Myanmar: assicurate severe punizioni per atti di violenza sessuale

Pubblicato il 2 maggio 2018 alle 6:10 in Asia Myanmar

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L’apparato militare del Myanmar ha rassicurato il convoglio delle Nazioni Unite, in visita nel Paese, affermando di essere pronto a prendere severe misure per punire chi ha perpetrato atti di violenza sessuale sulle donne della minoranza musulmana Rohingya.

“La violenza sessuale è considerata un atto deplorevole. Pertanto, prenderemo forti misure punitive nei confronti di coloro i quali l’hanno perpetrata”, ha affermato il comandante in capo dell’esercito, Min Aung Hlaing.

Secondo i membri del convoglio delle Nazioni Unite, il governo del Myanmar dovrebbe avviare al più presto serie indagini su quanto è stato compiuto nei confronti della minoranza musulmana Rohingya. La minoranza musulmana Rohingya non è mai stata riconosciuta come minoranza ufficiale del Paese e, per questo, è stata spesso vittima di persecuzioni da parte della maggioranza buddista che popola il Myanmar. Tali persecuzioni hanno subito un aumento progressivo nel corso del 2017, raggiungendo l’apice nel mese di agosto quando alcuni militanti islamisti appartenenti ai Rohingya hanno attaccato alcune stazioni di polizia.

Secondo quanto riportato dalle Nazioni Unite, circa 700.000 Rohingya avrebbero lasciato il Paese per rifugiarsi in Bangladesh a seguito dell’avvio dell’offensiva guidata dall’esercito nazionale. Molti di questi rifugiati asseriscono di aver subito stupri da parte dei membri dell’esercito nazionale del Myanmar e dichiarano di aver assistito ad uccisioni di civili e ad incendi nei villaggi popolati dalla minoranza musulmana.

Il convoglio ONU ha incontrato sia il comandante in capo dell’esercito del Myanmar, Min Aung Hlaing, sia la leader del Paese, premio Nobel per la Pace, Aung San Suu Kyi. Secondo quanto riferito dall’ambasciatrice britannica presso le Nazioni Unite, Karen Pierce, Aung San Suu Kyi si sarebbe detta disponibile ad investigare su qualsiasi accusa credibile di abuso perpetrata dai membri dell’esercito.

“Ciò che deve fare il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è raccogliere le prove delle possibili atrocità perpetrate nei confronti della minoranza Rohingya e fornire queste informazioni alle autorità competenti del Myanmar oppure ad una qualche sorta di meccanismo internazionale”, ha asserito l’ambasciatrice Pierce.

Il viceambasciatore russo presso le Nazioni Unite, Dmitry Polyanskiy, tuttavia, ha espresso un’opinione differente in merito alla questione rispetto alla collega inglese Pierce. “Non ritengo che il compito di raccogliere informazioni sulle violenze perpetrate dai soldati burmesi rientri nelle mansioni principali del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Esistono agenzie internazionali specializzate che potrebbero occuparsi in maniera più efficace di adempiere a questo proposito”, ha dichiarato il viceambasciatore Polyanskiy.

Il convoglio delle Nazioni Unite si è recato anche in visita in Bangladesh, dove la maggior parte della popolazione Rohingya ha trovato rifugio. Durante la visita, il primo ministro del Bangladesh, Sheikh Hasina, ha chiesto alle Nazioni Unite di fare pressioni sul governo del Myanmar affinché avvii le procedure di rimpatrio dei rifugiati Rohingya. Sebbene i due Stati abbiano raggiunto un accordo nel gennaio 2018 che prevede il rientro progressivo della minoranza musulmana nel territorio del Myanmar in un arco temporale di due anni, il governo burmese sembra essere ancora poco attrezzato per gestire il ritorno dei Rohingya sul proprio territorio.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Alice Barberis

di Redazione

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