Israele-Palestina: 350 palestinesi feriti nel sesto venerdì di protesta

Pubblicato il 4 maggio 2018 alle 16:03 in Israele Palestina

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Le truppe israeliane hanno sparato proiettili veri e gas lacrimogeni ferendo 350 dei palestinesi che hanno affollato la Striscia di Gaza venerdì 4 maggio, il sesto venerdì di protesta consecutivo, nel contesto della Marcia del Ritorno.

Secondo quanto riferito dagli organizzatori della Marcia, il programma per le proteste di venerdì 4 maggio, iniziate nel pomeriggio, subito dopo la preghiera del venerdì, il giorno sacro dei musulmani, avrebbe previsto che alcune centinaia di palestinesi si riunissero nell’area di confine tra la Striscia di Gaza e Israele e tentassero di far volare numerosi aquiloni, alcuni dei quali muniti di bombe Molotov, al di là della barriera di sicurezza israeliana. Già nei giorni scorsi, i media israeliani avevano riferito che i palestinesi avevano lanciato numerosi aquiloni, che trasportavano le bombe Molotov, al di là della barriera di sicurezza, causando numerosi danni al raccolto e incendiando le fattorie. In questo contesto, uno dei manifestanti, che ha preferito rimanere anonimo, ha riferito che l’obiettivo delle proteste sarebbe stato quello di lanciare almeno 50 aquiloni e ha dichiarato: “Speriamo di tornare nella nostra terra, che è occupata. Non ho paura, ho paura solo di Allah”.

La protesta, nota anche con il nome di Marcia del Ritorno, è iniziata venerdì 30 marzo, data in cui cade lo Yom Al-Ard, il Giorno della Terra, ovvero il giorno in cui i palestinesi commemorano l’uccisione di 6 cittadini arabi di Israele da parte delle forze di sicurezza israeliane, avvenuta il 30 marzo 1976, durante le manifestazioni contro la confisca dei territori palestinesi nel nord di Israele. Stando al progetto degli organizzatori della marcia, i palestinesi dovrebbero gradualmente avvicinarsi alla barriera di sicurezza israeliana, fino al 15 maggio, giorno in cui si concluderà la protesta. In quel giorno si celebra lo Yawm Al-Nakba, il Giorno della Nakba, in cui il popolo palestinese commemora l’esodo di centinaia di migliaia di palestinesi dal territorio di Israele, avvenuto nel 1948, anno della creazione dello Stato di Israele, la cui indipendenza viene festeggiata il giorno precedente, il 14 maggio. Lo stesso giorno, il 14 maggio, gli Stati Uniti apriranno ufficialmente la loro rappresentanza diplomatica nella città di Gerusalemme, secondo quanto era stato annunciato da Trump nel dicembre 2017. Il 6 dicembre 2017, il capo di stato americano aveva riconosciuto ufficialmente Gerusalemme come capitale di Israele e aveva annunciato il trasferimento dell’ambasciata americana nella città.

L’obiettivo della protesta è il ritorno dei rifugiati palestinesi nei territori in cui adesso sorge Israele, una delle questioni discusse nei negoziati di pace tra le due parti. Il popolo palestinese considera il ritorno nei territori israeliani un diritto, che dovrebbe essere garantito dal diritto internazionale. Al contrario, Israele considera la questione una richiesta politica che dovrebbe essere discussa nel processo di pace. Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa Reuters, Israele avrebbe rifiutato la possibilità del ritorno dei palestinesi poiché teme che l’afflusso di un numero così alto di palestinesi possa ridurre la maggioranza ebraica nel territorio e avrebbe proposto che i palestinesi si stabiliscano nel futuro Stato di Palestina, che includerebbe la Striscia di Gaza e la Cisgiordania, i territori che erano stati occupati nella guerra del 1967.

Le manifestazioni avrebbero dovuto essere pacifiche, tuttavia, durante i primi cinque venerdì di protesta, si sono verificati scontri violenti tra i soldati israeliani e i manifestanti, che hanno portato alla morte di 49 palestinesi. Tra le vittime degli scontri vi sono anche almeno 28 giovani sotto i 30 anni. L’ultimo ragazzo ucciso dal fuoco israeliano è Anas Shawky Abu Asr, un giovane di 19 anni, morto giovedì 3 maggio. Proprio in onore di questi giovani, il quinto venerdì di protesta era stato definito il giorno della “gioventù ribelle”.

Durante i venerdì di protesta, l’esercito israeliano ha risposto aprendo il fuoco contro i manifestanti e ciò ha suscitato le critiche della comunità internazionale. In questo contesto, le Nazioni Unite e l’Unione Europea hanno chiesto di avviare indagini indipendenti sull’accaduto, ma tale opzione era stata rifiutata da Israele. Già prima dell’inizio degli scontri, le Forze di Difesa israeliane avevano schierato i cecchini e i carri armati nel territorio israeliano di confine. Il 28 marzo, il capo di Stato Maggiore delle Forze di Difesa israeliane, il tenente generale Gadi Eizenkot, aveva annunciato di avere schierato più di 100 tiratori scelti al confine con la Striscia di Gaza, con il permesso di sparare contro la folla nel caso in cui fossero stati messi in pericolo i soldati o i civili israeliani.

Da parte sua, Israele ha difeso la sua posizione e, in particolare, l’uso della violenza contro i manifestanti, affermando che “la legge internazionale sui diritti umani non si applica a quelli che vengono descritti come atti di guerra”. Le dichiarazioni di Israele sono giunte in risposta a numerose petizioni dell’Alta corte, avanzate dai gruppi umanitari, le quali chiedono la fine dell’utilizzo delle armi contro i manifestanti pacifici. In questo contesto, Israele ha replicato affermando che le proteste costituirebbero uno “stato di guerra” e ha ribadito che si oppone “all’applicazione della legge internazionale sui diritti umani durante un conflitto armato”.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Traduzione dall’arabo e dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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