Siria: jet russi attaccano roccaforte dei ribelli

Pubblicato il 24 giugno 2018 alle 12:26 in Russia Siria

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

I jet russi hanno attaccato una cittadina posta sotto al controllo dei ribelli siriani nella regione sud-occidentale del Paese; si tratta della prima offensiva aerea mossa da Mosca nell’area in aiuto delle forze governative del presidente siriano, Bashar al-Assad, le quali intendono riconquistare l’intero territorio.

Nella giornata di domenica 24 giugno, due diversi centri di monitoraggio che analizzano i movimenti aerei nel cielo siriano hanno registrato almeno 20 raid aerei condotti dai velivoli russi sulla cittadina di Busra al Harir, a nord-est di Deraa. “Abbiamo tracciato una missione lanciata da 5 jet russi, i quali hanno effettuato 25 raid”, ha riferito una fonte locale all’agenzia di stampa Reuters, spiegando che i jet da guerra erano partiti dalla base aerea russa di Hmeimim, situata nella provincia costiera occidentale di Latakia, in Siria.
In questo contesto, gli Stati Uniti hanno comunicato alle fazioni dei ribelli siriani di non aspettarsi, da parte loro, supporto militare per aiutarli a rispondere all’offensiva governativa di Damasco, la quale è potenziata via cielo dall’aiuto russo, ed è volta alla riconquista dei territori confinanti con la Giordania e con la zona delle alture del Golan, occupata da Israele. Washington ha inviato una copia del messaggio ai comandanti del Free Syrian Army (FSA); tale dispaccio, la cui veridicità è stata confermata da Reuters, rende nota la volontà del governo statunitense di mettere in chiaro che i ribelli “non dovrebbero basare le proprie decisioni sull’assunto o sull’aspettativa che gli Stati Uniti intervengano militarmente”. Il messaggio riferisce inoltre ai dissidenti, i quali si oppongono al governo di Assad, che sta a loro soltanto prendere la decisione giusta su come rispondere alla campagna militare dell’esercito governativo e su ciò che credono sia meglio per loro e per il loro gruppo. “Noi, in seno al governo americano, siamo coscienti delle difficili condizioni in cui versate, e continuiamo a esortare i russi e il regime siriano a non intraprendere alcuna misura militare che violi la zona di de-escalation”, recita inoltre il messaggio.

Giovedì 21 giugno, gli Stati Uniti avevano reiterato a Damasco la loro richiesta di rispettare la zona di pattuita demilitarizzazione, nella Siria sud-occidentale, mettendo in guardia Assad e la Russia, sua alleata, in merito a “serie ripercussioni” se essi non avessero cessato le ostilità nel territorio in questione. Nonostante tale avvertimento, nella giornata successiva, venerdì 22 giugno, ignorando apertamente l’appello americano, Assad ha ordinato l’avvio di una nuova offensiva nella zona, e almeno 12 barili bomba delle forze governative hanno bersagliato e colpito un insieme di cittadine in mano ai ribelli, tra le quali Busra al-Harir, a nord-est della città di Deraa. L’appello statunitense aveva suscitato, tra le file dei ribelli, la speranza che Washington decidesse di intervenire militarmente in prima persona nella situazione per spalleggiarli nella lotta contro le truppe governative, parzialmente anche alla luce del fatto che gli Stati Uniti hanno sostenuto economicamente la fazione moderata del Syrian Free Army (FSA), finanziando il gruppo con milioni di dollari spesi in armamenti, munizioni e salari mensili per migliaia di ribelli, lungo tutto l’arco dei sette anni di guerra civile, scoppiata nel Paese il 15 marzo 2011. Il sostegno americano agli oppositori di Assad era inquadrato in un programma di finanziamenti gestito dalla Central Intelligence Agency (CIA), il quale è stato interrotto per volere del presidente, Donald Trump, il 19 luglio 2017.

L’eventuale perdita di controllo sul territorio siriano meridionale, da parte dei ribelli, rappresenterebbe una grave sconfitta per l’intera fazione e per la sua causa, ossia, in ultima istanza, il rovesciamento del regime di Assad. La città di Deraa, nella Siria sud-occidentale, viene vista dalle forze dell’opposizione come la culla della rivolta che, nel 2011, ha sancito l’inizio delle proteste cittadine – inizialmente pacifiche – contro l’autorità del presidente siriano, successivamente degenerate in una violenta guerra civile che perdura tuttora. La principale ondata di manifestazioni, scoppiata il 15 marzo 2011, interessò proprio Deraa, oltre alla capitale Damasco; la ragione inizialmente fu l’arresto di alcuni giovani, colti dalla polizia mentre dipingevano graffiti anti-Assad. Le proteste si trasformarono velocemente in scontri violenti con la polizia e, il 18 marzo, nell’uccisione, da parte di quest’ultima, di alcuni dimostranti. Domenica 20 marzo una folla attaccò e incendiò una serie di palazzi degli uffici pubblici, e in tale occasione le forze di sicurezza risposero con la violenza, provocando 15 morti tra i civili e sancendo l’inizio del conflitto siriano.

Assad ha giurato di riconquistare l’area siriana che confina con la Giordania e l’altopiano del Golan occupato da Israele, e nel corso della terza settimana di giugno l’esercito ha iniziato l’assalto alla regione, minacciando una zona di de-escalation sulla quale si era convenuto, nel 2017, con la Russia e con gli Stati Uniti. Washington ha accusato Damasco di aver avviato sia raid aerei, sia assalti con artiglieria e missili. Un’offensiva di ampia portata rischierebbe di provocare una nuova escalation, la quale potrebbe in ultimo trascinare gli Stati Uniti nel conflitto in prima persona. La regione siriana sud-occidentale è di importanza strategica per Israele, del quale il governo americano costituisce il più importante alleato occidentale, e che, nell’arco del 2018, ha intensificato gli attacchi contro le milizie alleate ad Assad e appoggiate dall’Iran.

Nel corso degli ultimi mesi, Assad ha riconquistato le ultime enclave rimaste sotto il controllo dei ribelli nei pressi della capitale siriana, Damasco, e della città di Homs, tra cui anche la regione del Goutha orientale, densamente popolata. Restano però ampie porzioni di territori che esulano ancora dall’autorità del presidente siriano: fatto salvo per la regione sud-occidentale, i ribelli controllano ancora un’area della Siria nord-orientale; i gruppi di dissidenti, che godono dell’appoggio della vicina Turchia, amministrano inoltre parti della zona di confine settentrionale del Paese; la porzione di terre situate a est del fiume Eufrate è poi controllata da un’alleanza di milizie curde e arabe sostenute dagli Stati Uniti, i quali hanno altresì una base militare a Tanf, vicino al confine siriano con l’Iraq e con la Giordania. Quest’ultima, in particolare, controlla la rete autostradale che collega Damasco a Baghdad.

È stato proprio il ministro degli Esteri giordano, Ayman Safadi, che, nella giornata di venerdì 22 giugno, ha dichiarato: “Sottolineiamo l’importanza di rispettare l’accordo, e stiamo lavorando per scongiurare un’escalation della situazione”.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.