanità. Da ultimo, la Cina è riuscita a far pressione per ottenere la cancellazione del termine “Taiwan” come parola chiave per la ricerca delle mete di volo sui siti web di 44 compagnie aeree di tutto il mondo, di cui 4 basate negli Stati Uniti, inoltre si è attivata per cancellare la candidatura della città taiwanese di Taizhong come sede dei Giochi Giovanili Asiatici del 2019, candidatura che era stata approvata nel 2012.

Quali sono le ragioni dietro a queste scelte di Pechino?

La prima ragione potrebbe trovarsi nel disprezzo da parte della Cina per il governo pro-indipendenza e democratico di Taiwan. Se così fosse, però, le misure intraprese da Pechino sarebbero controproducenti, secondo l’analisi di Chih-Cheng Chang, Ph.D., ricercatore presso il Fairbank Center for Chinese Studies della Harvard University e redattore della pagina politica di Thinking Taiwan, giornale online della fondazione creata dalla presidente taiwanese Tsai ing-wen. Le intimidazioni e le misure volte all’isolamento dell’isola e del suo governo avrebbero come unico risultato quello di rendere sempre meno popolare tra la popolazione di Taiwan non solo la Cina Continentale, ma anche il Partito Nazionalista taiwanese e le sue posizioni moderate nei confronti di Pechino, secondo Chang.

La seconda ragione – quella più realistica secondo lo studioso taiwanese – sarebbe una strategia ben calibrata dal governo cinese basata sulla volontà di Pechino di indebolire il governo di Taiwan agli occhi della comunità internazionale e di lederne l’autorevolezza agli occhi della popolazione taiwanese stessa spezzando il delicato equilibrio che l’attuale Presidente dell’isola ha creato in merito ai rapporti con la Cina.

La presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen ha ben chiara l’importanza di mantenere il sostegno della popolazione, per questa ragione tenta di rimanere distante dalle ideologie indipendentiste più radicali che si stanno diffondendo sull’isola. Nonostante Tsai Ing-wen, subito dopo il giuramento, abbia dichiarato di voler mantenere lo status quo e non abbia fatto alcuna prima mossa che potesse portare verso il conflitto aperto con Pechino, quest’ultima ha raddoppiato il suo impegno per creare un’atmosfera di isolamento e di paura nella società taiwanese.

Si tratta di un modo per generare una perdita di fiducia della popolazione nei confronti del governo che potrebbe, però, sfociare nel rafforzamento delle correnti più radicali e indipendentiste già presenti sull’isola e mettere Tsai Ing-wen e il suo governo in una posizione delicata, con due scelte difficili.

La prima scelta è quella di radicalizzare l’attuale posizione in merito all’indipendenza con un avvicinamento alle correnti radicali. Questo porterebbe a un maggiore supporto da parte dei gruppi radicali, la perdita del sostegno aperto degli Stati Uniti – il cui supporto è essenziale per la sopravvivenza e la sicurezza dell’isola – e della maggioranza della popolazione che ha posizioni più moderate e preferisce che si mantenga un equilibrio sottile con la Cina, senza giungere al conflitto aperto.

La seconda scelta è quella di mantenere una posizione non radicale nei confronti dell’indipendenza dell’isola e difendere lo status quo attuale – con indipendenza de facto non riconosciuta dalla Cina – e di perdere, nel tempo, il sostegno dei gruppi radicali che potrebbero spostare il loro voto verso i nuovi partiti con una posizione più forte, come il New Power Party, che alle elezioni del 2016 è stato la terza forza politica del Paese.

Le misure della Cina per isolare Taiwan e mettere in difficoltà la sua leadership continueranno ad aumentare. Di fronte a ciò, Tsai Ing-wen può fare due cose, secondo l’analisi di Chang. La prima è quella di tenere unito il popolo di Taiwan in nome della difesa della democrazia, con la consapevolezza che le fasce più frustrate e più arrabbiate con la Cina della popolazione difficilmente rinnoveranno il solo supporto al suo Partito alle prossime elezioni. La seconda è rafforzare il sostegno della comunità internazionale – in particolare di Stati Uniti e Giappone – mentre tenta di mantenere una relativa stabilità nei rapporti con Pechino.

