Quattro Stati arabi appoggiano il piano USA per la pace in Medio Oriente

Pubblicato il 26 giugno 2018 alle 14:15 in Medio Oriente USA e Canada

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Quattro Stati arabi hanno appoggiato il piano statunitense per il processo di pace israelo-palestinese, a prescindere dalla posizione del presidente dell’Autorità palestinese (AP), Mahmoud Abbas. Il quotidiano israeliano Israel Hayom ha intervistato alcuni funzionari di Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Giordania, che hanno confermato a Jared Kushner, consigliere e genero del presidente americano Donald Trump, e Jason Greenblatt, l’inviato USA nella regione, il loro sostegno all’annunciato “accordo del secolo” per la pace in Medio Oriente. 

Kushner e Greenblatt hanno condotto un tour di una settimana nella regione, dove hanno visitato la Giordania, l’Arabia Saudita, l’Egitto, il Qatar e Israele. Da parte loro, i membri dell’Autorità Palestinese si rifiutano di incontrare funzionari statunitensi da quando l’amministrazione Trump ha riconosciuto Gerusalemme come capitale d’Israele, accusando Washington di portare avanti pregiudizi filo-israeliani e di non essere idonei a mediare nei colloqui di pace tra israeliani e palestinesi. Secondo Daniel Siryoti, commentatore degli affari arabi per il giornale israeliano, un anonimo alto funzionario egiziano avrebbe dichiarato che i leader di Arabia Saudita, Egitto, Giordania e Emirati Arabi Uniti hanno posizioni “unanimi” sulla questione. Secondo il funzionario, i leader supportano il piano americano non si opporrebbero nemmeno a un tentativo di Washington di scavalcare gli interessi del presidente dell’Autorità Palestinese, Abbas. “Nonostante gli errori strategici commessi da Abu Mazen (Abbas) e dal suo popolo”, ha riferito il funzionario egiziano, “a Kushner e Greenblatt è stato detto, senza mezzi termini, che i palestinesi meritano uno Stato indipendente palestinese con Gerusalemme Est come sua capitale”, ha affermato il funzionario. “Kushner ha accettato la richiesta delle nazioni arabe e ha chiarito durante i suoi incontri con il re [della Giordania] Abdullah e il presidente [egiziano] al-Sisi che gli interessi del popolo palestinese non saranno danneggiati se il piano di pace regionale verrà introdotto senza la cooperazione dela leadership palestinese “, ha aggiunto. 

Il quotidiano Israel Hayom ha anche citato un alto funzionario giordano, che ha avvertito la leadership palestinese di rendersi “irrilevante rispetto al processo di pace”. “Gli Stati arabi non saranno quelli che impediranno il processo di pace, e il continuo rifiuto di Abbas di collaborare con gli americani porterà a un piano di pace regionale senza di lui”, ha aggiunto l’ufficiale. Intervistato da Al-Jazeera, Osama Hamdan, membro di Hamas in Libano, ha dichiarato che gli stati arabi sono strumentalizzati dagli Stati Uniti per esercitare pressioni sull’Autorità palestinese. “Questa amministrazione americana sta affrontando la questione palestinese attraverso soluzioni parziali e tutto ciò che suggerisce proviene da una prospettiva israeliana” ha affermato. Hamdan ha avvertito che l’adesione al piano del processo di pace statunitense da parte di un funzionario palestinese di alto livello porterebbe al caos per la popolazione palestinese. “Qualsiasi leader palestinese che accetti di impegnarsi con l’amministrazione statunitense, cedendo rispetto alle richieste palestinesi, finirà per affrontare una crisi con la realtà palestinese sul terreno”, ha riferito. 

Il clima tra Israele e Palestina è estremamente agitato. Gli scontri al confine tra lo Stato Ebraico e la Striscia di Gaza sono numerosi ed estremamente violenti. Una serie di raid aerei israeliani hanno colpito 3 postazioni di Hamas nella Striscia di Gaza, nella notte tra il 19 e il 20 giugno, in risposta a una serie di attacchi provenienti dalla Striscia nel sud di Israele. Gli aquiloni incendiari, e più di recente i palloncini, sono diventati il simbolo dell’ondata di proteste palestinesi degli ultimi mesi contro il blocco di Gaza. Dall’inizio delle proteste in Palestina, il 30 maggio, definite come Marcia del Ritorno, sono stati uccisi 129 palestinesi, inclusi 15 bambini, e sono state ferite più di 12.000 persone. Gli scontri al confine hanno raggiunto il picco il 15 maggio, quando 40.000 abitanti di Gaza hanno protestato lungo la recinzione, risultando nella morte di almeno 60 palestinesi. Tali accadimenti si sono verificati il giorno dell’apertura dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme. L’obiettivo della protesta era il ritorno dei rifugiati palestinesi nei territori in cui adesso sorge Israele, una delle questioni discusse nei negoziati di pace tra le due parti. 

In tale contesto, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 13 giugno, ha adottato una Risoluzione per condannare l’uccisione di oltre 100 palestinesi a Gaza da parte di Israele. La Risoluzione è stata presentata dall’Algeria e dalla Turchia, a nome dei Paesi arabi musulmani, ed ha ottenuto dai 193 Paesi: 120 voti in favore, 8 contrari e 45 astenuti. Gli Stati Uniti hanno presentato un emendamento volto a condannare Hamas per “incitamento alla violenza” lungo il confine di Gaza, tuttavia tale provvedimento non ha ottenuto la maggioranza di 2/3 necessaria per l’adozione. A seguito di tale risoluzione, gli Stati Uniti hanno deciso di ritirarsi dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, poiché Washington ritiene che l’atteggiamento dell’ente sia contro Israele. L’amministrazione Trump e le Nazioni Unite non dimostrano di essere in buoni rapporti. L’agenzia palestinese delle Nazioni Unite per i rifugiati ha denunciato di trovarsi di fronte a una grave carenza di finanziamenti, a causa del taglio agli aiuti attuato dagli Stati Uniti, pari a 250 milioni di dollari. L’agenzia prevede, quindi, di rinviare il pagamento degli stipendi e sospendere alcune delle sue operazioni a Gaza, secondo quanto ha affermato un funzionario.

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Maria Grazia Rutigliano 

 

di Redazione

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