Capo della Banca nazionale d’Etiopia: “Le riforme economiche richiederanno diversi anni”

Pubblicato il 27 luglio 2018 alle 8:27 in Africa Etiopia

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Nonostante l’Etiopia abbia intrapreso una revisione radicale della propria economia, ad avviso del direttore della Banca Centrale etiope, Yinager Dessie, la sua moneta non verrà svalutata tanto presto e la liberalizzazione del settore bancario richiederà diversi anni.

La 47enne Yinager Dessie ha preso il timone il mese della BNE, la Banca nazionale d’Etiopia, il mese scorso per mettere in pratica il programma di riforme politiche ed economiche avviate dal primo ministro Abiy Ahmed, che ha prestato giuramento lo scorso 3 aprile. Secondo Yinager Dessie, il Paese sta facendo una svolta netta rispetto al modello economico in vigore fino a poco tempo fa, guidato dallo Dtato dalla fine del regime militare nel 1991. “Non possiamo cambiare il modo in cui ci muovevamo negli ultimi 15-16 anni”, ha spiegato  a Reuters, riferendosi a un eventuale periodo di rapida crescita guidato da enormi investimenti statali nelle infrastrutture. Secondo il capo della BNE, sarà necessario esaminare nuovi modi di gestire l’economia.

Da quando il premier Ahmed è salito alla guida dell’Etiopia, il Paese africano ha avviato un cambiamento radicale non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello politico e sociale. Le tensioni politiche erano emerse nel novembre 2015 per via del Master Plan, un piano adottato dalle autorità di Addis Abeba, che mirava a espandere il territorio della capitale a discapito degli abitanti della regione di Oromo, la più grande e la più popolosa del Paese. Nonostante il progetto fosse stato cancellato nel mese di gennaio 2016, le proteste sono continuate, diffondendosi anche nella regione di Amhara e, gradualmente, nel resto del Paese. I cittadini hanno cominciato altresì a chiedere la liberazione dei prigionieri e il riconoscimento di maggiori diritti e maggiore rappresentanza politica per gli abitanti di Oromo e Amhara così che, dal 3 gennaio, il governo di Addis Abeba ha rilasciato più di 7.000 prigionieri per cercare di sedare le tensioni, senza tuttavia riuscirvi.

Il 15 febbraio, l’ex premier Hailemariam ha presentato le dimissioni, dichiarando di voler lasciare il potere per permettere l’attuazione di riforme democratiche e porre fine alle tensioni politiche nel Paese. Il giorno seguente, la coalizione governativa Ethiopia Peoples Revolutionary Democratic Front (EPRDF), ha proclamato lo stato di emergenza per la durata di 6 mesi, per cercare di interrompere le proteste. Tale condizione, revocata il 5 giugno scorso, ha previsto una serie di restrizioni alla popolazione per mantenere l’ordine pubblico e garantire la sicurezza, tra cui il divieto di sciopero, di manifestare e di organizzare o partecipare a riunioni non autorizzate.

Il 27 marzo, il 42enne Abiy Ahmed, originario di Oromia e parte dell’Oromo Peoples Democratic Organization (OPDO), uno dei quattro partiti della coalizione governativa, è stato nominato premier, inaugurando il proprio mandato il 2 aprile. Il nuovo leader ha giurato di voler attuare riforme democratiche per porre fine alle proteste, senza tuttavia fare alcun riferimento alla fine dello stato di emergenza. Ahmed ha altresì affermato di riformare il sistema giudiziario, all’interno del quale due leggi anti-terrorismo, quali la Antiterrorism Proclamation e la Ethiopian Charities and Societis Proclamation, sono considerate repressive e restrittive. Il 16 aprile, Ahmed ha annunciato anche di voler attuare riforme in materia di sicurezza e di intelligence, promettendo di stabilire un sistema di controllo su tutto il settore.

L’8 giugno, Abiy ha sostituito i capi di due rami dei servizi di sicurezza del Paese, quali le forze armate e il Servizio nazionale di Sicurezza e Intelligence, nominando Seare Mekonnen alla guida dell’esercito al posto di Samora Yunis, secondo quanto comunicato su Twitter dal capo dello staff di Abiy, Fitsum Arega. Alla testa del Servizio nazionale di Sicurezza e Intelligence è stato posto invece il dirigente dell’aviazione militare, Adem Mohamed, che ha sostituito Getachew Assefa. Yunis e Assefa sono membri anziani del Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè (TPLF), uno dei quattro partiti della coalizione di governo, mentre i nuovi capi dei due servizi di sicurezza mancano della loro stessa influenza politica.

Dieci giorni dopo, Abiy ha denunciato pubblicamente l’uso della tortura sui prigionieri politici, definendola incostituzionale, presentando una breve relazione al Parlamento, in cui ha esposto la situazione degli affari correnti nel Paese, tra cui la recente decisione di privatizzare la compagnia di telecomunicazioni statale e quella aerea nazionale.

Infine, il 9 luglio, l’Etiopia e l’Eritrea hanno firmato un accordo di pace, dichiarando la fine dello stato di guerra tra i due Paesi. Il conflitto, in corso dal 1998, ha destabilizzato l’intera regione e ha visto entrambi i governi incanalare gran parte dei loro budget nella sicurezza. L’Etiopia è diventata un Paese senza sbocco sul mare dal 24 maggio 1993, quando l’Eritrea si è costituita come Stato indipendente. Conque anni dopo, il 6 maggio 1998, i due vicini hanno cominciato una guerra per la demarcazione del loro confine condiviso. Anche negli anni successivi all’accordo di Algeri, siglato il 12 dicembre del 2000, periodici scontri si sono verificati in seguito al rifiuto dell’Etiopia di accettare la sentenza della Commissione per la delimitazione dei confini sostenuta dall’ONU. Dal 1998, le violenze hanno causato la morte di circa 80.000 persone. La sentenza della Commissione aveva stabilito che la città di Badme, al confine tra i due Stati, dovesse essere ceduta all’Eritrea. Tuttavia, l’Etiopia si è sempre rifiutata di accettare questa condizione e le dispute di confine non sono mai cessate. Il 6 giugno 2018, con una dichiarazione inaspettata, Abiy aveva affermato di essere pronto ad accogliere integralmente tutte le decisioni della Commissione, accogliendo di fatto anche la cessione di Badme.

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Sofia Cecinini

di Redazione

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