Siria sud-occidentale: Assad sfida gli USA e attacca zona di de-escalation

Pubblicato il 23 giugno 2018 alle 16:24 in Siria USA e Canada

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Gli elicotteri del governo siriano, per la prima volta quest’anno, hanno lanciato barili bomba sulle aree sud-occidentali del Paese, le quali sono in mano alle forze che si oppongono al presidente, Bashar al-Assad, nonostante la richiesta statunitense di fermare l’assalto.

Nella giornata di venerdì 22 giugno, i barili bomba delle forze governative hanno bersagliato e colpito un insieme di cittadine in mano ai ribelli, tra le quali Busra al-Harir, a nord-est della città di Deraa, dove l’attacco mosso via cielo dagli uomini di Assad minaccia di tagliare in due parti un contingente di insorti che si estende verso nord in direzione dei territori posti sotto il controllo del governo. L’Osservatorio Siriano per di Diritti Umani, che monitora la guerra in Siria dalla base britannica, ha riferito che gli elicotteri del governo di Damasco hanno sganciato oltre 12 barili bomba sulla zona in questione, provocando molti danni ma, a primo acchito, senza causare morti. Abu Bakr al-Hassan, portavoce del gruppo di ribelli che risponde al nome di Jaish al-Thawra, il quale combatte con la bandiera del Free Syrian Army (FSA), ha reso noto che le munizioni sono state sganciate su 3 cittadine e piccoli villaggi, e che gli aerei da guerra ne hanno poi colpito un quarto. Al-Hassan ha riferito all’agenzia di stampa Reuters quanto segue: “Credo che il bombardamento abbia voluto testare due cose: la risolutezza dei combattenti del Free Syrian Army, e il grado di impegno con cui gli Stati Uniti si approcciano all’accordo di de-escalation nel sud”.

Nella giornata di venerdì, l’emittente televisiva nazionale siriana ha reso noto che le unità dell’esercito avrebbero bersagliato “tane e movimenti dei terroristi nella regione”. “Terroristi” è il sostantivo con cui il governo di Assad si riferisce tanto agli estremisti islamici quanto ai ribelli e ai dissidenti siriani che lottano per il rovesciamento del suo regime.

Dal canto suo, il governo di Damasco ha negato di aver fatto uso dei cosiddetti barili bomba, termine con cui ci si riferisce a container riempiti con materiale esplosivo che vengono gettati da elicotteri e che non possono, pertanto, seguire una traiettoria di mira precisa o affidabile. Tuttavia, gli investigatori in seno alle Nazioni Unite hanno estensivamente documentato tale uso da parte del governo siriano in tutto l’arco del conflitto civile, scoppiato il 15 marzo 2011 e ancora in corso di svolgimento. Finora, nel sud del Paese le forze governative hanno fatto ampio ricorso a missili e artiglieria, tuttavia non hanno ancora adoperato quegli stessi continenti aerei che si sono rivelati cruciali nella riconquista di altre porzioni di territori precedentemente in mano ai ribelli. In particolare, questi ultimi hanno riferito alle agenzie di stampa locali che gli aerei da guerra russi non sono ancora stati dispiegati.
Tuttavia, l’ambasciatore russo in Libano, Alexander Zasypkin, avrebbe affermato che la Russia è già impegnata nel prestare aiuto a Damasco per riconquistare il sud della Siria. “L’esercito siriano al momento, con il sostegno delle forze russe, sta riconquistando il suo territorio meridionale e ripristinando l’autorità dello Stato siriano”, ha riferito Zasypkin a un quotidiano pro-Hezbollah chiamato al-Akhbar. “Israele non è giustificato a portare avanti alcuna azione che ostruisca la lotta contro il terrorismo”, ha altresì aggiunto il diplomatico russo.

