Iran: la crisi finanziaria agita la Repubblica Islamica

Pubblicato il 28 giugno 2018 alle 10:36 in Iran Medio Oriente

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Il Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha lanciato oggi un messaggio di sostegno agli iraniani che stanno partecipando a una serie di scioperi e proteste nella Repubblica Islamica. 

La notizia è riportata dal quotidiano Al-Monitor, che afferma che le manifestazioni in Iran, iniziate lunedì 25 giugno, sono cresciute nella giornata successiva. Tuttavia, i commercianti del Grand Bazaar di Teheran, dai quali erano partite le manifestazioni di lunedì, sono tornati al lavoro mercoledì 27 giugno, scortati da una forte presenza di agenti antisommossa, secondo quanto hanno riferito l’agenzia di stampa Fars e alcuni testimoni intervistati dall’Agenzia French Press. Il presidente iraniano, Hassan Rouhani, è sotto pressione a causa della gestione finanziaria del Paese, con il valore del rial che è crollato di quasi il 50 per cento negli ultimi sei mesi. Pompeo ha iniziato una campagna su Twitter, ora supportata da una dichiarazione formale, per amplificare le voci dell’opposizione. Anche il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha postato il 27 giugno, un video su Twitter in cui si è congratulato col popolo iraniano per i risultati nei mondiali di calcio e ha paragonato il coraggio in campo con quello dimostrato nelle manifestazioni contro il governo della Repubblica Islamica. Sia Pompeo, sia Netanyahu hanno denunciato gli sprechi di risorse dell’establishment iraniano e il loro coinvolgimento in conflitti regionali quali quello in Siria e in Yemen, a discapito dell’intervento a soluzione delle problematiche interne.  

Le proteste hanno spinto quasi due terzi dei parlamentari iraniani a scrivere una lettera al presidente Rouhani, il 27 giugno, chiedendo di modificare il suo team economico, per far fronte alla crisi attuale. “La scarsa performance degli alti funzionari incaricati di gestire l’economia negli ultimi anni ha portato a una crescente sfiducia da parte della popolazione”, hanno scritto i 187 parlamentari iraniani, nella lettera pubblicata dall’agenzia di stampa IRNA. I membri del Parlamento hanno esortato il leader ad agire “con urgenza”, invitandolo a apportare cambiamenti “nella gestione della squadra economica”. La squadra economica del governo è composta dai vicepresidenti e ministri, oltre che dai consiglieri economici di Rouhani e dal presidente della banca centrale. I legislatori hanno il potere di congedare i ministri o di dichiarare, attraverso un voto a maggioranza di due terzi, l’incapacità del presidente, spianando la strada a una sua eventuale destituzione da parte del leader supremo dell’Iran, l’ayatollah Khamenei.

“Il popolo iraniano è stanco della corruzione, dell’ingiustizia e dell’incompetenza dei suoi leader, il mondo ascolta la loro voce”, ha scritto Pompeo sul social network. Le proteste di massa sono esplose fuori dal Parlamento iraniano a Teheran, a seguito di un crollo della moneta locale, il rial, che rischia di peggiorare la già grave situazione economica del Paese. Le prospettive economiche iraniane sono estremamente peggiorate a seguito del ritiro americano, avvenuto l’8 maggio, dal Joint Comprehension Plan of Action (JCPOA), l’accordo nucleare iraniano. Il JCPOA era stato firmato il 14 luglio 2015 dall’Iran con Stati Uniti, Cina, Russia, Regno Unito, Francia e Germania. Gli Stati Uniti hanno chiesto, martedì 26 giugno, che i Paesi di tutto il mondo smettano di acquistare petrolio iraniano entro il 4 novembre o si preparino ad affrontare le sanzioni economiche americane. Un alto funzionario del Dipartimento di Stato ha avvertito le capitali straniere sul fatto che non saranno concesse deroghe e ha descritto il rafforzamento delle sanzioni su Teheran come “una delle nostre principali priorità di sicurezza nazionale”.

Alla fine dell’anno scorso, una serie di proteste analoghe avevano agitato l’Iran. Il 28 dicembre 2017, un’ondata di proteste è scoppiata nel Paese e, dalla città di Masshad, si era immediatamente diffusa in tutto L’Iran. I motivi alla base delle proteste, avviate dalle classi più deboli a livello economico, tra cui molti giovani sotto i 25, erano il malcontento del popolo iraniano nei confronti della crisi economica e della presunta corruzione delle autorità del Paese. Il 4 gennaio era stata annunciata la fine all’insurrezione popolare da parte del comandante del Corpo delle guardie della rivoluzione iraniana, il maggiore generale Mohammad Ali Jafari. Secondo i dati aggiornati all’ottavo giorno delle proteste, gli scontri tra i manifestanti e le forze della sicurezza avevano causato la morte di 22 cittadini iraniani e l’arresto di almeno 450 persone soltanto nella capitale, mentre altre centinaia di manifestanti erano stati messi imprigionati in altre zone del Paese.

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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