Israele: blocco di gas e carburante a Gaza

Pubblicato il 18 luglio 2018 alle 13:28 in Israele Palestina

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Israele, il 16 luglio, ha deciso di rafforzare ulteriormente il blocco imposto sulla Striscia di Gaza, impedendo le consegne di gas e carburante attraverso l’unica traversata commerciale con l’enclave palestinese. Lunedì 9 luglio, lo Stato Ebraico aveva già deciso di chiudere, fino a nuovo ordine, il valico di Kerem Shalom, unicamente dedicato allo scambio di merci con la Striscia, permettendo il trapasso esclusivo di attrezzature umanitarie, come cibo, forniture medico-sanitarie e carburante. Il ministro della Difesa, Avidgor Lieberman, tuttavia, dopo essersi consultato con il capo dello staff militare, ha deciso di chiudere Kerem Shalom per il passaggio di gas e carburante, fino a domenica 22 luglio. Tale decisione è stata presa “alla luce dei continui sforzi terroristici di Hamas”, secondo il ministro, il quale ha inoltre deciso di ridurre la zona di pesca adiacente a Gaza da 6 a 3 miglia nautiche.

Le Nazioni Unite e Gisha, il Centro Legale per la Libertà di Movimento, hanno definito tale misura un atto di “punizione collettiva”. Le organizzazioni hanno altresì condannato Israele per la decisione di gestire Gaza “come meglio crede”, descrivendo il provvedimento come immorale e come “un atto intenzionale di arroganza in una situazione instabile”. Hamas, da parte sua, ha descritto la chiusura del confine commerciale come un “crimine contro l’umanità”. Dal punto di vista israeliano, invece, la decisione arriva in risposta alle settimane di incendi scoppiati in diverse aziende agricole israeliane, in seguito al lancio di aquiloni e palloncini incendiari dall’enclave palestinese. Il portavoce del servizio antincendio dello Stato Ebraico ha affermato che sono circa 750 gli incendi causati da kite e palloncini esplosivi, i quali hanno bruciato circa 2.600 ettari, provocando danni per milioni di shekel.

Gli aquiloni incendiari, e più di recente i palloncini, sono diventati il simbolo dell’ondata di proteste palestinesi contro il blocco di Gaza. Dall’inizio della Marcia del Ritorno, il 30 marzo, sono stati uccisi 139 palestinesi, inclusi 15 bambini, e sono state ferite più di 12.000 persone. Gli scontri al confine hanno raggiunto il picco il 15 maggio, quando 40.000 abitanti di Gaza hanno protestato lungo la recinzione, risultando nella morte di almeno 60 palestinesi. Tali accadimenti si sono verificati il giorno dell’apertura dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme. L’obiettivo della protesta era il ritorno dei rifugiati palestinesi nei territori in cui adesso sorge Israele, una delle questioni discusse nei negoziati di pace tra le due parti. Il popolo palestinese considera il ritorno nei territori israeliani un diritto, che dovrebbe essere garantito dalle norme internazionali. Al contrario, Israele considera la questione una richiesta politica che dovrebbe essere discussa nel processo di pace.

L’attraversamento di Kerem Shalom è l’unico presente tra Gaza e Israele disposto al trasporto merci, mentre un confine separato, noto come Erez, è predisposto al passaggio di persone. Lo Stato Ebraico, che dal 2008 ha combattuto 3 guerre contro il movimento islamista di Hamas, controlla rigorosamente entrambe le frontiere. L’unico altro punto di entrata per la Striscia di Gaza è in Egitto. Tuttavia, tale ingresso è rimasto chiuso negli ultimi anni, ad eccezione di un’apertura avvenuta a metà maggio dell’anno corrente.

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Alice Bellante

di Redazione

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