Assad ha giurato di riconquistare l’area siriana che confina con la Giordania e l’altopiano del Golan occupato da Israele, e nel corso della terza settimana di giugno l’esercito ha iniziato l’assalto alla regione, minacciando una zona di de-escalation sulla quale si era convenuto, nel 2017, con la Russia e con gli Stati Uniti. Questi ultimi, giovedì 21, hanno reiterato la loro domanda a Damasco di rispettare tale zona di pattuita demilitarizzazione, mettendo in guardia Assad e la Russia, sua alleata, in merito a “serie ripercussioni” se egli non avesse cessato le ostilità nel territorio in questione. Washington ha accusato Damasco di aver avviato sia raid aerei, sia assalti con artiglieria e missili. Un’offensiva di ampia portata rischierebbe di provocare una nuova escalation, la quale potrebbe in ultimo trascinare gli Stati Uniti nel conflitto in prima persona. La regione siriana sud-occidentale è di importanza strategica per Israele, del quale il governo americano costituisce il più importante alleato occidentale, e che, nell’arco del 2018, ha intensificato gli attacchi contro le milizie alleate ad Assad e appoggiate dall’Iran.

Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, venerdì 22 giugno ha chiesto un’immediata cessione delle ostilità nella Siria sud-occidentale, affermando di essere preoccupato per i considerevoli rischi che queste offensive pongono alla sicurezza della regione. Stephane Dujarric, il portavoce di Guterres, ha inoltre affermato: “Gli attacchi hanno provocato lo sfollamento di migliaia di civili, la maggior parte dei quali si sta adesso spostando verso il confine con la Giordania”.

L’ambasciatrice statunitense all’Onu, Nikki Haley, nella medesima giornata di venerdì ha annunciato che l’escalation mossa dall’esercito siriano “viola senza ombra di dubbio” gli accordi presi in merito alla smilitarizzazione dell’area, e che oltre 11mila persone sono già state sfollate. “La Russia porterà, in ultima istanza, la responsabilità di ogni ulteriore escalation violenta in Siria”, ha concluso Haley.

Un commando di ribelli siriani stanziato nel sud del paese ha accusato l’Iran di cercare di vanificare l’accordo sulla de-escalation, e ha lanciato un appello alla resistenza. “Possediamo molte armi”, ha affermato il colonnello Nassim Abu Arra, comandante del gruppo delle Youth of Sunna Forces. Nel corso dei 7 anni di guerra civile, i dissidenti localizzati nella Siria sud-occidentale hanno ricevuto aiuti materiali, in primis armi e munizioni, dai rivali internazionali di Assad. Gli analisti credono che il sostegno dei Paesi terzi perduri, sebbene in maniera probabilmente minore, anche dopo che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, abbia deciso, il 19 luglio 2017, di porre fine al programma militare americano di sostegno ai ribelli siriani, il quale era gestito dalla Central Intelligence Agency (CIA).

Giovedì 21 giugno, un comandante dell’alleanza regionale favorevole ad Assad ha riferito che un raid americano ha ucciso un ufficiale dell’esercito siriano non lontano da Tanf. Il Pentagono, tuttavia, ha commentato che un gruppo ribelle siriano, appoggiato dagli Stati Uniti, era impegnato nello scontro con “una forza ostile non identificata” nella località, senza segnalazioni di vittime da ambedue le parti.

Nel corso degli ultimi mesi, Assad ha riconquistato le ultime enclave rimaste sotto il controllo dei ribelli nei pressi della capitale siriana, Damasco, e della città di Homs, tra cui anche la regione del Goutha orientale, densamente popolata. Restano tuttavia ampie porzioni di territori che esulano ancora dall’autorità del presidente siriano: fatto salvo per la regione sud-occidentale, i ribelli controllano ancora un’area della Siria nord-orientale; i gruppi di dissidenti, che godono dell’appoggio della vicina Turchia, amministrano inoltre parti della zona di confine settentrionale del Paese; la porzione di terre situate a est del fiume Eufrate è poi controllata da un’alleanza di milizie curde e arabe sostenute dagli Stati Uniti, i quali hanno altresì una base militare a Tanf, vicino al confine siriano con l’Iraq e con la Giordania. Quest’ultima, in particolare, controlla la rete autostradale che collega Damasco a Baghdad.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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