Turchia: dozzine di colonnelli arrestati per sospetti legami con Gulen

Pubblicato il 2 luglio 2018 alle 15:02 in Medio Oriente Turchia

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La Turchia ha ordinato la detenzione di 68 sospetti, tra cui dozzine di colonnelli, in un’operazione diretta contro alcuni presunti sostenitori di Fethullah Gulen, religioso islamico, residente negli Stati Uniti, accusato di aver orchestrato il tentato colpo di stato del 15 luglio di due anni fa.

Nel corso dell’operazione incentrata sulle forze dell’esercito in 19 province, inclusa la capitale Ankara, sono stati trattenuti 68 individui, tutti membri del personale di comando delle forze terrestri turche, tra cui 19 soldati attivi. Secondo Reuters, i sospetti sono stati sorpresi in contatto telefonico con gli operativi del predicatore Fethullah Gulen. Tra gli arrestati figurano 22 colonnelli e 27 tenenti colonnelli. Complessivamente, 19 individui sono stati ufficialmente arrestati.

Non si tratta della prima volta che la polizia turca arresta militari accusati di avere legami con il Fethullah Gulen. Il 18 e l’11 maggio, la polizia turca aveva arrestato rispettivamente 33 e 184 soldati per sospetti legami con il movimento di Gulen. L’arresto di personalità ritenute vicine al religioso corrisponde alla politica portata regolarmente avanti dal tentato colpo di stato contro il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. La Turchia accusa Gulen, che vive in esilio auto-imposto negli Stati Uniti, di aver ordinato l’offensiva. Da parte sua, Gulen nega fermamente un suo coinvolgimento e insiste sul fatto che il suo movimento sia pacifico.  

Dal 21 luglio 2016, a seguito di tali eventi, Ankara ha imposto lo stato di emergenza nel Paese. Tale misura è stata estesa per la settima volta consecutiva il 18 aprile, quando il Consiglio dei ministri turco aveva stabilito che lo stato di emergenza sarebbe rimasto in vigore per il periodo di 3 mesi. La motivazione sarebbe stata il persistere della minaccia da parte della rete dei sostenitori del movimento Gulen, ritenuto l’ideatore del colpo di stato del 2016. Lo stato di emergenza è stato rimosso in seguito alle elezioni parlamentari e presidenziali del 24 giugno

A partire dal 15 luglio 2016, oltre 160.000 persone sono state arrestate e 152.000 dipendenti pubblici, compreso il personale militare, sono stati licenziati, secondo un report pubblicato il 20 marzo dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR).  Le potenze occidentali hanno ripetutamente criticato il giro di vite del governo turco. In questo contesto, il 9 maggio, l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Zeid Ra’ad Al-Hussein, aveva chiesto ad Ankara di rimuovere lo stato di emergenza, per consentire l’organizzazione di elezioni democratiche, che si terranno il 24 giugno. Da parte sua, il giorno successivo, il 10 maggio, il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, aveva dichiarato che lo stato di emergenza non avrebbe costituito un ostacolo allo svolgimento di elezioni democratiche.

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Alice Bellante

di Redazione

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