Giordania: non si torna indietro sulle riforme fiscali

Pubblicato il 3 luglio 2018 alle 18:50 in Giordania Medio Oriente

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La Giordania porterà avanti una serie di riforme fiscali come previsto dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), secondo quanto ha riferito il 3 luglio il nuovo governo giordano, insediatosi dopo che una serie di proteste di massa, contro le misure di austerità, avevano portato alle dimissioni dell’ex primo ministro del Paese.

Il vice primo ministro, Rajai Muasher, ha affermato che la Giordania dovrà perseguire riforme economiche dolorose in linea con il piano di salvataggio sostenuto dal FMI per migliorare le precarie condizioni finanze del Regno. “Non possiamo tornare indietro sulle riforme fiscali, ci siamo impegnati a rispettarle”, ha affermato Muasher. Secondo quanto riportato dal quotidiano Jordan Times, il ministro avrebbe, inoltre, aggiunto che in Giordania “la crescita economica è debole, il debito pubblico è alto e il nostro bilancio è in deficit”. Tuttavia, Muasher ha rassicurato la popolazione giordana, in un discorso fatto alla stampa, sul fatto che “il programma nazionale di cui discuteremo con il Fondo monetario internazionale terrà conto delle nostre esigenze, delle nostre priorità e condizioni”.

Il ministro delle finanze, Ezzeddine Kanakrieh, ha dichiarato che i dati sulla crescita economica della Giordania sono “inferiori alle previsioni”, affermando che le entrate sono state inferiori di 564 milioni di dollari, rispetto al budget previsto. “Per affrontare le sfide attuali, la chiave è raggiungere la stabilità fiscale e monetaria”, ha aggiunto Kanakrieh, “abbiamo una strategia per ridurre il debito pubblico, ma rimangono ancora delle sfide”. Il ministro Muasher ha, inoltre, aggiunto che ci dovrà essere un “consenso” su come il governo troverà i fondi essenziali per i servizi e per pareggiare il bilancio. “Dobbiamo studiare il carico fiscale e assicurarci che sia giusto, e allo stesso tempo dobbiamo migliorare i servizi in vari settori”, ha continuato.

Il nuovo governo della Giordania ha prestato giuramento giovedì 14 giugno, e la nuova amministrazione, guidata dall’economista di Harvard, Omar Al-Razzaz, aveva inizialmente annunciato il ritiro della riforma fiscale contestata durante le proteste scoppiate il 1 giugno nel Regno. La riorganizzazione del governo aveva visto la sostituzione di metà dei 28 ministri. Tuttavia, il ministro degli Esteri, Ayman Safadi, e il ministro dell’Interno, Samir al-Mabidin, hanno mantenuto il proprio ruolo. Da quando aveva ricevuto l’incarico di formare un governo dal re Abdullah II, il 4 giugno, Al-Razzaz aveva dichiarato di essere stato impegnato in trattative con diversi partiti, per “raggiungere un sistema fiscale equo per tutti”.

L’annuncio delle riforme fiscali arriva nonostante il fatto che il nuovo governo sarà supportato dagli aiuti economici di diversi Paesi, volti a garantire la stabilità nell’area. Il Kuwait, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno promesso 2,5 miliardi di dollari alla Giordania. Il pacchetto degli aiuti economici è volto a diminuire l’attuale deficit di bilancio della Giordania, che ammonta a circa $ 700 milioni. Da parte sua, anche l’Unione Europea ha garantito un supporto economico al Regno. L’Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, aveva annunciato, domenica 10 giugno, in occasione di una conferenza stampa ad Amman alla presenza del ministro degli Esteri giordano, Ayman Al Safadi, che l’Unione Europea stanzierà 20 milioni di euro, corrispondenti a 23,5 milioni di dollari, di aiuti alla Giordania.

L’economia della Giordania ha faticato a crescere negli ultimi anni a causa di deficit cronici e per via della diminuzione degli investimenti di capitale straniero. Il Fondo Monetario Internazionale ha approvato un accordo con la Giordania, il 24 agosto 2016, che prevede un credito triennale da 723 milioni di dollari, per sostenere una riforma economica e finanziaria, con l’obiettivo di ridurre il debito pubblico e incoraggiare il cambiamento strutturale. Le politiche economiche dell’ex-premier Mulki, che erano previste dal disegno di legge e supportate dal Fondo Monetario Internazionale, avrebbero comportato un aumento della pressione fiscale in Giordania pari al 5% e avrebbero previsto l’abolizione dei sussidi sul pane, una politica ritenuta essenziale dalla popolazione più povera del Paese. Tali provvedimenti hanno causato il crollo della popolarità di Mulki e hanno scatenato grandi proteste. Le manifestazioni hanno preso di mira il disegno di riforma fiscale, ma anche i privilegi della classe politica, la corruzione e lo spreco di fondi pubblici. “Le nostre richieste sono legittime. No alla corruzione”, hanno recitato nelle piazze i manifestanti appellandosi al re Abdullah, percepito dalla popolazione come la forza unificante del Paese.

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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