Iran agli USA: “se voi iniziate una guerra, noi la finiremo”

Pubblicato il 27 luglio 2018 alle 8:56 in Iran USA e Canada

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Il capo delle Quds Forces iraniane, il maggiore generale Qassem Suleimani, ha risposto alle minacce del presidente statunitense, Donald Trump, affermando che se gli Stati Uniti decidessero di iniziare una guerra, lIran distruggerà tutto ciò che possiedono.

Il canale di informazione iraniano, al-Alam, ha riportato le seguenti parole di Suleimani, rivolte a Washington: Voi inizierete questa guerra, ma saremo noi a scrivere la parola fine. Perciò dovete stare attenti ad insultare il popolo iraniano e il presidente della nostra Repubblica. Conoscete il nostro potere nella regione e le nostre capacità nella guerra asimmetrica. Agiremo e lavoreremo. Suleimani è uno dei più importanti comandanti militari iraniani, vertice delle Quds Forces, le quali sono responsabili per le operazioni militari al di fuori dellIran, tra cui quelle in Siria.

I commenti in questione rappresentano gli ultimi aggiornamenti sullo scambio di minacce in corso tra Washington e Teheran. Linizio delle tensioni verbali è avvenuto tra il 22 e il 23 luglio quando lIran ha annunciato la produzione di massa di un missile a medio raggio, soprannominato Fakour. In tale occasione, il ministro della Difesa, Amir Hatami, ha dichiarato: Oggi viviamo in un ambiente dove siamo circondati da nemici senza vergogna e da persone maliziose, come gli attuali capi degli Stati Uniti e alcuni dei loro alleati, i quali non capiscono altro che il linguaggio della forza”. Hatami ha poi aggiunto che, in linea con le istruzioni del leader supremo Ayatollaj Ali Khamenei, l’Iran è pronto a dare una risposta proporzionale a ogni minaccia.

Alla luce di tali affermazioni, la sera di domenica 22 luglio, il presidente Donald Trump si è scagliato contro Teheran su Twitter, mettendola in guardia di “non minacciare mai più gli Stati Uniti” o di essere pronta a subire conseguenze che “pochi nella storia hanno sofferto prima d’ora”. Per tutta risposta, l’agenzia di stampa della Repubblica Islamica iraniana (IRNA), di proprietà statale, ha reagito in poche ore, respingendo il tweet di Trump e descrivendolo come una “reazione passiva” alle osservazioni del presidente iraniano, Hassan Rouhani. Il leader della Repubblica Islamica, la stessa sera, aveva altresì esortato Washington a “non giocare con la coda del leone”, dal momento che “l’America dovrebbe sapere che la pace con l’Iran è la madre di ogni pace e che la guerra con l’Iran è la madre di tutte le guerre”. A tali affermazioni sono poi seguiti commenti da parte di Trump e del segretario di Stato, Mike Pompeo. Quest’ultimo ha altresì definito i leader religiosi dellIran come santi ipocriti, i quali, secondo la sua opinione, sarebbero più interessati a riempire le proprie tasche e a diffondere visioni estremiste piuttosto che aiutare i cittadini a corto di soldi. Anche Trump ha dato seguito alla dinamica, twittando a Rouhani che una guerra con gli Stati Uniti sarebbe disastrosa per il Paese mediorientale.

Teheran è il principale oppositore di Washington in Medio Oriente. Fin dal proprio insediamento, il 20 gennaio 2017, l’amministrazione Trump ha portato avanti una linea dura nei confronti dell’Iran, precedentemente promossa nel corso della campagna elettorale. Uno dei momenti di massima tensione fra i due Paesi si è verificato l’8 maggio scorso, quando gli Stati Uniti hanno annunciato il ritiro dal Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), l’accordo sul nucleare iraniano, firmato il 14 luglio 2015, tra Teheran e i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu quali Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Russia e Cina, più la Germania. L’accordo prevedeva la sospensione di tutte le sanzioni imposte precedentemente contro l’Iran dall’Unione Europea, dall’Onu e dagli Stati Uniti, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale e del consenso a sottoporre il programma nucleare a rigorose verifiche. Poco dopo l’annuncio americano, Teheran ha dichiarato che sarebbe rimasta nell’accordo nonostante l’assenza di Washington e che, al contrario degli Stati Uniti, avrebbe sempre rispettato i principi del patto.

Inoltre, Teheran, ancora oggi, continua a ribadire che la sua attività nucleare è destinata esclusivamente alla produzione di elettricità e altri progetti pacifici. Da parte loro, gli USA, al contrario, teme le attività iraniane, soprattutto in relazione al suo programma missilistico. Il 4 luglio, il Dipartimento di Stato americano ha annunciato di aver elaborato una campagna di “massima pressione economica e diplomatica” sull’Iran, per convincerlo a negoziare un accordo migliore.  Le nuove sanzioni americaneentreranno in vigore in due tranches. Le prime, dirette al settore automobilistico iraniano e al commercio di oro e altri metalli preziosi, saranno applicate a partire dal 4 agosto. La seconda tranche, invece, colpirà il settore energetico, specialmente il petrolio, e le transazioni con la Banca Centrale iraniana a partire dal 6 novembre 2018.

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Alice Bellante

di Redazione

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