Sud Sudan: al voto la risoluzione dell’ONU per imporre embargo sulle armi

Pubblicato il 13 luglio 2018 alle 17:04 in Africa Sud Sudan

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Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite voterà, venerdì 13 luglio, una risoluzione proposta dagli Stati Uniti per imporre un embargo sulle armi in Sud Sudan, dove la guerra civile, scoppiata nel dicembre 2013, continua tuttora a creare disordini nella regione nonostante i tentativi di raggiungere un accordo di pace, iniziati il 19 giugno 2018. Per essere approvate, le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU devono ricevere almeno 9 voti favorevoli e nessun veto da parte di uno dei 5 membri permanenti (Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti). Secondo quanto dichiarato all’agenzia di stampa Reuters da alcuni diplomatici dell’organizzazione, gli Stati Uniti ritengono di riuscire a ottenere un numero di voti sufficienti per far passare la misura e sostengono che non ci sarà alcun veto.

Il 31 maggio, il Consiglio di sicurezza aveva votato per imporre nuove sanzioni al Sud Sudan se il conflitto non fosse cessato entro il 30 giugno 2018. La risoluzione, che includeva la possibilità di un embargo sulle armi e la stesura di una lista nera di 6 funzionari di governo cui sarebbero stati congelati i beni e vietato viaggiare, è stata approvata con 9 voti favorevoli e 6 astensioni. Il compito di riferire se le parti avranno raggiunto un “accordo politico fattibile” spetta al segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres. “Ci sono notizie attendibili di combattimenti”, ha reso noto Guterres al Consiglio di sicurezza dell’ONU in una lettera del 29 giugno. Ha poi aggiunto che le forze di pace statunitensi hanno documentato gravi violazioni dei diritti umani internazionali e del diritto umanitario nel Paese. “Sebbene il risultato degli sforzi regionali e internazionali per raggiungere una soluzione politica del conflitto non sia ancora chiaro, devo ribadire che qualsiasi accordo di pace deve essere inclusivo, equo e sostenibile”, ha chiarito il segretario generale. Venerdì 13 luglio sarà deciso se questi provvedimenti saranno effettivamente applicati o meno.

Alcuni membri del Consiglio di Sicurezza hanno affermato che non è il momento giusto per mettere in atto una simile risoluzione. Nel Paese africano sono in corso i negoziati per discutere un nuovo trattato di pace tra i ribelli, capeggiati dal leader di etnia nuer Riek Machar, e le forze governative, guidate dal presidente di etnia dinka Salva Kiir. Le rivalità tra le due fazioni erano iniziate già durante la guerra per l’indipendenza dal Sudan, dichiarata il 9 luglio 2011, quando i due leader si erano scontrati per il controllo del governo e del loro partito, il Movimento per la liberazione del popolo sudanese (SPLM).    

Già nel dicembre 2016, gli Stati Uniti avevano proposto di imporre un embargo sulle armi in Sud Sudan, in seguito al fallimento dell’accordo di pace stipulato tra governo e ribelli nell’agosto 2015. Tuttavia, la risoluzione non aveva ottenuto i voti necessari per essere approvata.

Venerdì 6 luglio, governo e opposizione avevano firmato un accordo sulle disposizioni di sicurezza che dovevano succedere al contratto di cessate il fuoco, stabilito con l’accordo di pace del 27 giugno. Sabato 7 luglio, un altro accordo era stato raggiunto per permettere la condivisone del potere tra le due fazioni, includendo Riek Machar nel governo in qualità di vicepresidente. Tuttavia, i ribelli non hanno accettato il compromesso perché ritengono che l’ampio raggio di potere di cui gode il presidente Kiir non verrà di fatto per nulla attenuato con questa mossa. Inoltre, giovedì 12 luglio, il Parlamento del Sud Sudan ha votato l’estensione del mandato del presidente fino al 2021, rischiando di compromettere i colloqui di pace dal momento che i gruppi di opposizione ritengono l’emendamento alla Costituzione illegale.

Dopo aver raggiunto l’indipendenza, il 9 luglio 2011, il Sud Sudan, anche grazie alle ingenti risorse petrolifere di cui dispone il territorio, era pronto a risollevare la sua economia e a stabilizzarsi. Tuttavia, le tensioni tra i due principali leader del Paese, Salva Kiir e Riek Machar, hanno presto causato l’inizio di una dura guerra civile che sarebbe durata circa 5 anni. Nel dicembre 2013, alcuni militari di etnia dinka, fedeli a Kiir, hanno cominciato a scontrarsi con quelli di etnia nuer, guidati da Machar e accusati di preparare un colpo di Stato. Per evitare di essere ucciso, Machar, che aveva riunito introno a sé una parte dell’esercito a lui fedele, era stato costretto a fuggire in Sudafrica. La pace, raggiunta nell’agosto 2015, aveva portato alla creazione di un governo di transizione. Tuttavia, già nell’aprile 2016, Machar e i suoi uomini erano tornati a Juba e il leader aveva riacquisito la sua carica. Sebbene Kiir e il suo rivale cerchino di mantenere l’ordine nel Paese, scontri su larga scala si verificano periodicamente e una parte dell’esercito ancora sostiene il progetto di una guerra a oltranza. L’ufficio per i diritti umani delle nazioni Unite ha dichiarato che, dall’inizio del 2018, almeno 232 civili sono stati uccisi e 120 donne violentate negli attacchi di terra bruciata compiuti dalle forze del governo sud sudanese nei villaggi controllati dalle truppe dell’opposizione.

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Chiara Gentili

di Redazione

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