Siria: 38 militanti del regime di Al-Assad uccisi in un raid aereo

Pubblicato il 18 giugno 2018 alle 10:58 in Medio Oriente Siria

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Sono almeno 38 i militanti del regime di Al-Assad uccisi in un raid aereo, la notte tra il 17 e il 18 giugno, nei pressi del confine orientale tra Siria e Iraq. L’Osservatorio inglese per i Diritti Umani in Siria ha dichiarato che l’attacco sulla cittadina di Al-Hari, a sud-est di Albu Kamal, è stata una delle offensive più letali nei confronti del regime di Assad. I media siriani hanno indicato la coalizione statunitense come responsabile per l’incursione. Tuttavia, il portavoce del Comando Centrale americano ha dichiarato a Reuters che “nessun membro della coalizione ha bombardato nei pressi di Albu Kamal”.

Le forze statunitensi presenti in Siria sono parte di un’alleanza con gli arabi siriani e la milizia curda. Tale intesa è finalizzata a combattere contro Stato Islamico, presente nel nord-est di Albu-Kamal. L’esercito del regime siriano, in collaborazione con le milizie iraniane, tra cui Hezbollah libanesi e i gruppi iracheni, avevano allontanato l’ISIS da Albu Kamal e dintorni, nel 2017. Tuttavia, da allora, i militanti dello Stato Islamico hanno messo in scena diversi attacchi nella zona. Per contrastare tali offensive, le forze statunitensi sono stanziate anche a Tanf, nel sud-ovest di Albu Kamal, nel deserto siriano, nei pressi del confine con l’Iraq e la Giordania.

La settimana precedente all’attacco, il 10 giugno, Assad ha dichiarato che considera gli Stati Uniti come un potere occupante nel territorio siriano e che il Paese si trova nella posizione di “sostenere qualsiasi atto di resistenza, sia contro i terroristi, sia contro le forze di occupazione, indipendentemente dalla loro nazionalità”.

L’intervento in Siria di forze straniere ha reso ancora più complesso il conflitto presente nel Paese. Le forze governative siriane fanno affidamento sul sostegno del gruppo militante libanese Hezbollah e sulle milizie regionali organizzate dall’Iran, per condurre la guerra ai ribelli e ai militanti dello Stato islamico. Grandi aree rimangono comunque fuori dal controllo siriano ai confini con l’Iraq, la Turchia e la Giordania. Questi includono le parti del nord-est detenute dalle Syrian Democratic Forces a maggioranza curda e frammenti di territorio detenuti dalle forze ribelli nel nord-ovest e nel sud-ovest.

Dall’altra parte, l’esercito americano occupa una porzione della regione orientale e nord-orientale, controllata da gruppi curdi che sperano nell’autonomia dal governo di Damasco. L’amministrazione Trump, il 18 maggio, aveva annunciato il ritiro di truppe e assistenza dalla Siria nord-occidentale, dominata da fazioni islamiste, sostenendo che avrebbero concentrato i propri sforzi sulla ripresa e ricostruzione della regione nord-orientale, nelle aree dove le forze statunitensi avevano sottratto territori allo Stato Islamico.

Nella zona sud-occidentale del Paese, dove i ribelli detengono ancora una porzione di terre al confine con Israele e con la Giordania, Al-Assad corre il pericolo di entrare in conflitto con Israele, che intende difendere la propria frontiera da scontri e incursioni, e che ha iniziato a condurre raid aerei in Siria.

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Alice Bellante

di Redazione

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