Siria: scontri vicino alle alture del Golan, 42 morti

Pubblicato il 17 luglio 2018 alle 10:15 in Medio Oriente Siria

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L’esercito siriano e i suoi alleati hanno preso il controllo di un’area strategica presso le alture del Golan, uccidendo 30 membri dell’opposizione e perdendo 12 combattenti affiliati al regime, lunedì 16 luglio. Nel corso dell’offensiva finalizzata a riconquistare il territorio a sud-ovest del Paese ancora occupato dai ribelli, le forze di Assad hanno altresì preso il controllo della collina di Tell al-Haara, nella provincia di Quneitra, nei pressi del confine con Israele. La cima del colle in questione, prima di cadere in mano all’opposizione nell’ottobre 2014, ospitava una base radar antiaerea, parte delle difese dell’esercito siriano contro Israele, e corrisponde al terreno più alto della provincia di Daraa. La zona, tra il 15 e il 16 luglio, è stata bombardata da raid dell’esercito russo e siriano. Secondo gli ultimi sviluppi, i contingenti governativi hanno ottenuto il controllo della città di Mashara, a circa 11 km dalla frontiera con il Golan.

Secondo quanto riporta Reuters, i ribelli avrebbero dichiarato che diversi contingenti aerei russi sono coinvolti nell’offensiva. Non a caso, alcuni jet del Cremlino hanno bombardato numerose città sotto l’egemonia ribelle nella provincia di Quneitra, costringendo i residenti e i combattenti alla resa. In seguito alla rinuncia alla controffensiva, le forze dell’opposizione e gli abitanti si trovano di fronte ad una scelta: evacuare l’area di appartenenza senza opporre resistenza oppure essere reclutati nelle milizie statali. Secondo fonti vicine all’esercito siriano, sulle città di Qusaiba, Sweisa e Ain Teineh sarebbe stata issata la bandiera nazionale siriana.

Gli scontri del 15 e 16 luglio sono verificati a pochi chilometri di distanza dalla zona della United Nations Disengagement Observer Force, un’area demilitarizzata e monitorata dalle Nazioni Unite sin dal 1974. Prima del attacco di Assad, lo Stato Ebraico aveva segnalato che non avrebbe impedito l’offensiva, ma che avrebbe reagito con una “dura risposta” nei confronti delle forze del regime siriano, nel caso in cui queste si fossero avvicinate troppo alle alture del Golan. Israele aveva inoltre sottolineato che non avrebbe tollerato alcuna presenza iraniana o Hezbollah vicino al proprio confine e che non avrebbe ceduto il Golan alla Siria ma, al contrario, avrebbe fatto pressioni per il riconoscimento statunitense della sovranità israeliana nella zona, occupata nel 1967 e annessa illegalmente nel 1981. 

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, durante una conferenza stampa con il presidente russo, Vladimir Putin, tenutasi lunedì 16 luglio, a Helsinki, ha dichiarato che entrambi i leader hanno accettato di lavorare insieme per garantire la sicurezza di Israele. Putin ha menzionato la necessità di ripristinare la situazione lungo i confini del Golan a com’era prima dello scoppio della guerra in Siria nel marzo 2011. In vista del vertice di Helsinki, inoltre, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, si era incontrato con il Cremlino a Mosca, l’11 luglio, discutendo riguardo alla questione siriana e la possibilità del ritiro iraniano dal Paese, in cambio della non-interferenza nel conflitto da parte di Israele. Domenica 15 luglio, invece, Netanyahu aveva intrattenuto una conversazione analoga con Donald Trump, ringraziando il leader statunitense per la dura posizione presa nei confronti dell’Iran.

La corrente offensiva del presidente Bashar al-Assad è finalizzata ad ottenere il controllo dell’area strategica, conosciuta come il “triangolo della morte”, la quale collega la campagna meridionale di Damasco con le provincie di Daraa e Quneitra. Tale zona è un baluardo delle milizie ribelli sostenute dall’Iran, compreso il gruppo Hezbollah, ragion per cui lo Stato Ebraico è tanto interessato a mantenere le alture del Golan demilitarizzate e sotto il proprio controllo.

Domenica 15 luglio, i media siriani hanno accusato Israele di aver attaccato la base aerea di Nairab, nei pressi di Aleppo, dove, secondo fonti occidentali, erano schierate forze iraniane. Secondo quanto riportato da Reuters, 28 attacchi aerei, una fitta artiglieria e diversi bombardamenti missilistici, presumibilmente russi, avrebbero colpito il villaggio di Mashara, nella provincia di Quneitra, a circa 11 km dalla frontiera del Golan. L’offensiva portata avanti nell’area controllata dall’opposizione, segna il primo attacco aereo di questo tipo da circa un anno. I bombardamenti si sono verificati a circa 4 km dalla linea che divide la zona della United Nations Disengagement Observer Force.

 Allo stesso tempo, centinaia di combattenti ribelli e le relative famiglie hanno iniziato a lasciare Daraa, il luogo di nascita della rivolta contro il regime di Assad, per poi essere trasferiti verso aree nel nord del Paese, secondo l’accordo negoziato con la Russia venerdì 6 luglio. Inoltre, un’ingente operazione per la consegna di aiuti umanitari è iniziata, lunedì 16 luglio, per supportare le aree della Siria sud-occidentale, ora in mano ad Assad. Secondo una dichiarazione della Syrian Arab Red Crescent (SARC), 16 camion che trasportavano 3.000 pacchi di cibo avrebbero raggiunto le città di Nassib e Um al-Mayathen, nella provincia di Daraa, nei pressi del confine con la Giordania. I bombardamenti del regime, iniziati il 19 giugno nei pressi di Daraa, hanno causato la morte di più di 160 civili e costretto più di 330.000 persone a lasciare le loro case.

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Alice Bellante

di Redazione

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