Egitto: 292 sospetti jihadisti accusati di voler uccidere al-Sisi

Pubblicato il 18 luglio 2018 alle 17:57 in Africa Egitto

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Una corte militare egiziana ha processato in segreto, mercoledì 18 luglio, 292 detenuti accusati di aver formato 22 cellule armate appartenenti a un affiliato del gruppo dello Stato Islamico nel Sinai. I militanti dell’organizzazione, secondo la sentenza del tribunale, avevano ordito almeno 2 piani finalizzati ad assassinare il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi.

I procuratori hanno affermato che i detenuti, tra cui 6 agenti di polizia, hanno istituito un gruppo armato che operava sotto la bandiera dell’ISIS nella regione del Sinai, pianificando di uccidere al-Sisi in almeno 2 occasioni. La prima prevedeva che il presidente venisse assassinato durante un suo pellegrinaggio minore al fianco del principe Mohammed bin Nayef nella città sacra della Mecca, in Arabia Saudita. La seconda includeva la partecipazione di 6 agenti di polizia in servizio che avrebbero dovuto prendere di mira il leader egiziano mentre attraversava un via del Cairo. Secondo quanto riportato dal quotidiano The New Arab, il gruppo avrebbe giurato fedeltà al leader dell’ISIS, Abu Bakr al-Baghdadi, prima di diventare affiliato dell’organizzazione.

Più di 200 sospetti jihadisti e almeno 35 soldati dell’esercito egiziano sono rimasti uccisi negli scontri iniziati quando l’Egitto ha lanciato l’operazione “Sinai 2018” per liberare la penisola dai militanti islamisti, il 9 febbraio 2018. L’iniziativa, che finora ha riscosso successo e ha permesso di distruggere grandi quantità di infrastrutture e materiale militare appartenenti ai terroristi, è stata istituita con l’obiettivo di distruggere le cellule jihadiste e sradicare “tutte le altre attività criminali che mettono in pericolo la sicurezza e la stabilità del Paese”, come specificato in un comunicato delle Forze Armate egiziane rilasciato all’inizio della campagna. Nonostante il presidente al-Sisi, avesse promesso, nel maggio 2018, che l’operazione in Sinai “si sarebbe conclusa il prima possibile”, gli scontri continuano tuttora a verificarsi nella penisola. L’ultima operazione antiterroristica è stata condotta il 29 maggio 2018 provocando l’uccisione di 8 militanti islamisti e 2 soldati egiziani.

Le violenze in quella regione, pur essendo iniziate nel gennaio 2011 con la rivoluzione egiziana, parte della Primavera Araba, si sono intensificate quando gruppi di matrice islamista come Ansar Bait al-Maqdis, Hasm e al-Qaeda hanno dichiarato guerra allo Stato egiziano.

La situazione in Egitto è deteriorata dopo che un golpe ha rovesciato, il 3 luglio 2013, l’ex presidente islamista Mohamed Morsi, esponente dei Fratelli Musulmani. L’uomo era stato democraticamente eletto nel giugno 2012 ma, in seguito a numerose proteste popolari contro il suo governo, era stato rovesciato e messo sotto accusa insieme ad altri esponenti dei Fratelli Musulmani. La successiva ascesa al potere di al-Sisi, l’8 giugno 2014, ha scatenato le insorgenze dei jihadisti nella regione settentrionale della penisola del Sinai. Gli attivisti hanno focalizzato i loro attacchi contro le forze di sicurezza e la minoranza cristiana egiziana.

Mentre l’esercito esorta la popolazione locale nel Sinai a sostenere le sue operazioni, Human Rights Watch e altre organizzazioni umanitarie hanno affermato che l’Egitto, dall’inizio dell’operazione “Sinai 2018”, ha intensificato le demolizioni indiscriminate di case, aziende e fattorie nella regione. Tuttavia, le autorità egiziane non si sono mai espresse in merito alle accuse.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Chiara Gentili

di Redazione

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