In tal senso, Tsai Ing-wen ha chiesto alla comunità internazionale di “lavorare insieme per riaffermare i nostri valori di democrazia e libertà e per limitare la Cina e minimizzare l’espansione della sua influenza egemonica”, nella sua intervista a Agence France Press del 24 giugno scorso. Si tratta di parole forti che evidenziano la delicatezza della posizione della leader di Taiwan che tenta di mantenere lo status quo nonostante le “grandi pressioni” da parte di Pechino.

Taiwan e il Sogno Cinese di Xi Jinping

La Cina e il suo presidente, Xi Jinping, hanno modificato la loro politica nei confronti di Taiwan passando da un aumentato sostegno allo sviluppo economico dell’isola con la sigla di un accordo di libero scambio tra le due rive dello Stretto di Taiwan, durante la presidenza del rappresentante del Partito Nazionalista Ma Yingjiu – 2009-2016 – a un approccio che mira a isolare l’isola dalla comunità internazionale da quando al potere vi è il governo del Partito Progressista Democratico, da sempre pro-indipendenza, guidato da Tsai Ing-wen.

Secondo un sondaggio della National Chengchi University, nel 1992 il 46,4% dei taiwanesi si definivano “sia taiwanesi che cinesi”, un dato che scende al 37,3% nel 2017; mentre il 17,6% degli intervistati nel ’92 si considerava esclusivamente taiwanese, una percentuale cresciuta fino al 55,3% nel 2017. Tali dati dimostrano come, nonostante l’avvicinamento politico alla Cina voluto dall’ex-presidente Ma Yingjiu fino al 2016, la popolazione dell’isola si senta sempre più distante dal Continente.

Un dato che non sembra preoccupare il presidente Xi Jinping che fa dell’unificazione di Taiwan un pilastro del suo Sogno Cinese e della sua politica di “rinvigorimento del popolo cinese”.

Durante il suo intervento al XIX Congresso del Partito Comunista Cinese nell’ottobre 2017, Xi Jinping ha ribadito la sua volontà di “salvaguardare la sovranità e l’integrità territoriale cinese” e ha affermato di possedere “la risolutezza, la fiducia e la capacità di sconfiggere qualsiasi tentativo di indipendenza di Taiwan, sotto qualsiasi forma. Non permetteremo mai a nessuno, nessuna organizzazione o partito politico, in nessun momento e in nessuna forma, di separare una parte del territorio cinese dalla Cina”.

Gli obiettivi di Xi Jinping sarebbero tre.

Il primo è quello di isolare Taiwan sulla scena internazionale per scoraggiare qualsiasi forma di intervento in sua difesa da parte degli altri Paesi. Il secondo è quello di provare a convincere il popolo Taiwanese che l’idea che l’isola possa continuare a esistere come stato indipendente sia una causa persa e che essa non dispone delle risorse e degli alleati per andare avanti, perciò l’unica via possibile è quella dell’unificazione. Il terzo è aumentare le sue attività militari vicino all’isola per far sì che l’esercito taiwanese viva costantemente all’erta e pronto a rispondere a un eventuale attacco.

Pechino preferirebbe una riunificazione di Taiwan pacifica, secondo l’analisi di Micheal Mazza su Foreign Affairs, ma non ha mai ufficialmente escluso il ricorso alla forza.

La Cina e Taiwan sembrano sempre di più essere una forza inarrestabile da un lato e un oggetto irremovibile dall’altro, separate soltanto da 100 miglia di acque aperte, secondo Mazza. Taiwan proverà a evitare una collisione che sarebbe catastrofica, ma non a costo della sottomissione a Pechino. Ciò che non è ancora chiaro è se Pechino è pronto ad accettare una qualsiasi soluzione diversa dalla resa totale dell’isola e dall’unificazione.

Quel che è certo, afferma Micheal Mazza, è che si prevedono venti di tempesta sullo Stretto di Taiwan.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti cinesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

di Redazione

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