Egitto: esercito uccide 52 militanti islamici nel Sinai

Pubblicato il 5 agosto 2018 alle 13:33 in Africa Egitto

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Negli ultimi giorni, le truppe e le forze di sicurezza egiziane hanno ucciso almeno 52 sospetti militanti islamici, ha riferito l’esercito nazionale, nell’intensificarsi delle operazioni governative contro lo Stato Islamico.

Il comunicato, pubblicato domenica 5 agosto dall’esercito e dal ministero della Difesa, rende noto che, oltre ai 52 militanti neutralizzati, sono stati distrutti 15 veicoli carichi di armi e munizioni mentre tentavano di penetrare nel confine occidentale del Paese, e altri 17 nella regione egiziana meridionale. Dei 52 militanti uccisi, 13 erano “takfiri estremamente pericolosi” che sono stati neutralizzati nel Sinai nel quadro di un’operazione condotta dalle forze di sicurezza nella città di al-Arish, capitale della provincia del Sinai Settentrionale. Le autorità egiziane utilizzano il termine “takfiri” riferendosi ai militanti islamici che spesso accusano le proprie vittime di essere “infedeli”. I restanti 39 militanti islamici sono stati uccisi in diverse operazioni militari portate avanti nella regione centrale e settentrionale del Sinai.

L’esercito egiziano ha reso noto, nel corso degli ultimi mesi, che centinaia di militanti fondamentalisti sono stati uccisi nell’operazione avviata dal presidente, Abdel Fattah al-Sisi, in seguito all’attacco a una moschea che, venerdì 24 novembre 2017, ha causato la morte di 305 persone e il ferimento di altre 109, diventando di fatto l’aggressione più letale nel Paese più densamente popolato del mondo arabo..

Le recenti operazioni fanno salire a oltre 300 (almeno 313) il bilancio dei militanti islamici uccisi dalle forze militari del Paese, le quali godono del sostegno della polizia locale e di altre forze di sicurezza. L’attuale offensiva governativa, volta a sradicare il fondamentalismo dal territorio, e in particolare dalle zone desertiche più impervie dove i miliziani trovano riparo, è iniziata nel mese di febbraio. Da febbraio a oggi sono rimasti uccisi in tali operazioni almeno 35 soldati egiziani.

Sconfiggere una volta per tutte gli islamisti e ripristinare la sicurezza nel Paese dopo anni di violenze e tensioni rappresentano i pilastri della promessa elettorale fatta da al-Sisi alla popolazione egiziana, nel momento in cui è stato rieletto, il 26 marzo 2018, con il 97% dei voti, sbaragliando i deboli candidati dell’opposizione che concorrevano al titolo presidenziale. Al-Sisi ha dunque prestato giuramento davanti al Parlamento in data sabato 2 giugno, assumendo il suo secondo mandato quadriennale. I detrattori di al-Sisi denunciano la rigida politica di intolleranza e repressione del dissenso avviata dalla sua presidenza, mentre i suoi sostenitori affermano che tali misure sono necessarie per riportare il Paese alla stabilità. L’Egitto non conosce una situazione stabile da quando le proteste popolari rovesciarono l’allora presidente Hosni Mubarak, che consegnò le dimissioni l’11 febbraio 2011. A partire da quel momento, centinaia di islamisti sono tornati in patria dall’Afghanistan, stabilendosi nella Penisola. In particolare, la situazione dei diritti umani in Egitto è deteriorata dopo che un golpe ha rovesciato, il 3 luglio 2013, l’ex presidente islamista Mohamed Morsi, esponente dei Fratelli Musulmani. L’uomo era stato democraticamente eletto nel giugno 2012 ma, in seguito a numerose proteste popolari contro il suo governo, era stato rovesciato e messo sotto accusa insieme ad altri esponenti dei Fratelli Musulmani. La successiva ascesa al potere di al-Sisi, l’8 giugno 2014, ha scatenato le insorgenze dei jihadisti nella regione settentrionale della penisola del Sinai. I ribelli hanno focalizzato i loro attacchi contro le forze di sicurezza e la minoranza cristiana egiziana, rendendo critica la questione della stabilità nel Paese.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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