Turchia: termina lo stato di emergenza

Pubblicato il 19 luglio 2018 alle 9:21 in Medio Oriente Turchia

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Lo stato di emergenza in Turchia si è concluso giovedì 19 luglio all’una del mattino, ora locale. La notizia è stata annunciata dall’agenzia di stampa turca, Anadolu Agency, che ha spiegato che “per attuare uno stato di emergenza, il governo deve prevedere seri segnali di violenza diffusa che potrebbero interferire con l’ambiente democratico o con i diritti e le libertà costituzionali fondamentali dei suoi cittadini”.

Le prime reazioni sono arrivate dal mondo della tutela dei diritti umani. Da Amnesty International, il vicedirettore dell’Europa, Fotis Filippou, ha affermato che la revoca dello stato di emergenza rappresenta un “passo nella giusta direzione”, ma deve essere accompagnato da “misure urgenti per essere qualcosa di più di un esercizio superficiale”. “Ciò di cui c’è bisogno è un’azione sistematica per ripristinare il rispetto dei diritti umani, consentire alla società civile di prosperare di nuovo e sollevare il clima soffocante di paura che ha inghiottito il Paese”, ha spiegato Filippou.

Lo stato di emergenza in Turchia, rinnovato più volte per la durata di tre mesi ciascuna, è durato complessivamente quasi due anni. È stato imposto il 20 luglio 2016, in seguito al tentativo di colpo di Stato del 15 luglio di quell’anno, orchestrato, secondo Ankara, dalla Fethullahist Terrorist Organization (FETÖ), la rete del predicatore islamico Fethullah Gülen, attualmente residente negli Stati Uniti. In particolare, il governo turco accusa la rete di Gulen di aver sfruttato decenni di infiltrazioni in istituzioni giudiziarie, militari e di polizia per influenzare diffusamente molte istituzioni statali e le forze armate turche. Lo stato di emergenza è stato poi prorogato 7 volte, l’ultima il 18 aprile di quest’anno, e ha condotto al licenziamento di 130.000 persone fra funzionari pubblici, professionisti legali, accademici e insegnanti nonché all’arresto di decine di migliaia di persone, ritenute affiliate o legate alla FETÖ o a gruppi terroristici. Nello specifico, secondo i dati forniti dal ministero della Giustizia, sono state presentate oltre 100.000 indagini penali. Di queste, 48.000 sono state portate in tribunale a partire dal 10 luglio.

Negli ultimi due anni, il governo turco ha altresì chiuso più di 200 istituzioni mediatiche e 1.500 organizzazioni non governative, fondazioni e associazioni di varia natura ed emesso oltre 35 decreti di emergenza. I decreti, che hanno emendato radicalmente 107 leggi, potevano riguardare esclusivamente questioni relative ai motivi per i quali lo stato di emergenza era stato imposto. Non hanno tuttavia mancato di suscitare critiche da parte delle opposizioni, che hanno accusato Erdoğan di aver sfruttato lo stato di emergenza per reprimere il dissenso e il suo partito di abusare dei decreti per bypassare il Parlamento e la legislazione vigente.

Due giorni prima della revoca dello stato di emergenza, il 16 luglio, il Partito di Giustizia e Sviluppo (AKP) ha presentato in Parlamento un progetto di legge, che mantiene alcune delle misure vigenti sotto lo stato di emergenza per altri 3 anni e introduce nuovi elementi legislativi. La proposta è finalizzata a rafforzare i poteri delle autorità turche nella lotta al terrorismo, consentendo loro di detenere senza accusa i sospettati di reati contro l’integrità dello Stato, crimine organizzato e atti di terrorismo per 48 ore o, nel caso di reati collettivi, 4 giorni. Questo periodo potrà essere esteso per un massimo di due volte o, qualora si riscontrino difficoltà nella raccolta delle prove o se il caso si rivela particolarmente complesso, fino a 12 giorni. Il progetto consentirà, inoltre, di impedire il trasporto di tutti i tipi di armi e munizioni, nonché l’ingresso e l’uscita di determinate persone da specifiche aree per ragioni di sicurezza. La proposta, infine, prevede il licenziamento dei funzionari pubblici considerati affiliati o legati a organizzazioni terroristiche e amplia i motivi per vietare le dimostrazioni. Tali norme, tuttavia, mettono in guardia le opposizioni, non sono meno severe dello stato di emergenza.

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Roberta Costanzo

di Redazione

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