Caso Brunson: USA sanzionano due ministri turchi, sale la tensione

Pubblicato il 2 agosto 2018 alle 16:14 in Turchia USA e Canada

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L’amministrazione Trump ha imposto sanzioni contro due alti funzionari del governo turco a causa della detenzione del pastore evangelico americano, Andrew Brunson, detenuto in Turchia dall’ottobre 2017, con l’accusa di spionaggio e terrorismo. In particolare, le sanzioni americane, imposte mercoledì 1 agosto, sono dirette contro il ministro della Giustizia, Abdulhamit Gul, e il ministro degli Interni, Suleyman Soylu. Secondo quanto riportato dal quotidiano turco Hurryiet Daily News, il regime sanzionatorio prevede che qualsiasi proprietà o interesse nelle proprietà, appartenenti ai due ministri turchi nella giurisdizione americana, saranno bloccati. Agli Americani, inoltre, è generalmente proibito di fare affari con loro.

L’imposizione delle sanzioni è l’ultima mossa americana nel braccio di ferro fra Stati Uniti e Turchia in merito al caso Brunson. Il 50enne pastore cristiano evangelico della Carolina del Nord, Andrew Brunson, è trattenuto da 21 mesi in Turchia con l’accusa di legami con il Kurdistan Workers’ Party (PKK) e la Fethullahist Terrorist Organization (FETÖ), la rete del predicatore islamico Fethullah Gulen, che Ankara considera responsabile del fallito tentativo di golpe del 15 luglio 2016. Sebbene Brunson abbia sempre negato tali accuse, il 18 luglio, un tribunale della provincia turca di Smirne ha respinto gli appelli per la sua liberazione, salvo poi decidere, il 25 luglio, di trasferirlo agli arresti domiciliari per problemi di salute. Il 3 luglio, tuttavia, le autorità giudiziarie turche hanno respinto l’appello dell’imputato per essere liberato durante il processo, al termine del quale, se ritenuto colpevole, potrebbe essere condannato fino a 35 anni di reclusione.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha ripetutamente intimato alle autorità turche di rilasciare il pastore americano, fino alla scorsa settimana, quando ha formulato tale richiesta direttamente al presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, nel corso di una conversazione telefonica. Il 26 luglio, su Twitter, il leader della Casa Bianca ha minacciato bruscamente severe sanzioni contro la Turchia, in caso di mancato rilascio di Brunson. Il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha prontamente reagito, dichiarando che la Turchia “non tollererà mai le minacce di nessuno”. Tuttavia, il 28 luglio, in seguito ad una dura telefonata fra il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, e Cavusoglu, i due funzionari hanno riferito di essersi impegnati “a continuare le discussioni per risolvere la questione”.

“Il presidente Trump ha reso abbondantemente chiaro che gli Stati Uniti si aspettano che la Turchia rilasci immediatamente il pastore Brunson”, ha dichiarato il segretario del Tesoro americano, Steven Mnuchin, che, nell’annunciare le sanzioni, ha spiegato che “l’ingiusta detenzione e la continua azione penale da parte dei funzionari turchi è semplicemente inaccettabile”. I due ministri turchi sanzionati, ha informato dalla Casa Bianca la portavoce, Sarah Sanders, sono stati scelti in quanto principali responsabili dell’arresto e della detenzione del pastore americano. La Sanders ha altresì precisato che le sanzioni sono state ordinate personalmente da Trump.

Immediata la reazione da parte dei due ministri interessati, riportata da Hurryiet Daily News. Se il ministro della Giustizia ha informato, su Twitter, l’1 agosto, di non avere “neppure un centesimo negli Stati Uniti” e di non avere alcun sogno se non quello di vivere nel suo Paese, il ministro degli Interni ha affermato, sullo stesso social media, che l’unica proprietà turca negli Stati Uniti è FETÖ. Da Ankara, anche il ministro degli Esteri Cavusoglu ha ammonito su Twitter che “le sanzioni contro i nostri due ministri non rimarranno senza risposta” e che “danneggeranno gravemente gli sforzi costruttivi per risolvere i problemi tra i nostri due Paesi”.

Secondo il quotidiano americano The New York Times, “le relazioni tra Stati Uniti e Turchia sono state sconnesse per decenni”, a partire dall’intervento militare turco a Cipro nel 1974 e dal rifiuto di Ankara di consentire alle truppe americane di utilizzare le basi in territorio turco nell’imminenza della guerra in Iraq, iniziata nel 2003. Le sanzioni imposte da Washington contro i ministri turchi rischiano di complicare ulteriormente le relazioni, già tese, con Ankara, alleato chiave degli Stati Uniti nell’ambito della NATO. I rapporti fra i due Paesi, peraltro, sono tesi anche a causa di una serie di questioni recenti. Da una parte Washington guarda con timore alle “crescenti tendenze autocratiche di Erdogan” nonché all’acquisto da parte della Turchia degli S-400, i sistemi di difesa missilistica russi che Washington considera incompatibili con quelli della NATO. Dall’altra, Ankara non apprezza il sostegno americano alle forze curde, considerate terroristiche, in Siria, né il rifiuto da parte degli Stati Uniti di estradare il predicatore islamico, Fethullah Gulen, che Ankara accusa di aver orchestrato il tentativo di colpo di Stato del 15 luglio 2016. “Il rapporto ora è ufficialmente in crisi e l’unica via d’uscita è che Erdogan faccia ciò che odia di più: arretrare”, ha dichiarato il viceconsigliere per la sicurezza nazionale dell’ex vicepresidente, Julianne Smith. Sul versante turco, tuttavia, il leader di Ankara, già prima dell’annuncio delle sanzioni, aveva definito le minacce americane “inappropriate”.

Dubbi in merito alla decisione americana emergono, peraltro, anche negli Stati Uniti. “Stiamo cercando di far rilasciare un singolo individuo dalla prigione o di migliorare la nostra relazione con un alleato, con tutta una serie di problemi in gioco?”, ha chiesto l’ex ambasciatore americano presso la NATO, Ivo H. Daalder, che ha concluso chiedendosi quale sia la strategia americana complessiva.

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Roberta Costanzo

di Redazione

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