Israele: nuovo blocco della fornitura di carburante a Gaza

Pubblicato il 2 agosto 2018 alle 13:24 in Israele Medio Oriente

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Il ministro della Difesa israeliano, Avigdor Lieberman, ha annunciato la reimposizione del blocco delle forniture di carburante a Gaza in risposta al rinato flusso di aquiloni e palloncini incendiari, giovedì 2 agosto.

Israele aveva già imposto un blocco analogo sul valico di Kerem Shalom, il 16 luglio, tuttavia tale chiusura era stata sollevata in seguito alla riduzione degli ordigni esplosivi lanciati oltre il confine della Striscia verso lo Stato Ebraico. Le Nazioni Unite e Gisha, il Centro Legale per la Libertà di Movimento, avevano definito tale misura un atto di “punizione collettiva”. Le organizzazioni avevano altresì condannato Israele per la decisione di gestire Gaza “come meglio crede”, descrivendo il provvedimento come immorale e come “un atto intenzionale di arroganza in una situazione instabile”. Hamas, da parte sua, aveva descritto la chiusura del confine commerciale come un “crimine contro l’umanità”. Dal punto di vista israeliano, invece, la decisione è arrivata in risposta alle settimane di incendi scoppiati in diverse aziende agricole israeliane, in seguito al lancio di aquiloni e palloncini incendiari dall’enclave palestinese. Il portavoce del servizio antincendio dello Stato Ebraico ha affermato che sono circa 750 gli incendi causati da kite e palloncini esplosivi, i quali hanno bruciato circa 2.600 ettari, provocando danni per milioni di shekel.

Gli aquiloni incendiari, e più di recente i palloncini, sono diventati il simbolo dell’ondata di proteste palestinesi contro il blocco di Gaza. Dall’inizio della Marcia del Ritorno, il 30 marzo, sono stati uccisi 157 palestinesi, inclusi 15 bambini, e sono state ferite più di 12.000 persone. Gli scontri al confine hanno raggiunto il picco il 15 maggio, quando 40.000 abitanti di Gaza hanno protestato lungo la recinzione, risultando nella morte di almeno 60 palestinesi. Tali accadimenti si sono verificati il giorno dell’apertura dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme. L’obiettivo della protesta era il ritorno dei rifugiati palestinesi nei territori in cui adesso sorge Israele, una delle questioni discusse nei negoziati di pace tra le due parti. Il popolo palestinese considera il ritorno nei territori israeliani un diritto, che dovrebbe essere garantito dalle norme internazionali. Al contrario, Israele considera la questione una richiesta politica che dovrebbe essere discussa nel processo di pace.

L’attraversamento di Kerem Shalom è l’unico presente tra Gaza e Israele disposto al trasporto merci, mentre un confine separato, noto come Erez, è predisposto al passaggio di persone. Lo Stato Ebraico, che dal 2008 ha combattuto 3 guerre contro il movimento islamista di Hamas, controlla rigorosamente entrambe le frontiere. L’unico altro punto di entrata per la Striscia di Gaza è in Egitto. Tuttavia, tale ingresso è rimasto chiuso negli ultimi anni, ad eccezione di un’apertura avvenuta a metà maggio dell’anno corrente.

Secondo quanto riporta Al Jazeera English, l’enclave costiera soffre di una grave mancanza di elettricità ed è costretta a fare affidamento su generatori alimentati da carburante durante le numerose interruzioni giornaliere. Il 23 luglio, Mohammad Tabet, il portavoce dell’utenza elettrica a Gaza, ha dichiarato che i 2 milioni di abitanti della Striscia sarebbero rimasti senza energia per 18 ore al giorno. Tabet ha altresì affermato: “Stiamo cercando di fornire un livello minimo di elettricità di 4 ore al giorno, tuttavia anche questo è in dubbio. La carenza di energia elettrica si estenderà oltre le 16 ore al giorno”.

Leggi Sicurezza Internazionale, il primo quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Alice Bellante

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.